KAZUO ISHIGURO.

QUANDO ERAVAMO ORFANI.


Titolo originale: When We Were Orphans.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Per Christopher Banks tutto sembra essersi fermato al giorno in cui i genitori vennero
misteriosamente rapiti. Il piccolo orfano, cresciuto a Shanghai negli anni pi fiorenti del commercio
dell'oppio, fu poi affidato alle cure di una zia nella lontana e austera Inghilterra. Cos non c' vera
soluzione di continuit tra i giochi infantili e le indagini che l'ormai famoso detective privato conduce
venti anni dopo a Londra. Dietro ogni caso brillantemente risolto grava il mistero del rapimento che il
piccolo Christopher, con il compagno di giochi Akira, non ha saputo chiarire. E tutti pensano che prima
o poi egli torner a Shanghai dove, come se il tempo si fosse fermato, riuscir a scoprire il nascondiglio
in cui i suoi genitori vengono ancora e sempre tenuti prigionieri. Alla fine degli anni Trenta, Shanghai 
il luogo dove le forze del Male si sono date appuntamento per annunciare la grande distruzione che
presto inghiottir il mondo intero. Ma per Christopher il massacro insensato della guerra  un enigma
che un buon investigatore pu ancora risolvere, magari con l'aiuto del suo strumento feticcio,
l'inseparabile lente di ingrandimento. In pagine indimenticabili, Ishiguro ci racconta la nevrosi della
ragione che tutto vuole ordinare e spiegare, anche la morte, la paura, la vilt e il tradimento. Alla fine
Christopher sar costretto ad aprire gli occhi su una verit molto lontana da quella che immaginava, e
dovr abbandonare la terra dorata dell'infanzia avendo perso l'unica donna che avrebbe mai potuto
amare, per sempre sfigurato nelle emozioni e inguaribile di nostalgia.
Nostalgia che, come spiega un Akira improbabile e malconcio incontrato da Christopher nel bel
mezzo della battaglia, ha comunque la sua straordinaria importanza: Molto importante. Nostalgici.
Quando noi nostalgici noi ricordiamo e vogliamo un mondo bello torna di nuovo.
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L'Autore.
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Kazuo Ishiguro  nato a Nagasaki nel 1954 e si  trasferito con la famiglia in Inghilterra nel
1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in Italia. Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del
mondo effimero (1986), Quel che resta del giorno (1989), Gli inconsolabili (1995). Da Quel che resta
del giorno (Booker Prize 1989)  stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.
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a Loma e Naomi.
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PARTE PRIMA.
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LONDRA, 24 LUGLIO 1930.
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CAPITOLO PRIMO.
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Era l'estate del 1923, l'estate del mio addio a Cambridge, la stessa in cui, a dispetto del desiderio
di mia zia che mi rivoleva nello Shropshire, decisi che il mio futuro sarebbe stato nella capitale e
affittai un piccolo appartamento al numero 14b di Bedford Gardens a Kensington. La ricordo ora come
la pi meravigliosa delle stagioni. Dopo anni nei quali ero stato circondato da una folla di compagni,
tanto al liceo come a Cambridge, la solitudine mi risult gradevolissima. Mi godevo i parchi di Londra,
il silenzio della sala di lettura del British Museum; trascorrevo interi pomeriggi a passeggiare per le
strade di Kensington delineando piani per il mio futuro e fermandomi di quando in quando a
considerare ammirato come in Inghilterra, persino nel cuore di una cosi grande citt, edera e rampicanti
decorino le facciate di raffinati edifici.
Fu nel corso di una di queste tranquille passeggiate che casualmente incontrai James Osbourne,
un vecchio amico di scuola e, scoprendo che eravamo vicini di casa, gli suggerii di farmi visita la
prossima volta che si fosse trovato a passare. Sebbene al tempo non avessi ancora ricevuto nessuno nel
mio appartamento, gli rivolsi l'invito senza imbarazzi, avendo scelto lo stabile in cui abitavo con una
certa attenzione. La pigione non era alta, ma la mia padrona di casa aveva arredato i locali con un gusto
che alludeva a un tenace passato vittoriano; il salotto, ben soleggiato per tutta la prima met della
giornata, vantava un divano non pi giovane e due comode poltrone, una credenza antica e una libreria
in quercia stipata di fatiscenti enciclopedie, tutte cose che a mio parere si sarebbero guadagnate
l'approvazione di qualunque visitatore. Inoltre, quasi subito dopo aver preso in affitto le stanze, mi ero
spinto a piedi fino a Knightsbridge dove avevo acquistato un servizio da t in stile Regina Anna,
svariate qualit di buon t e una grossa scatola di biscotti. Perci, quando Osbourne in effetti capit da
quelle parti qualche giorno dopo, fui in grado di offrirgli i miei rinfreschi con tanta disinvoltura da non
permettergli nemmeno per un istante di sospettare di essere il mio primo ospite.
Per almeno quindici minuti, vag inquieto per il salotto, complimentandosi per la casa,
esaminando i diversi oggetti e lanciando ripetute occhiate dalla finestra per poi commentare su tutto ci
che stava capitando di sotto. Alla fine si lasci cadere sul divano e potemmo finalmente scambiarci
qualche notizia, su noi stessi e sui vecchi compagni di scuola. Ricordo che discutemmo per un po' delle
iniziative dei sindacati, prima di impelagarci in un lungo e piacevole dibattito sulla filosofia tedesca,
che permise ad entrambi di esibire le prodezze intellettuali messe a punto nelle rispettive facolt
universitarie. Infine Osbourne si alz e riprese a misurare a passi la stanza, esponendo i propri svariati
progetti per il futuro.
Ho una mezza idea di darmi all'editoria, sai. Giornali, riviste, roba del genere. Anzi, vorrei
tenere una rubrica tutta mia. Di politica, questioni sociali. Sempre che, come ho detto, non decida di
entrare in politica direttamente. Di, Banks, possibile che tu davvero non sappia che cosa vuoi fare?
Ascolta, l fuori c' un mondo che ci aspetta, disse indicando la finestra. Devi avere per forza qualche
progetto.
Credo di s, risposi sorridendo. Ho in mente un paio di cose. Te ne parler a tempo debito.
Un asso nella manica, eh? Avanti, sputa il rospo! Ti costringer a parlare.
Ma io non gli rivelai nulla e, in capo a qualche minuto, riportai il discorso sulla filosofia, la
letteratura o altri argomenti simili.
Poi, intorno a mezzogiorno, Osbourne ricord all'improvviso un impegno per colazione a
Piccadilly e incominci a raccogliere le sue cose. Fu mentre andava via che, voltandosi ormai sulla
porta, disse: Senti, vecchio mio, volevo dirti una cosa. Questa sera vado a una festa.  in onore di
Leonard Evershott. Sai, il magnate.
A casa di un mio zio.  un po' tardi per dirtelo, mi rendo conto, ma mi chiedevo se avresti
voglia di venirci anche tu. Dico sul serio. Mi ero ripromesso di fare un salto a trovarti da un pezzo, solo
che non ce l'ho mai fatta. La festa sar al Charingworth Club.
E vedendo che non replicavo immediatamente, fece un passo verso di me e disse: Ho pensato a
te perch mi sono ricordato di quando non facevi che interrogarmi sul mio esser ben introdotto. Eh
dai! Non fingere di non ricordare. Non la finivi pi di fare domande. Eri implacabile. Ben introdotto?
Che cosa significa esattamente essere ben introdotto?
Be', ho pensato, ecco una buona occasione per il vecchio Banks di scoprirlo di persona -. Poi
scosse il capo, come se riandasse con la memoria a quei tempi e disse: Santo cielo, certo che eri proprio
un tipo strambo tu a scuola.
Credo sia stato a quel punto che finalmente mi decisi ad accettare il suo invito per la serata, una
serata che, come avr modo di dire, si rivel di gran lunga pi significativa di quanto potessi
immaginare -, e lo accompagnai alla porta senza tradire nemmeno in parte il risentimento che le sue
ultime parole mi avevano scatenato.
La mia irritazione non fece che crescere quando tornai a sedermi. La verit  che avevo
indovinato subito a che cosa si riferisse Osbourne.
In effetti per tutto il liceo avevo sentito molte persone affermare che era ben introdotto.
L'espressione tornava immancabilmente ogni volta che qualcuno parlava di lui, e credo di averla usata
persino io quando mi pareva appropriato farlo. Si trattava senza dubbio di un concetto che mi
affascinava, l'idea che in qualche modo misterioso Osbourne disponesse di agganci con vari personaggi
altolocati sebbene poi sia nell'aspetto sia nel comportamento non si differenziasse dagli altri. Tuttavia,
non riuscivo a immaginare di averlo interrogato implacabilmente come aveva sostenuto lui. 
innegabile che su quell'argomento avevo riflettuto parecchio quando avevo quattordici quindici anni,
ma Osbourne e io non eravamo particolarmente affiatati al liceo e, per quanto ricordo, mi capit una
sola volta di sollevare la questione con lui personalmente.
Accadde in una nebbiosa mattina d'autunno; noi due stavamo seduti sul muretto esterno di una
locanda di campagna. Secondo i miei calcoli, potevamo essere al quinto anno di corso. Eravamo stati
scelti per il ruolo di segnalatori in una gara campestre, e aspettavamo che gli atleti emergessero dalla
nebbia di un campo poco lontano per poterli avviare nella giusta direzione, lungo un viottolo fangoso.
Sapendo che i corridori si sarebbero fatti attendere ancora un po', ci eravamo messi a chiacchierare del
pi e del meno. Fu in quella occasione, ne sono certo, che domandai a Osbourne di spiegarmi la
faccenda del suo essere ben introdotto. Il mio compagno che, a dispetto di tutta la sua esuberanza,
era di natura schiva, cerc di cambiare argomento. Ma io insistetti e alla fine lui disse: Oh, piantala,
Banks. Sono tutte stupidaggini, non c' niente da capire. Si tratta solo di conoscere della gente.
Abbiamo tutti quanti dei genitori, degli zii, degli amici di famiglia. Non vedo che cosa ci sia di tanto
straordinario -. Poi, rendendosi subito conto di quel che aveva detto, si era voltato e, sfiorandomi un
braccio, aveva aggiunto: Mi dispiace moltissimo, amico mio. Sono stato davvero indelicato.
A quanto pare questo passo falso caus molta pi angoscia a Osbourne che a me. Anzi, non 
impossibile che gli fosse rimasto sulla coscienza per tutti quegli anni, e che chiedendomi di
accompagnarlo al Charingworth Club lui stesse in qualche modo cercando di fare ammenda.
In ogni caso, come ho gi detto, quella mattina nebbiosa la sua affermazione avventata non mi
aveva per niente sconvolto. Dir di pi, il fatto che i miei compagni di scuola, sempre pronti a
scherzare praticamente sulle disgrazie di chiunque, assumessero invece un'aria tanto solenne al primo
accenno riguardante l'assenza dei miei genitori, stava incominciando a seccarmi. In verit, per quanto
strano possa sembrare, la mancanza di genitori di qualunque parente stretto in Inghilterra, anzi, fatta
eccezione per la mia zia dello Shropshire, aveva da un pezzo cessato di costituire per me un problema
serio. Come spesso mi capitava di far notare agli amici, in un collegio come il nostro, avevamo
imparato tutti a cavarcela senza genitori e la mia posizione in tal senso non era affatto speciale.
Ciononostante, riconsiderando la questione adesso, non sembra improbabile che parte del
fascino allora provato nei confronti dell'essere ben introdotto di Osbourne avesse a che fare con la
mia assoluta mancanza di agganci col mondo al di fuori del liceo St Dunstan.
Non dubitavo che sarei riuscito a crearmi col tempo una rete di conoscenze e a trovare la mia
strada. Ma  possibile che pensassi di poter imparare qualcosa di fondamentale da Osbourne, qualcosa
riguardo alla dinamica di queste faccende.
Ma quando poc'anzi dicevo che nelle parole di commiato di Osbourne avevo percepito un che di
offensivo, non mi riferivo al fatto che avesse sollevato la questione del mio interrogarlo tanti anni
prima. Quello che mi aveva irritato, invece, era stata l'affermazione disinvolta con la quale mi aveva
definito un tipo cosi strambo a scuola.
A essere sincero, mi ha sempre sorpreso moltissimo che potesse essersi espresso in quel modo
sul mio conto quella mattina, giacch nel mio ricordo io ero invece perfettamente inserito nella vita
scolastica di un liceo inglese. Anche durante le prime settimane a St Dunstan non credo di aver mai
agito in maniera che potesse causarmi il minimo imbarazzo. Il primissimo giorno, ad esempio, ricordo
di aver notato un vezzo adottato da molti ragazzi quando si fermavano a parlare fra loro: quello di
infilare la mano destra sotto il gil e di muovere la spalla sinistra su e gi come a sottolineare alcune
delle loro affermazioni. Ricordo distintamente di aver tentato di riprodurre quel gesto e di esserci
riuscito talmente bene fin dal principio da scongiurare la possibilit che qualunque compagno notasse
in me qualcosa di strano o di ridicolo.
In virt dello stesso spirito audace, assorbii in fretta ogni altra usanza, giro di parole ed
esclamazioni in voga presso i miei pari, oltre ad acquisire le consuetudini implicite e le buone maniere
dominanti nel nuovo ambiente che mi circondava. Di certo mi resi subito conto che mi conveniva non
esporre apertamente come avevo fatto d'abitudine a Shanghai le mie idee sul crimine e
sull'investigazione.
Al punto che anche quando, durante il terzo anno di corso, si verific una serie di furti nella
scuola e tutti si divertivano a giocare al piccolo detective, io mi guardai bene dall'unirmi agli altri se
non in modo assolutamente superficiale. E fu senza dubbio un'eredit di questa linea di condotta che mi
spinse a rivelare cos poco riguardo ai miei progetti a Osbourne, la mattina in cui venne a farmi
visita.
Tuttavia, a dispetto di tante cautele, riesco a ricordare almeno due circostanze risalenti ai tempi
del liceo che suggeriscono come, se non altro di quando in quando, io debba aver abbassato un po' la
guardia, almeno quanto bastava per lasciar trapelare qualcosa delle mie ambizioni. Allora non fui in
grado di spiegarmi le ragioni dell'accaduto, n lo sono di pi adesso.
Il primo incidente si verific in occasione del mio quattordicesimo compleanno. I miei due
migliori amici di quel periodo, Robert Thornton-Browne e Russell Stanton, mi avevano portato a
prendere il t in un locale del paese e stavamo festeggiando a tartine e panini dolci con panna. Quel
sabato pomeriggio pioveva e tutti gli altri tavoli erano occupati. Questo significa che, ogni dieci minuti
o gi di l, altri avventori del posto entravano, si guardavano intorno e lanciavano occhiate malevole in
direzione del nostro tavolo come a dirci di lasciarlo al pi presto libero per loro. Ma la proprietaria del
locale, la signora Jordan, ci aveva sempre accolti cordialmente ed essendo il mio compleanno quel
pomeriggio ci sentivamo in diritto di occupare il tavolo migliore accanto al bovindo con vista sulla
piazza del paese.
Non ricordo granch di quello che dicemmo; ma quando ci fummo saziati ben bene, i miei due
compagni si scambiarono uno sguardo, poi Thornton-Browne infil una mano nella cartella e mi
consegn un pacchetto avvolto in carta da regalo.
Incominciai a scartarlo e cosi facendo mi accorsi ben presto che la confezione contava svariati
fogli di carta e che i miei amici accoglievano con sonore risate ogni nuovo strato che eliminavo solo
per ritrovarmi di fronte al successivo. In base alle previsioni, alla fine di tutto avrei avuto tra le mani
uno scherzo. Ma quello che scoprii fu invece una vecchia custodia in pelle sotto il cui coperchio
assicurato da un piccolo fermaglio si trovava una lente di ingrandimento.
 qui davanti a me adesso.  cambiata assai poco nel corso di questi anni; era gi piuttosto
navigata sin da quel pomeriggio. Ricordo di averlo notato, insieme al fatto che era molto potente e
pesantissima, e che il manico in avorio era tutto scheggiato su un lato. Solo pi tardi notai invece che
occorre un'altra lente di ingrandimento per riuscire a leggere l'iscrizione che era stata prodotta a Zurigo
nel 1887.
La mia prima reazione di fronte a questo dono fu di profonda emozione.
La presi in mano, facendo da parte i vari fogli di carta che coprivano la superficie del tavolo,
credo persino di averne fatto cadere qualcuno a terra nel mio entusiasmo, e incominciai subito a
metterla alla prova su certe chiazze di burro della tovaglia. Ero talmente concentrato da non accorgermi
quasi dei miei amici che intanto ridevano nel modo esagerato di chi sta facendo una burla a qualcuno.
Quando finalmente tornai in me e sollevai lo sguardo, erano entrambi ammutoliti in un silenzio
imbarazzato. Fu a quel punto che Thornton-Browne diede in un mezzo sorriso e disse: Abbiamo
pensato che siccome vuoi diventare un detective, quella roba ti far comodo.
A quel punto, mi ripresi velocemente e feci di tutto per fingere in modo plausibile che la cosa
mi fosse sembrata uno scherzo divertente. Ma ormai credo che i miei due amici fossero a disagio e per
il resto del tempo che trascorremmo nel locale, non riuscimmo pi a recuperare l'umore disinvolto di
prima.
Come ho detto, ho qui davanti a me la lente. L'ho usata durante le indagini per il caso
Mannering; e l'ho usata di nuovo, pi di recente, per il caso Trevor Richardson. Una lente di
ingrandimento pu forse non essere lo strumento essenziale dell'investigatore come vorrebbe la
credenza popolare, ma rimane comunque un oggetto utile alla raccolta di un certo tipo di prove, e credo
perci che, per qualche tempo ancora, porter con me il dono di compleanno che ricevetti da Robert
Thornton-Browne e da Russell Stanton. Osservandola adesso, mi viene in mente una cosa: se
l'intenzione dei miei compagni era davvero quella di prendersi gioco di me, lo scherzo si  ora ritorto su
di loro.
Peccato che non potr mai scoprire che cosa li avesse spinti ad agire cos n come, malgrado la
mia prudenza, potessero aver intuito la mia segreta ambizione. Stanton, che ment riguardo al proprio
anno di nascita per partire volontario in guerra, fu ucciso nella terza battaglia di Ypres. Di
Thornton-Browne ho sentito dire che  morto di tubercolosi due anni orsono. In ogni caso, entrambi
lasciarono il liceo St Dunstan al quinto anno e quando seppi della loro morte avevo da un pezzo perso
ogni contatto con tutti e due. Ricordo ancora per la mia profonda delusione quando Thornton-Browne
lasci la scuola; era stato l'unico vero amico dal mio arrivo in Inghilterra, e mi manc parecchio per il
resto del tempo che trascorsi a St Dunstan.
Il secondo esempio che mi torna alla memoria si verific qualche anno dopo intorno al sesto
anno di corso -, ma non ne conservo un ricordo altrettanto dettagliato. Anzi, non riesco proprio a
rammentare che cosa accadde prima e dopo il fatto in s. Ho in mente solo l'immagine di me che entro
in un'aula, l'aula 15 della vecchia prioria: fasci di luce solare filtravano dalle finestre strette del chiostro
rivelando il turbinio della polvere sospesa a mezz'aria. Il professore non era ancora arrivato, ma io
dovevo essere piuttosto in ritardo, perch ricordo di aver trovato i miei compagni gi seduti a gruppetti
su banchi, panche e davanzali delle finestre. Ero sul punto di unirmi a cinque o sei ragazzi, quando le
loro facce si voltarono nella mia direzione e capii immediatamente che stavano parlando di me. Poi,
prima che potessi dire qualcosa, uno del gruppo, un certo Roger Brenthurst, mi indic con un dito e
disse:  decisamente troppo basso per diventare uno Sherlock Holmes.
Qualcuno rise, in modo non particolarmente malevolo e, per quanto ricordo, quello fu tutto.
Non ebbi mai occasione di sentire altri commenti riguardanti la mia aspirazione a diventare uno
Sherlock Holmes, ma in seguito a quell'episodio per qualche tempo mi torment il pensiero che il mio
segreto potesse essere stato scoperto e che fosse argomento di chiacchiere alle mie spalle.
Aggiungo per inciso che il bisogno di mostrarmi cauto sull'intera questione dei miei progetti
futuri era gi forte in me ancor prima del mio arrivo a St Dunstan. Avevo infatti trascorso la maggior
parte delle prime settimane in Inghilterra vagando per il prato vicino al cottage di mia zia nello
Shropshire, ricostruendo in mezzo alle felci bagnate i vari scenari di investigazione che Akira e io
avevamo inventato insieme a Shanghai. Naturalmente, ritrovandomi solo, mi vedevo costretto ad
assumere anche tutti i suoi ruoli; inoltre, sapendo di poter essere visto dal cottage, avevo avuto il buon
senso di recitare le scene con gesti misuratissimi e di pronunciare le nostre battute sottovoce, in aperto
contrasto con i modi disinibiti ai quali eravamo avvezzi il mio amico Akira e io.
Tali precauzioni tuttavia si erano rivelate insufficienti. Un mattino, infatti, dalla piccola
mansarda che mi era stata assegnata avevo sentito per caso mia zia parlare con alcune amiche di sotto
in sala da pranzo. A suscitare la mia curiosit era stato inizialmente l'improvviso abbassarsi del volume
delle loro voci; cosi mi ero acquattato sul pianerottolo sporgendomi dalla ringhiera delle scale.
Se ne sta fuori per ore, la sentii dire. Non  sano per un ragazzino della sua et, vivere in un
mondo tutto suo. Dovrebbe incominciare a guardare avanti.
Ma c'era da aspettarselo, non trovi? disse qualcuno.
Con tutto quello che gli  successo.
Che cosa ci guadagna a rimuginare cos? diceva la zia.
Ha tutto quel che gli occorre, in questo senso  stato fortunato. E ora che pensi al domani. Che
la smetta di isolarsi insomma.
Da quel giorno, smisi di andare nel prato e, in generale, feci del mio meglio per evitare di
mostrarmi isolato. Ma ero ancora molto piccolo e la notte, sdraiato nella mansarda ad ascoltare lo
scricchiolio delle assi del pavimento, mentre mia zia si muoveva per casa a caricare gli orologi e a
badare ai gatti, spesso, con la fantasia, tornavo a inscenare le mie indagini poliziesche proprio come
avevamo sempre fatto Akira e io.
Ora per voglio tornare a quel giorno d'estate in cui Osbourne venne a farmi visita
nell'appartamento di Kensington. Non voglio si creda che il commento con il quale mi aveva definito
un tipo strambo mi avesse preoccupato per pi di qualche minuto.
In effetti, poco dopo esserci congedati, uscii a mia volta, piuttosto di buon umore, e mi recai al
St James Park, dove passeggiai tra le aiuole fiorite in crescente attesa della bella serata a venire.
Ripensando adesso a quel pomeriggio, ritengo che avrei avuto ottime ragioni per sentirmi un po'
nervoso, ed  assolutamente tipico della sciocca arroganza che mi accompagnava in quei primi giorni
londinesi il fatto che non lo fossi. Mi rendevo ben conto, ovviamente, che quella particolare serata
sarebbe stata a un livello diverso da tutto ci che avevo conosciuto all'universit; che con ogni
probabilit mi sarei imbattuto in costumi e abitudini a me del tutto ignoti. Ma ero certo che, grazie alla
mia consueta vigile attenzione, avrei superato tali difficolt per adeguarmi nel complesso senza
problemi. Vagando per il parco le mie ansie erano di tutt'altra natura. Quando Osbourne aveva parlato
di ospiti altolocati, avevo immediatamente pensato che tra loro avrei trovato alcuni dei detective pi
illustri del momento.
Credo dunque di aver trascorso la maggior parte di quel pomeriggio a inventarmi quel che avrei
detto se mi avessero presentato a Matlock Stevenson, o persino al Professor Charleville. Feci
innumerevoli prove su come avrei esposto con modestia ma non senza una certa dignit le mie
ambizioni; e immaginai che uno di loro s'interessasse paternamente al mio caso offrendomi ogni genere
di consiglio e insistendo affinch mi recassi in futuro a chiedere suggerimenti pratici.
Come prevedibile, la serata fu una tremenda delusione, sebbene per ragioni affatto diverse
vedremo poi quanto si sia invece rivelata significativa. Quello che ancora non sapevo al tempo,  che in
questo paese i detective tendono a non frequentare gli ambienti mondani. Il che non avviene per
mancanza di inviti; la mia recente esperienza dimostra come i salotti alla moda faccianoci tutto per
reclutare i pi celebri detective del momento. E solo che questi ultimi sono d'abitudine persone serie,
spesso anche schive, molto impegnate nel loro lavoro e con pochissima inclinazione a frequentarsi tra
loro, figuriamoci poi a mostrarsi in societ.
Come dicevo, questa non fu la prima cosa che rilevai quella sera arrivando al Charingworth
Club e imitando l'esempio di Osbourne nel rivolgere un saluto cordiale all'usciere in uniforme da
cerimonia. Ma in capo a pochi minuti dal nostro ingresso nella sala affollata del primo piano, dovetti
ricredermi. Non so esattamente come accadde, poich non avevo ancora avuto il tempo materiale per
accertare l'identit dei presenti, ma una sorta di rivelazione intuitiva mi pervase facendomi sentire tutta
la stoltezza del mio precedente entusiasmo. All'improvviso mi parve incredibile aver sperato di trovare
Matlock Stevenson o il Professor Charleville amabilmente intenti a intrattenersi con i finanzieri e i
ministri che sapevo di avere intorno.
In effetti, la discrepanza tra l'evento mondano al quale partecipavo e quello sul quale avevo
riflettuto tutto il pomeriggio mi colp al punto che la mia baldanza mi abbandon almeno
temporaneamente e per circa mezz'ora, con mia intensa irritazione, non riuscii a staccarmi dal fianco di
Osbourne.
Sono certo che proprio a questo stato d'animo inquieto si deve se quando ripenso ora a quella
serata, molti suoi aspetti assumono contorni esasperati o innaturali. Per esempio, se cerco di
immaginare la stanza, essa mi appare insolitamente buia; e ci a dispetto delle lampade a muro, delle
candele sui tavoli e dei lampadari che non sembrano in grado di dissipare l'oscurit incombente sulla
sala. La moquette  fittissima cosicch per muoversi si  costretti a trascinare i piedi, e tutto intorno,
uomini brizzolati in giacca nera fanno precisamente questo, alcuni di loro addirittura spingendo avanti
le spalle come se camminassero nella tormenta. Anche i camerieri, con i loro vassoi d'argento, si
chinano ad angolazioni improbabili per scambiare parole con i convenuti. Le signore sono quasi del
tutto assenti, e le poche presenti si tengono curiosamente in disparte per dileguarsi quasi subito alla
vista inghiottite dalla foresta di completi scuri da sera.
Come dico, sono certo che queste impressioni non sono affatto accurate, ma  cosi che quella
serata si  impressa nella mia memoria. Ricordo di essermene stato in piedi semiparalizzato
dall'imbarazzo, sorseggiando meccanicamente il mio drink, mentre Osbourne chiacchierava in
scioltezza ora con uno ora con l'altro degli ospiti, la maggior parte dei quali dovevano avere una
trentina d'anni pi di noi. Un paio di volte tentai di unirmi alla conversazione, ma la mia voce suon
fastidiosamente infantile e, in ogni caso, si parlava per lo pi di argomenti dei quali ero del tutto
all'oscuro.
Dopo un po' mi infuriai, con me stesso, con Osbourne, con tutto. Mi sentivo in pieno diritto di
disprezzare la gente che mi circondava; mi sembravano quasi tutti individui avidi e interessati, privi di
ogni idealismo e di ogni senso del dovere. Rinvigorito da questa collera, riuscii finalmente a staccarmi
da Osbourne e a spostarmi nelle tenebre verso un'altra parte della sala.
Raggiunsi una zona illuminata dalla chiazza di luce prodotta da una piccola lampada a muro. In
quel punto la folla diradava, e notai un uomo sulla settantina dalla chioma argentea che fumava dando
le spalle al salone. Mi ci volle un momento per rendermi conto che aveva lo sguardo fisso in uno
specchio, e che ormai aveva notato che lo guardavo.
Stavo per allontanarmi in fretta, quando, senza voltarsi, lui disse: Si sta divertendo?
Oh s, risposi accennando una risata. Si, grazie. Una festa magnifica.
Ma  un po' smarrito, giusto?
Esitai, poi risi ancora. Forse, un poco. S.. L'uomo dai capelli grigi si volt e mi studi
attentamente. Poi disse: Se desidera, posso dirle i nomi di alcune di queste persone. E se c' qualcuno
che le piacerebbe particolarmente conoscere, possiamo avvicinarci e glielo posso presentare. Che ne
dice?
'E molto gentile. Davvero molto gentile da parte sua.
Bene.
Si avvicin di un passo e controll con lo sguardo la sala dal nostro punto di osservazione.
Quindi, chinandosi verso di me, procedette a indicarmi ora questo ora quel personaggio. Anche quando
si trattava di nomi illustri, non dimenticava mai di aggiungere, a mio beneficio, il finanziere, il
compositore o quel che era. Con i meno noti, riassumeva in modo piuttosto preciso la carriera della
persona e le ragioni della sua importanza. Mi pare che stesse raccontando di un ecclesiastico non
lontano da noi, quando all'improvviso si interruppe per dire: Ah. Vedo che si  distratto.
Mi dispiace moltissimo...
E perch? Del resto,  perfettamente naturale. Un giovane come lei.
Le assicuro, signore...
Non occorre che si scusi -. Diede in una risata e mi sfior il gomito in un gesto d'intesa. La
trova graziosa, giusto?
Non sapevo proprio come replicare. Come negare che ero stato distratto dalla giovane donna
parecchi metri alla nostra sinistra, in quel momento impegnata in una conversazione con due uomini di
mezza et. Ma si d il caso che vedendola per la prima volta, non la giudicai affatto graziosa. Non 
escluso che in qualche modo, sin dal primo sguardo, io avessi percepito in lei la presenza di quelle doti
che si rivelarono in seguito una parte tanto essenziale della sua personalit.
Quel che vedevo era una donna minuta come un elfo, dai capelli scuri sciolti sulle spalle.
Sebbene fosse evidente il suo desiderio di sedurre gli uomini coi quali conversava, intuivo qualcosa nel
suo sorriso che da un momento all'altro poteva trasformarsi in un ghigno.
La lieve curva delle spalle, simile a quella di un uccello rapace, conferiva al suo portamento un
che di intrigante. Soprattutto notai una peculiarit nello sguardo, una specie di severit, un rigore privo
di indulgenza che, col senno di poi, credo sia stato la ragione primaria del mio fissarla tanto affascinato
quella sera.
Poi, mentre entrambi la stavamo ancora osservando, la donna si volt dalla nostra parte e,
riconoscendo il mio compagno, gli rivolse un rapido sorriso imperturbabile. L'uomo brizzolato
ricambi con un gesto di saluto e un rispettoso cenno del capo.
Una giovane senza dubbio affascinante, mormor conducendomi via. - Ma non ha senso che un
giovanotto come lei perda il proprio tempo a corteggiarla. Non vorrei sembrarle offensivo, lei mi pare
una persona proprio a modo. Ma, vede, quella  la signorina Hemmings. Sarah Hemmings.
Il nome non mi diceva nulla. Ma laddove la mia guida si era mostrata prima tanto scrupolosa
nel fornirmi ragguagli sui vari personaggi che mi indicava, questa volta si limit a pronunciarne il
nome aspettandosi chiaramente che lo riconoscessi. Perci tocc a me annuire esclamando: - Oh s.
Cos  quella la signorina Hemmings. Il gentiluomo si ferm di nuovo e pass in rassegna la sala dal
nostro nuovo punto di osservazione. - Dunque vediamo. Se non mi sbaglio, lei sta cercando qualcuno
che le dia una mano a farsi strada nella vita. Dico bene? Non si preoccupi. L'ho fatto anch'io da
giovane. Allora, vediamo. Chi abbiamo qui? - Poi si volt di scatto verso di me e aggiunse: - Non
ricordo esattamente che cosa intende fare nella vita. Ovvio, fino a quel momento non glielo avevo
detto. Ma a quel punto, dopo una breve esitazione, risposi semplicemente: - Il detective, signore. - Il
detective? Hum... - E non smetteva di osservare la sala. - Vuol dire... il poliziotto?
- Direi piuttosto l'investigatore privato. Annu. - Ma certo. Ma certo -. E continu a tirare dal
sigaro, assorto nei suoi pensieri. Poi disse:- Non le interesserebbero per caso i musei? Lo vede quel tipo
laggi? Lo conosco da anni. E nei musei. Teschi, reperti, sa, roba del genere. Non le interessa, eh?
Immaginavo -. Senza distogliere lo sguardo dalla sala, di quando in quando allungava il collo come se
cercasse qualcuno in particolare. - In effetti, - riprese a dire, - sono tanti i giovani che sognano di
diventare detective. Potrei dire che l'ho sognato io stesso, in un tempo pi fantasioso della mia vita.
Ci si sente cos pieni di ideali alla sua et. Si vorrebbe diventare il grande detective del
momento. Sradicare a mani nude tutto il male del mondo. Lodevole. Tuttavia, ragazzo mio, credo sia
meglio, come dire, assicurare qualche altra freccia al proprio arco. Perch in capo a un paio d'anni,
senza offesa, per carit, ma ben presto lei vedr le cose sotto una luce diversa. Le interessa
l'arredamento? Glielo chiedo perch quel signore laggi  niente meno che Hamish Robertson in
persona.
- Con tutto il rispetto, signore. L'ambizione che le ho appena confidato non  affatto un
capriccio passeggero. Ma una vocazione che ho da una vita. - Una vita? Vuol dire la sua? Ma quanti
anni ha? Ventuno?
Ventidue? Be', suppongo che non dovrei scoraggiarla. Dopo tutto, se i nostri giovani
smettessero di accarezzare prospettive tanto idealistiche, chi altro potrebbe farlo? E senza dubbio,
figliolo, lei ritiene il mondo attuale assai pi crudele di quello di trent'anni fa, dico bene? Pensa che la
civilt sia ormai sull'orlo dell'abisso e cos via?
- A essere sincero, signore, - replicai bruscamente, - si da il caso che la pensi proprio cos. -
Ricordo bene quando lo credevo anch'io -.
Improvvisamente il suo sarcasmo aveva lasciato il posto a un tono raddolcito, e mi parve
persino che gli occhi gli si riempissero di lacrime. - E come mai, figliolo, secondo lei? Il mondo sta
davvero diventando pi crudele? La specie Homo sapiens sta degenerando?
- Non saprei, signore, - replicai, questa volta pi gentile. - Posso solo dire, da osservatore
obiettivo della realt, che i criminali diventano ogni giorno pi astuti. Si sono fatti pi ambiziosi, pi
audaci, e la scienza ha messo a loro disposizione un'intera gamma di nuovi strumenti sofisticati. -
Capisco. E senza giovani di talento come lei dalla nostra, il futuro si fa tetro, giusto? - Scosse
tristemente il capo. - Pu darsi che ci sia del vero in quel che dice.  troppo facile per un vecchio fare
dell'ironia. Forse lei ha ragione, figliolo.
Forse abbiamo lasciato correre su tante cose troppo a lungo. Il gentiluomo brizzolato torn a
chinare la testa al passaggio di Sarah Hemmings. Si muoveva tra la folla con una sorta di grazia altera,
facendo andare lo sguardo da sinistra a destra in cerca, mi pareva, di qualcuno che lei giudicasse degno
della sua presenza. Notando il mio compagno, gli rivolse lo stesso breve sorriso di poco prima, senza
rallentare il passo. Per una frazione di secondo, gli occhi le caddero su di me, ma quasi
istantaneamente, senza darmi neanche il tempo di abbozzare un sorriso, mi cancell dal suo orizzonte e
si avvi a raggiungere qualcuno che aveva individuato sul lato opposto della sala.
Pi tardi quella sera, seduto con Osbourne su un taxi che ci riportava a Kensington, cercai di
scoprire qualcosa di pi sul conto di Sarah Hemmings. Bench insistesse a dire di aver trovato la serata
noiosa, Osbourne pareva compiaciuto e desideroso di riferirmi in dettaglio tutte le conversazioni da lui
sostenute con personaggi influenti. Non era facile in quel frangente portare l'argomento su Sarah
Hemmings, senza correre il rischio di apparire troppo curioso. Alla fine, tuttavia, riuscii a fargli dire: -
La signorina Hemmings? Ah, s. E stata fidanzata con Herriot-Lewis.
Sai, il direttore d'orchestra. Solo che poi lui ha diretto quel concerto di Schubert alla Albert Hall
l'autunno scorso. Ti ricordi, che fiasco?
E quando ebbi confessato la mia ignoranza in proposito, Osbourne prosegu: - Non volarono
sedie in palcoscenico, credo solo perch erano avvitate al pavimento. Il tizio del Times defin
l'evento un'assoluta parodia. O forse uno scandalo? In ogni caso, non gli piacque granch. - E la
signorina Hemmings... - Lo scaric come una patata bollente. Restituendogli, a quanto pare, l'anello di
fidanzamento. E da allora lo ha sempre tenuto a considerevole distanza. - Solo per un concerto?
- Be', fu piuttosto atroce, in effetti. Fece grande scalpore. La rottura del fidanzamento, intendo.
Ma che accolita di impiastri, questa sera.
Secondo te, Banks, ci ridurremo cos anche noi a quell'et?
Nel corso di quel primo anno dopo Cambridge, pi o meno per quanto dur la mia amicizia con
Osbourne, mi ritrovai a frequentare con una certa regolarit altri eventi mondani. Se ripenso ora a quel
periodo della mia vita, mi appare come straordinariamente frivolo. Un susseguirsi di cene, colazioni,
cocktail party tenuti in genere in case private nelle zone di Bloombsbury e Holborn. Ero deciso a
lasciarmi alle spalle la goffaggine mostrata quella sera al Charingworth Club, e il mio atteggiamento si
fece sempre pi sicuro in circostanze analoghe. Non sarebbe anzi irragionevole dire che per un po'
venni a occupare un posto all'interno di una certa mondanit londinese. La signorina Hemmings non
frequentava il mio ambiente in particolare, ma ogni volta che facevo il suo nome a un amico, scoprivo
che tutti la conoscevano. Inoltre, la intravedevo di quando in quando alle cerimonie oppure, pi spesso,
nelle tea-room dei grandi alberghi.
Comunque, in un modo o nell'altro, finii per accumulare un discreto bagaglio di informazioni
riguardanti la sua carriera nell'alta societ londinese. Che strano ricordare il tempo in cui tutto quel che
sapevo sul suo conto si riduceva a una serie di vaghe impressioni di seconda mano! Non mi ci volle
molto a constatare che erano in parecchi a non nutrire una buona opinione di lei. Anche prima della
vicenda che port alla rottura del fidanzamento con Anthony Herriot-Lewis, doveva essersi fatta
parecchi nemici grazie a ci che molti definivano la sua franchezza. Gli amici di Herriot-Lewis - la
cui obiettivit sulla questione specifica a dire il vero risultava quanto meno discutibile - ricordavano
con quanta determinazione avesse corteggiato il musicista.
Altri la accusavano di aver strumentalizzato proprio gli amici di Herriot-Lewis allo scopo di
conoscerlo. Il successivo abbandono, dopo tanta pervicacia, era visto da alcuni come inspiegabile, da
altri pi semplicemente come la dimostrazione definitiva del suo assoluto cinismo. D'altra parte, per,
mi capit spesso di imbattermi anche in persone che parlavano piuttosto bene della signorina
Hemmings. La dipingevano come intelligente, affascinante, complicata. Le donne in particolare
difendevano il suo diritto a rompere un fidanzamento, qualsiasi ragione l'avesse indotta a farlo.
Tuttavia, anche i suoi difensori erano d'accordo nel trovarla un nuovo tipo di snob, una persona che
considerava gli altri degni di rispetto, solo a patto che possedessero un nome illustre. E devo dire che,
osservandola da lontano come feci quell'anno, riscontrai in lei ben poco che potesse contrastare simili
convinzioni. Anzi, certe volte ebbi l'impressione che fosse incapace di respirare altro se non l'atmosfera
che aleggia intorno alle celebrit. Per qualche tempo frequent l'avvocato Henry
Quinn, ma solo per allontanarsene in seguito alla sua sconfitta professionale nel caso Charles
Browning. Si diffusero poi dicerie riguardo a una sua intensa amicizia con James Beacon, al tempo un
giovane ministro rampante. In ogni caso, a quel punto, avevo capito perfettamente che cosa intendesse
dire il gentiluomo brizzolato quando affermava che a un tipo come me corteggiare la signorina
Hemmings non conveniva.
Naturalmente non avevo afferrato subito il senso delle sue parole. Ma una volta che l'ebbi
compreso, mi ritrovai a seguire le vicende della signorina Hemmings con particolare interesse,
quell'anno. Ciononostante, non ebbi occasione di parlarle che un pomeriggio di due anni dopo il nostro
primo incontro al Charingworth Club. Stavo prendendo un t al Waldorf Hotel con un conoscente,
quando per un imprevisto questi dovette allontanarsi. Sedevo perci da solo nella sala del Palm Court,
assaporando panini dolci e confettura di frutta, quando notai la signorina Hemmings, altrettanto sola, a
un tavolo in terrazza. Come ho gi detto, non era affatto la prima volta che la incontravo di sfuggita in
locali del genere, ma quel pomeriggio le cose erano un po' diverse.
Era infatti trascorso appena un mese dalla conclusione del caso Mannering, e vivevo ancora
come su una nuvola. Di certo, il periodo successivo al mio primo trionfo pubblico fu piuttosto
inebriante: all'improvviso mi si spalancarono nuove porte, ricevevo montagne di inviti dagli ambienti
pi disparati; gente che in passato si era mostrata con me poco pi che cordiale, dava in esclamazioni al
mio ingresso in una sala. Non sorprende che avessi un po' perso le coordinate della vita. In ogni caso,
quel pomeriggio al Waldorf, mi ritrovai ad alzarmi e dirigermi verso la terrazza. Non so bene che cosa
mi aspettassi. Di nuovo,  tipico del compiacimento di quei giorni il fatto che non mi sia soffermato a
domandarmi se la signorina Hemmings sarebbe stata poi cos entusiasta di fare la mia conoscenza.
Forse la scintilla del dubbio mi attravers la mente, mentre superavo il pianista e raggiungevo il tavolo
al quale lei sedeva leggendo un libro. Ma ricordo di essermi sentito piuttosto soddisfatto del timbro
della mia voce, cortese e disinvolta, mentre le dicevo: - Voglia scusarmi, ma ritengo sia venuto il
momento di presentarmi.
Abbiamo cos tanti amici comuni. Sono Christopher Banks. Riuscii a pronunciare il mio nome
con voce squillante, ma a quel punto la mia sicurezza aveva incominciato ad attenuarsi. Infatti la
signorina Hemmings aveva sollevato su di me uno sguardo freddo e indagatore. E nel silenzio che
segu, diede una rapida occhiata al libro, come se dalle sue pagine fosse uscito un lamento. Infine disse,
con voce assai perplessa: - Ah s? Piacere di conoscerla. - Il caso Mannering, - dissi io stupidamente. -
Deve averne letto sui giornali. - Si. Lei ha condotto le indagini. Fu questa affermazione, pronunciata
con tanta disinvoltura, a spiazzarmi. Perch era come se l'avesse detto senza rendersi conto di quel che
significava; come una frase qualsiasi dalla quale era possibile dedurre che la signorina era
perfettamente al corrente della mia identit sin dal principio e ciononostante non riusciva a spiegarsi le
ragioni della mia presenza al suo tavolo.
All'improvviso sentii l'euforia inebriante delle precedenti settimane svaporare. E credo fu
allora che, dando in una risatina nervosa, capii come, a dispetto della palese ingegnosit delle mie
indagini, e di tutti i complimenti ricevuti dagli amici, il caso Mannering avesse sul mondo una
risonanza inferiore a quella che gli avevo attribuito. Molto probabilmente scambiammo qualche
civilissima battuta prima che dessi inizio alla ritirata verso il mio tavolo. E mi sembra oggi che la
signorina Hemmings avesse tutto il diritto di reagire in quel modo; che assurdit pensare che il caso
Mannering potesse bastare a far colpo su di lei! Eppure ricordo che, una volta risedutomi, mi sentii
infuriato e depresso. Pensai di aver fatto la figura dell'idiota non solo con la signorina Hemmings, ma
di non aver fatto altro per tutto il mese precedente e pensai che anche i miei amici, tra tante
congratulazioni, potessero aver riso di me. In capo all'indomani, ero giunto ad accettare l'idea di
essermi pienamente meritato lo smacco ricevuto. Ma l'episodio al Waldorf suscit probabilmente in me
un certo rancore nei confronti della signorina Hemmings, un sentimento del quale non mi sono mai
liberato del tutto e che ha senza dubbio contribuito al verificarsi dell'increscioso incidente di ieri sera.
Al tempo, tuttavia, mi sforzai di interpretare l'accaduto come un episodio provvidenziale. In fondo mi
aveva fatto intendere quanto sia facile lasciarsi distrarre da ci che pi ci sta a cuore. La mia intenzione
era di combattere il male, in particolar modo nelle sue manifestazioni insidiose e sinistre, il che aveva
assai poco a che fare con la mia attuale rincorsa alla celebrit nei circoli mondani. Incominciai pertanto
a uscire di meno per immergermi invece molto di pi nel mio lavoro. Studiai casi famosi del passato, e
acquisii nuovi campi di competenza che un giorno avrebbero potuto rivelarsi utili. Sempre in questo
periodo, incominciai ad analizzare la vita professionale dei vari investigatori che avevano lasciato
traccia delle loro imprese, scoprendo di essere in grado di fare un distinguo tra coloro che si erano
guadagnati una reputazione grazie a successi consolidati e chi invece doveva il proprio nome
essenzialmente alla posizione di cui godeva in certi ambienti; arrivai a capire che c'erano due modi per
diventare qualcuno nella mia professione, uno vero e uno falso. In breve, a dispetto della soddisfazione
provata ricevendo numerose proposte di amicizia in seguito al caso Mannering, dopo quell'incontro al
Waldorf mi torn in mente l'esempio dei miei genitori, e decisi di non permettere ad alcuna frivolezza
di sviarmi dal mio intento.
...
.
...
CAPITOLO SECONDO.
.
Dal momento che sto richiamando alla mente il periodo della mia vita che segu il caso
Mannering, vale forse la pena che ricordi anche il mio inatteso incontro con il colonnello Chamberlain
dopo tutti quegli anni.
Considerato il ruolo che egli ebbe in un momento tanto cruciale della mia infanzia, pu
sorprendere che non fossimo rimasti in rapporti pi stretti. Tuttavia, qualunque ne fosse la ragione, le
cose andarono cos, e quando in effetti lo rividi, un paio di mesi dopo l'incontro con la signorina
Hemmings al Waldorf, fu del tutto casualmente. Mi trovavo in una libreria su Charing Cross Road in
un pomeriggio piovoso e stavo osservando un'edizione illustrata dell'Ivanhoe. Da un po' ero
consapevole dell'incombente presenza di qualcuno alle mie spalle e, credendo che desiderasse avere
accesso a quella zona dello scaffale, mi ero fatto di lato. Notando per che lo sconosciuto continuava a
girarmi intorno, alla fine mi voltai. Riconobbi subito il colonnello, perch il suo aspetto fisico era
cambiato pochissimo. Ai miei occhi di adulto, tuttavia, egli mi apparve pi umile e trasandato della
figura che ricordavo dai tempi dell'infanzia. Indossava un impermeabile e mi guardava timidamente e
fu solo quando esclamai: - Ah,  lei, colonnello! - che si apr in un sorriso e mi tese la mano. - Come
va, figliolo? Ero certo che fossi tu. Buon Dio. Come stai?
Gli occhi gli si riempirono di lacrime, ma i suoi modi rimasero impacciati, quasi temesse di
infastidirmi rammentandomi il passato.
Feci del mio meglio per mostrarmi contento di rivederlo e, poich fuori era scoppiato un
acquazzone, rimanemmo a conversare nello spazio angusto della libreria.
Scoprii che abitava ancora nel Worcerstershire, e che dovendo venire a Londra per un funerale,
aveva deciso di concedersi qualche giorno.
Quando gli domandai dove alloggiasse, mi diede una risposta vaga, portandomi a sospettare
che avesse scelto una sistemazione modesta.
Prima di congedarci, lo invitai a cenare con me la sera dopo, proposta che egli accolse con
entusiasmo, anche se mi parve un po' perplesso quando nominai il Dorchester. Io per volli insistere. -
 il meno che possa fare dopo tante cortesie ricevute in passato, - spiegai e alla fine lo convinsi a
cedere. Ripensandoci ora, la mia scelta del Dorchester mi pare il colmo dell'indelicatezza. Dopo tutto,
avevo gi capito che il colonnello era a corto di finanze; avrei dovuto sapere quanto lo avrebbe umiliato
non poter pagare almeno la sua parte di conto. Ma al tempo pensieri simili nemmeno mi balenavano in
mente; ero troppo preoccupato, temo, di far colpo sul vecchio mostrandogli fino in fondo la
trasformazione che si era verificata in me da quando ci eravamo visti l'ultima volta. In questo senso,
devo aver raggiunto in pieno lo scopo. Si d il caso infatti che proprio in quel periodo fossi stato
invitato al Dorchester in due occasioni, perci la sera che vi andai con il colonnello Chamberlain, il
sommelier mi accolse con un sono lieto di rivederla, signore. Poi, dopo aver assistito allo scambio di
facezie tra me e il matre, mentre ci apprestavamo a consumare il primo, il colonnello scoppi in una
risata improvvisa. - E pensare - disse - che ho di fronte lo stesso piccolo moccioso piagnucolante che
mi gironzolava attorno su quella nave!
Si concesse ancora qualche risata, poi si interruppe bruscamente, forse per paura di aver
commesso un errore alludendo all'argomento. Ma io sorrisi tranquillo e dissi: - Chiss che tormento
sono stato per lei durante il viaggio, colonnello.
Il volto del vecchio si rabbui per un istante. Poi disse con aria solenne: - Considerate le
circostanze, mi sembravi molto coraggioso, ragazzo mio. Straordinariamente coraggioso.
A quel punto, ricordo, ci fu un silenzio un po' imbarazzato che si sciolse quando entrambi
commentammo il sapore delicato della minestra.
Al tavolo accanto una signora pingue, carica di gioielli, stava ridendo di gusto, e il colonnello
la fiss in modo non troppo discreto. Poi parve aver preso una decisione. - La sai una cosa buffa? -
disse. - Ci pensavo questa sera prima di uscire. La prima volta che ci vedemmo.
Chiss se te ne ricordi, figliolo. Immagino di no. In fondo dovevi avere tutt'altro per la testa in
quel frangente. - Al contrario, - dissi io. - Ho un ricordo vivissimo dell'episodio. Non mentivo. Ancora
adesso, se chiudo gli occhi per un istante, sono perfettamente in grado di riandare a quella luminosa
mattina a Shanghai nell'ufficio del signor Harold Anderson, il superiore di mio padre all'interno della
grossa societ commerciale Morganbrook & Byatt. Stavo seduto su una sedia che odorava di cuoio
lucidato e legno di quercia, il tipo di sedia che generalmente sta dietro scrivanie monumentali, ma che
per l'occasione era stata trasferita al centro della stanza. Intuivo che era il posto riservato solo ai
personaggi pi importanti, ma, data la gravit della circostanza, o forse volendo procurarmi un po' di
conforto, quella volta era stata offerta a me. Ricordo che, per quanto facessi, non riuscivo a inventare
un modo dignitoso di starci seduto; in particolare, non c'era posizione che mi consentisse di tenere i
gomiti contemporaneamente sui due bei braccioli di legno intagliato.
Inoltre, quella mattina indossavo una giacca nuovissima di una ruvida stoffa grigia - chiss da
dove era saltata fuori - e mi vergognavo molto di come mi avessero costretto ad abbottonarla quasi fino
al mento. La stanza stessa aveva soffitti importanti molto alti, una carta geografica appesa alla parete,
alle spalle della scrivania del signor Anderson, e certi finestroni dai quali entrava il sole accompagnato
da una lieve brezza. Immagino ci fossero dei ventilatori a pale sopra di noi, ma non me li ricordo.
Quello che ricordo invece  di essere stato seduto in mezzo alla sala, come il fulcro di una discussione
molto seria. Tutto intorno, confabulavano degli adulti, per lo pi in piedi; di quando in quando alcuni di
loro si avvicinavano alle finestre e abbassavano la voce argomentando su un determinato punto.
Ricordo anche la mia sorpresa di fronte all'atteggiamento del baffuto e brizzolato signor Anderson nei
miei riguardi: pareva che fossimo due vecchi amici, tanto che per un momento pensai di averlo
frequentato quando ero pi piccolo e di essermene scordato. Solo molto pi tardi mi resi conto che non
avremmo potuto incontrarci prima di quella mattina. In ogni caso, aveva deciso di assumere con me il
ruolo del vecchio zio e non faceva che sorridermi, battermi sulla spalla, strizzarmi l'occhio e assestarmi
gomitate d'intesa. A un certo punto mi offr una tazza di t, dicendo: -Tieni, Christopher, questa ti far
star meglio, - e si era chinato a scrutarmi, mentre la prendevo. Seguirono altri mormorii e
confabulazioni in giro per la stanza. Poi il signor Anderson mi comparve di fronte un'altra volta e disse:
- Allora, Christopher,  tutto deciso. Questo  il colonnello Chamberlain. Si  gentilmente assunto
l'incarico di accompagnarti sano e salvo in Inghilterra. Ricordo che subito dopo sulla sala cal il
silenzio. Mi parve anzi che tutti gli adulti si ritraessero contro le pareti come spettatori. Indietreggi
persino il signor Anderson, atteggiando le labbra in un estremo sorriso di incoraggiamento. Fu allora
che il mio sguardo incontr per la prima volta il colonnello Chamberlain. Mi si avvicin lentamente, si
chin per guardarmi in faccia e mi tese la mano. Avevo la sensazione che avrei dovuto alzarmi e
stringergliela, ma il suo gesto era stato talmente improvviso e io mi sentivo tanto bloccato su quella
sedia, che avevo finito per afferrargli la mano restando seduto. Poi ricordo che lui disse: - Povero
ragazzo. Prima tuo padre. Adesso tua madre. Devi sentirti come se il mondo intero ti fosse crollato
addosso. Ma domani, vedrai, ce ne andremo in Inghilterra noi due. Tua zia ti sta aspettando. Perci,
fatti coraggio. Presto rimetterai insieme tutti i pezzi. Per un attimo non riuscii a proferire parola. Poi,
finalmente, dissi: -  davvero molto gentile da parte sua, signore. Le sono molto grato dell'offerta, e
spero che non vorr considerarmi scortese. Ma non occorre che si preoccupi, signore. Credo che per il
momento non dovrei andare in Inghilterra, -.E, dato che il colonnello non replicava, proseguii: - Perch,
vede, signore, gli investigatori stanno lavorando moltissimo per ritrovare mia madre e mio padre. Sono
i migliori di Shanghai. Sono convinto che li troveranno di certo molto presto. Il colonnello annuiva. -
Sono sicuro che le autorit stanno facendo quanto  possibile. - Perci, vede, signore, per quanto io
apprezzi la sua gentilezza, ritengo che questa partenza per l'Inghilterra non sia necessaria. Ricordo che
a quel punto un mormorio attravers la stanza.
Il colonnello continu ad annuire, come per valutare bene la situazione. -  possibile che tu
abbia ragione, figliolo, - disse alla fine. - Spero proprio che sia cos. Ma perch non vieni comunque
con me, per prudenza? E non appena li troveranno, i tuoi genitori potranno farti tornare. O magari,
chiss. Potrebbero decidere di raggiungerti in Inghilterra. Allora, che ne dici? Andiamocene in
Inghilterra tu e io domani. Poi aspettiamo e vediamo che succede. - Ma, vede, signore, mi scusi. Vede, i
detective che stanno cercando i miei genitori, sono il meglio del meglio. Non ricordo con esattezza che
cosa abbia replicato il colonnello. Pu darsi che si sia limitato ad annuire di nuovo. In ogni caso,
l'attimo dopo, si chin ancor pi vicino e mi appoggi una mano sulla spalla. - Ascolta. Capisco come
ti devi sentire. Il mondo intero ti  crollato addosso. Ma devi farti coraggio. E poi, c' tua zia in
Inghilterra. Ti sta aspettando, capisci? Non possiamo deludere una signora a questo punto, dico bene?
Quella sera, seduti davanti alla nostra minestra, mentre gli riferivo il mio ricordo delle sue
ultime parole, mi aspettavo che avrebbe riso. Il colonnello, invece, disse solenne: - Mi facevi cos pena,
figliolo. Cos tanta pena -. Poi, forse rendendosi conto di aver frainteso il mio stato d'animo, aggiunse
con pi leggerezza: - Ricordo l'attesa al porto insieme a te. Continuavo a ripetere: Vedrai. Ci
divertiremo un mucchio sulla nave. Ce la spasseremo sul serio. E tu a tua volta ripetevi: Sissignore.
Sissignore. Sissignore. Poi, per qualche minuto, gli concessi di riandare con la memoria a una serie di
vecchie conoscenze presenti nell'ufficio del signor Anderson quel mattino. I loro nomi, senza eccezione
di sorta, non significavano nulla per me.
Alla fine il colonnello tacque e un'ombra attravers il suo volto. - Quanto ad Anderson, - disse,
- quell'uomo non mi  mai piaciuto. C'era qualcosa di ambiguo in lui. C'era qualcosa di ambiguo in
tutta la storia, a mio parere. Appena ebbe finito di pronunciare quella frase, sollev lo sguardo su di me.
E prima che potessi replicare, riprese a parlare concitatamente, trasferendo la conversazione
sull'argomento del nostro viaggio in Inghilterra che senza dubbio giudicava pi sicuro.
Poco dopo, stava gi ridendosela al ricordo di alcuni passeggeri nostri compagni, degli ufficiali
di bordo, di certi piccoli episodi che avevo da tempo dimenticato o che addirittura mi erano passati
inosservati. Si stava divertendo e io lo incoraggiai a farlo, fingendo spesso di ricordare certi dettagli al
solo scopo di compiacerlo. Tuttavia, mentre proseguiva con le sue reminiscenze, per qualche ragione
incominciai ad irritarmi. Perch, a poco a poco, dal fondo di quegli aneddoti spensierati prese a
emergere un'immagine di me durante il viaggio nella quale non mi riconoscevo. La costante
insinuazione era che mi aggirassi sulla nave sempre di malumore e assorto nei miei pensieri, soggetto a
crisi di pianto per ogni nonnulla. Senza dubbio il colonnello trovava edificante attribuirsi il ruolo
dell'eroico guardiano e, dopo tutti quegli anni, capivo che contraddirlo sarebbe stato al tempo stesso
inutile e scortese. Ciononostante, come ho detto, sentivo crescere in me una certa irritazione. Perch in
base al mio ricordo, del tutto lucido, mi ero invece adattato con prontezza alla diversa realt della mia
condizione. Rammento benissimo che, lungi dal sentirmi triste nel corso del viaggio, ero invece
incuriosito dalla vita di bordo, non meno che dalla prospettiva del futuro che mi attendeva.
Naturalmente sentivo di quando in quando la mancanza dei miei genitori, ma ricordo di essermi
ripetuto che ci sarebbero sempre stati altri adulti che avrei finito con l'amare senza riserve.
Anzi, c'erano tra i passeggeri alcune signore che, avendo sentito che cosa mi era accaduto, si
davano un gran da fare a manifestarmi la loro compassione, e ricordo di aver provato nei loro confronti
pi o meno la stessa irritazione che sentii per il colonnello quella sera al Dorchester. La verit  che
non ero affatto disperato come gli adulti intorno a me sembravano supporre. In base ai miei ricordi,
esiste un'unica e sola circostanza nel corso di tutto quel lungo viaggio, nella quale posso
ragionevolmente aver meritato l'appellativo di piccolo moccioso piagnucolante, e persino quella si
verific subito dopo la partenza. Quella mattina il cielo era coperto; le acque intorno a noi molto cupe.
In piedi sul ponte del vapore tenevo lo sguardo fisso al porto che avevamo lasciato con la sua
confusione di barche, passerelle, capanne di fango, scuri pontili di legno e, alle sue spalle, i grandi
edifici del Bund di Shanghai, tutti ormai svaporanti nel tremolio di un'unica foschia. - Ebbene,
ragazzo? - aveva detto la voce del colonnello accanto a me. - Credi che tornerai un giorno?
- Sissignore. Credo che torner. - Vedremo. Una volta che ti sarai sistemato in Inghilterra, sono
certo che dimenticherai tutto questo molto in fretta. Shanghai non  un brutto posto. Ma otto anni qui
sono pi o meno il massimo che riesco a tollerare e oserei dire che anche tu ne hai avuto quanto basta.
Rischieresti di diventare un cinese. - Sissignore. - Ascolta, vecchio mio. Dovresti davvero farti animo.
Dopo tutto, stai andando in Inghilterra. Vai a casa. Furono quelle ultime parole, l'idea che stessi
tornando a casa, a far s che l'emozione avesse la meglio su di me per la prima e ultima volta nel
corso dell'intero viaggio, ne sono certo. E anche allora, le mie lacrime furono pi di rabbia che di
dolore. Le parole del colonnello infatti mi avevano profondamente offeso. Dal mio punto di vista, ero
diretto a una terra straniera nella quale non conoscevo anima viva, mentre la citt che si allontanava
dinanzi a noi conteneva tutto il mondo a me noto.
Soprattutto, i miei genitori erano ancora l, chiss dove, oltre quel porto, oltre il maestoso
profilo del Bund e, asciugandomi gli occhi, mi ero concesso un ultimo sguardo alla costa
domandandomi se non fosse possibile persino allora intravedere la figura di mia madre, o addirittura di
mio padre, che correvano sul molo agitando le braccia e gridandomi di tornare indietro. Ma in quel
momento sapevo anche che si trattava solo di una vana speranza infantile. E mentre guardavo la citt
dove ero vissuto farsi sempre meno distinta in lontananza, ricordo di essermi rivolto al colonnello e di
avergli detto tutto allegro: - Tra non molto dovremmo raggiungere il mare, non pensa, signore?
Credo tuttavia di essere riuscito a non tradire affatto la mia irritazione con il colonnello quella
sera. Di certo, quando sal a bordo di un taxi su South Audiey Street e ci congedammo, era di splendido
umore. Fu solo quando seppi della sua morte poco pi di un anno dopo che mi sentii un po' colpevole
di non essere stato pi affettuoso con lui durante la serata al Dorchester. In fondo, un tempo mi aveva
fatto un favore, e tutto quello che sapevo di lui ne faceva ai miei occhi una persona molto a modo.
Suppongo per che il ruolo che egli ebbe nella mia vita - il fatto cio di essere cos indissolubilmente
legato agli avvenimenti di quel particolare periodo - far per sempre di lui una figura ambigua nei miei
ricordi. Per almeno tre o quattro anni dopo l'episodio del Waldorf, i rapporti tra Sarah Hemmings e me
furono pressoch nulli. Ricordo di averla incontrata una volta a un cocktail party in un appartamento a
Mayfair. Gli invitati erano molto numerosi, ma non conoscendone la maggior parte, avevo deciso di
andarmene presto. Mi stavo avviando alla porta quando, proprio lungo il tragitto che mi separava
dall'uscita, intravidi Sarah Hemmings intenta a parlare con qualcuno. Il mio primo impulso fu di fare
dietrofront e dirigermi altrove. Ma questo accadeva poco dopo il mio successo per il caso Roger Parker,
e non potei fare a meno di domandarmi se la signorina Hemmings avrebbe ancora avuto l'ardire di
mostrarsi tanto altera quanto era stata pochi anni prima al Waldorf.
Perci continuai a farmi largo tra gli ospiti avendo cura di passare proprio davanti a lei. Cos
facendo, vidi il suo sguardo seguirmi per mettere a fuoco il mio viso. Mentre cercava di ricordare chi
fossi, un'espressione sorpresa le attravers il volto.
Poi affior in lei l'identificazione e, senza un sorriso, senza un cenno del capo, la donna torn a
rivolgere lo sguardo sulla persona con la quale stava parlando. Ma io non diedi molto peso all'accaduto.
Anche perch si era verificato in un periodo in cui ero profondamente assorbito da molteplici sfide
professionali. E sebbene mancasse ancora un buon anno intero prima che il mio nome acquisisse il
prestigio di cui gode attualmente, gi incominciavo ad apprezzare il grado di responsabilit che tocca a
un detective piuttosto rinomato. Avevo sempre saputo,  ovvio, che il compito di sradicare il male nelle
sue forme pi insidiose, spesso proprio quando  sul punto di farla franca, costituisce un'impresa
decisiva e solenne. Ma non fu che grazie all'esperienza di casi come quello dell'omicidio Roger Parker,
che potei mettere a fuoco quanto significhi per le persone - non solo per quelle direttamente coinvolte,
ma per l'opinione pubblica in senso lato - essere liberate da una simile odiosa malvagit. Di
conseguenza, sempre pi fermo si fece in me il proposito di non permettere alle pi frivole priorit
della vita mondana londinese di distogliermi dal mio lavoro. E incominciai a comprendere, forse,
qualcosa di ci che aveva reso possibile l'atteggiamento assunto dai miei genitori. In ogni caso, le
preferenze di Sarah Hemmings non turbavano granch i miei pensieri in quel momento, ed  addirittura
possibile che avrei dimenticato del tutto la sua esistenza se quel giorno non mi fossi imbattuto in
Joseph Turner in Kensington Gardens. Ero impegnato nelle indagini di un caso nel Norfolk e mi
trovavo a Londra per qualche giorno con l'intenzione di studiare i miei copiosi appunti. Passeggiavo
per il parco in una mattina uggiosa, riflettendo sulle numerose circostanze anomale riguardanti la
scomparsa della vittima, quando in lontananza qualcuno mi salut e non feci fatica a riconoscere
Turner, un tale che avevo frequentato qualche volta in societ. Questi si affrett a venirmi incontro e,
dopo avermi chiesto come mai mi fossi fatto vedere cos poco in giro ultimamente, mi invit a una
cena organizzata da lui e da un suo amico per quella sera.
Quando educatamente declinai l'invito, affermando che il caso di cui mi occupavo esigeva
tutto il mio tempo e la mia concentrazione, egli disse: - Peccato. Ci sar anche Sarah Hemmings, che
non vede l'ora di scambiare due chiacchiere con te. - La signorina Hemmings?
- Te la ricordi, vero? Lei di certo non ti ha dimenticato. Mi ha detto che vi siete conosciuti
appena, qualche anno orsono. Non fa che lamentarsi del fatto che non ti si incontri pi da nessuna
parte.
Resistendo all'impulso di lasciarmi andare a qualche commento, mi limitai a replicare: -
Ebbene, ti prego di porgerle i miei omaggi.
Lasciai Turner poco dopo, ma devo confessare che, di ritorno alla mia scrivania, mi ritrovai in
qualche misura distratto dalla notizia di Sarah Hemmings apparentemente desiderosa di incontrarmi.
Infine, mi dissi che con ogni probabilit Turner doveva aver commesso un errore o, per lo meno, aver
enfatizzato il discorso allo scopo di invogliarmi ad accettare l'invito. Tuttavia nel corso dei mesi
successivi mi giunsero alle orecchie altre voci analoghe. Qualcuno aveva sentito Sarah Hemmings
esprimere il proprio disappunto di fronte al fatto che, pur essendo stati un tempo amici, le fosse ormai
diventato impossibile trovarmi.
Inoltre, da pi di una fonte, mi giunse notizia che la giovane donna minacciava di venirmi a
stanare. Infine, la settimana scorsa, mentre soggiornavo nel villaggio di Shackton nell'Oxfordshire,
per svolgere certe indagini sul caso Studiey Grange, la signorina Hemmings si  fatta viva di persona,
immagino con l'intenzione di tener fede a quanto detto.
Avevo trovato il giardino cintato - contenente lo stagno nel quale era stata rinvenuta la salma di
Charles Emery - nel terreno sottostante la casa. Quattro gradini in pietra mi avevano condotto
all'interno di uno spazio rettangolare tanto riparato da ogni minimo raggio di sole che, persino in quella
mattina piena di luce, tutto ci che avevo intorno era immerso nell'ombra. I muri stessi erano foderati
d'edera, ma per qualche ragione era impossibile evitare di sentirsi dentro una sorta di cella a cielo
aperto. Lo stagno dominava il piccolo scenario. Bench parecchie persone mi avessero assicurato che
conteneva dei pesci rossi, non vi scorgevo alcun segno di vita; era anzi difficile immaginare come in
quell'acqua malsana potesse sopravvivere qualunque cosa: un luogo decisamente adatto al ritrovamento
di un cadavere. Tutto intorno allo specchio d'acqua erano disposte a cerchio delle lastre di pietra
affondate nel fango e ricoperte di muschio. Direi che potevo essere l da una ventina di minuti -
sdraiato a terra prono, stavo analizzando con la lente di ingrandimento una lastra aggettante sullo
stagno - quando incominciai a sentire la presenza di qualcuno che mi osservava.
In un primo momento, immaginai che si trattasse di un membro della famiglia venuto a
tormentarmi ancora con una raffica di domande. Poich precedentemente avevo pi volte richiesto di
non essere interrotto sul lavoro, decisi, a costo di apparire scortese, di fingere di non aver notato nulla.
A un certo punto sentii un rumore, come di una scarpa che gratti sulla pietra, provenire da poco lontano
l'entrata del giardino.
Ormai stava incominciando a sembrare innaturale che io rimanessi tanto a lungo in quella
posizione e, in ogni caso, avevo concluso le indagini utili che potevo ragionevolmente condurre in quel
modo. Non avevo inoltre del tutto dimenticato di trovarmi quasi nel luogo esatto dove era stato
commesso un omicidio, e che l'assassino era tuttora a piede libero. Un brivido mi percorse mentre mi
rimettevo goffamente in piedi e, spolverandomi gli abiti, mi voltavo per affrontare l'intruso. La vista di
Sarah Hemmings mi procur come  ovvio una discreta sorpresa, ma sono certo che la mia espressione
non rivel nulla di insolito. Mi ero preparato a mostrarmi infastidito, e suppongo che fu proprio cos
che la signorina mi vide, poich le sue prime parole furono: - Oh! Non intendevo spiarla. Ma mi
sembrava un'occasione da non perdere.
Osservare un grande intento al proprio lavoro, voglio dire. Scrutai il suo viso con attenzione,
ma non riuscii a scorgervi alcun segno di sarcasmo. Ciononostante, mantenni un tono di voce
distaccato mentre replicavo: - Signorina Hemmings.
Un'apparizione davvero inattesa. - Ho sentito dire che era qui. Sto trascorrendo qualche giorno
presso un'amica a Pemleigh. Si trova poco lontano. Tacque, senza dubbio in attesa che io ribattessi. Il
mio successivo silenzio, tuttavia, non parve turbarla affatto ed ella prese al contrario ad avvicinarsi. -
Sono una buona amica della famiglia Emery, lo sapeva? - prosegu. - Una vicenda atroce, questo
omicidio. -
S, atroce. - Dunque crede anche lei che si sia trattato di un omicidio. Be', mi pare che questo
escluda in qualche modo ogni ulteriore dubbio. Ha una teoria, signor Banks?
Mi strinsi nelle spalle. - Mi sono fatto alcune idee in proposito, s. -
E un vero peccato che gli Emery non si siano rivolti a lei subito dopo l'accaduto l'aprile scorso.
Insomma, affidare un caso simile a Celwuyn Henderson! Che si aspettavano? Quell'uomo andava
lasciato fuori dalla storia da un pezzo. Il che dimostra solo quanto la gente possa perdere il contatto con
la realt vivendo quass. A Londra, chiunque sarebbe stato in grado di riferire ogni cosa sul suo conto.
Confesso che quest'ultimo commento in qualche modo mi incurios, e dopo un attimo di esitazione mi
ritrovai a domandarle: - Mi scusi, ma riferire che cosa, esattamente? - Ma che lei  l'investigatore pi
geniale d'Inghilterra, naturalmente.
Avremmo potuto dirglielo la primavera scorsa, ma agli Emery  occorso tutto questo tempo per
arrivarci. Meglio tardi che mai, forse, anche se immagino che gli indizi si siano un po' persi per strada
nel frattempo.
- Si da il caso che esistano invece alcuni vantaggi nell'assumere un caso qualche tempo dopo il
verificarsi degli eventi. - Davvero? Molto affascinante. Ho sempre pensato che la tempestivit fosse
essenziale per, come dire, fiutare la verit. - Al contrario, non  mai troppo tardi, come ha detto lei, per
fiutare la verit. - Non trova deprimente tuttavia il modo in cui questo delitto ha influito sullo spirito
della gente del luogo? E non solo dei familiari. E tutta Shackton che ha incominciato a guastarsi. Una
volta era una cittadina commerciale piena di vita. E la osservi adesso: la gente non osa nemmeno pi
guardarsi negli occhi. Questa vicenda li ha trascinati in una palude di sospetti. Voglio dirle una cosa,
signor Banks, se lei risolver questo caso, la ricorderanno per sempre qui. -
Lo crede davvero? Sarebbe curioso. - Non ho dubbi in proposito. Gliene sarebbero talmente
grati. S, si continuerebbe a parlare di lei per generazioni. Diedi in una breve risata. - Sembra che lei
conosca bene il paese, signorina Hemmings. E dire che immaginavo trascorresse tutto il suo tempo a
Londra. - Oh, posso tollerare Londra solo per un poco, poi devo venirmene via. Non sono un'autentica
cittadina, sa?
- Lei mi sorprende. Ho sempre creduto che la vita di citt l'affascinasse parecchio. - E non si
sbagliava, signor Banks -. Una nota di risentimento si era insinuata nella sua voce, come se l'avessi
messa con le spalle al muro. - C' qualcosa che mi affascina della citt. Ha le sue... attrazioni, per me -.
Per la prima volta, allontan lo sguardo per rivolgerlo al giardino cintato tutto intorno. - Il che mi
ricorda, - disse. - Be', per essere onesta, non mi ricorda nulla.
Perch dovrei fingere? Non ho pensato ad altro mentre parlavamo.
Volevo chiederle un favore. - E di che si tratta, signorina Hemmings?
- So da fonti attendibili che lei  stato invitato alla cena della Fondazione Meredith. Tacqui un
istante prima di replicare: - S,  esatto. - Un grande onore, essere invitati alla sua et. Avr saputo che
quest'anno  in onore di Sir Cecil Medhurst. - S, mi pare di s. -
Ho anche sentito che probabilmente ci sar Charles Wolfe. - Il violinista?
Rise di cuore. - Le risulta che faccia anche altro? E anche Thomas
Byron, a quanto sembra. Era evidente che si stava emozionando, ma a quel punto distolse di
nuovo lo sguardo, osserv lo scenario circostante e fu percorsa da un lieve brivido.
- Non ha detto - le domandai alla fine -, che desiderava chiedermi un favore?
- Oh, s, s. Volevo che lei... desideravo che lei mi chiedesse di accompagnarla. Alla cena della
Fondazione Meredith. Adesso mi fissava con uno sguardo molto intenso. Mi ci volle un momento per
trovare una risposta, ma quando lo feci, le parole mi uscirono pacate. - Sarei lietissimo di accontentarla,
signorina Hemmings. Sfortunatamente per, ho gi risposto agli organizzatori qualche giorno fa. Temo
sia un po' tardi per informarli che desidero portare un'ospite... - Sciocchezze! - esclam incollerita. -
Attualmente il suo nome  sulla bocca di tutti. Se lei desidera recarsi alla cena accompagnato, saranno
felicissimi. Signor Banks, non avr intenzione di deludermi, spero. Non le renderebbe certo merito.
Dopo tutto, siamo buoni amici da un pezzo ormai. Quest'ultima affermazione mi riport alla mente la
vera storia della nostra cosiddetta amicizia, consentendomi di superare l'imbarazzo. - Signorina
Hemmings, - dissi in tono deciso, - si tratta di un favore che non  in mio potere concederle. Ma lo
sguardo negli occhi di Sarah Hemmings era pi che determinato. - Sono al corrente di ogni dettaglio,
signor Banks. Sar all'Hotel Claridge. Il prossimo mercoled. Intendo esserci. Attender quella sera con
ansia, e l'aspetter nell'atrio. - Per quanto ne so l'atrio dell'Hotel Claridge  aperto a qualunque persona
rispettabile. Se lei intende trascorrervi la serata di mercoled, non vedo come potrei impedirglielo,
signorina Hemmings. Mi scrut con attenzione, senza capire fino in fondo dove volessi arrivare. E
infine disse: - In tal caso, mi incontrer sicuramente l mercoled prossimo, signor Banks. - Come ho
gi detto, la cosa riguarda lei, signorina Hemmings. E adesso, se vuole scusarmi.
...
.
...
CAPITOLO TERZO.
.
Furono sufficienti pochi giorni per venire a capo del mistero riguardante la morte di Charles
Emery. La vicenda non suscit la stessa attenzione di certe mie indagini precedenti, ma la profonda
gratitudine della famiglia Emery, dell'intera comunit di Shackton, anzi, mi procur una soddisfazione
non inferiore a quella degli altri casi della mia carriera. Ritornai a Londra con una sensazione di acuto
benessere e di conseguenza non pensai molto al mio incontro con Sarah Hemmings nel giardino cintato
durante il primo giorno di ricerche. Non vorrei dire di essermi del tutto scordato delle sue affermazioni
riguardo alla cena della Fondazione Meredith, ma come ho gi detto, godevo di uno stato d'animo
esultante e suppongo di aver deciso di non soffermarmi su inezie del genere. Forse in cuor mio ero
convinto che la sua minaccia fosse stata soltanto uno stratagemma del momento. In ogni caso, ieri
sera, scendendo dal taxi di fronte all'Hotel Claridge, avevo la mente altrove. Per cominciare, riflettevo
su come i miei recenti trionfi facessero di me un personaggio pi che degno dell'invito ricevuto e come,
ben lungi dal domandarsi le ragioni della mia presenza, altri ospiti mi avrebbero con ogni probabilit
incoraggiato a rivelare i risvolti meno noti dei miei casi recenti. Stavo anche rammentando a me stesso
il proposito di non lasciare il ricevimento troppo presto, anche se ci comportava di dover sopportare
l'occasionale disagio della solitudine. Entrando nell'atrio imponente, ero perci del tutto impreparato
alla vista di Sarah Hemmings che mi attendeva con un sorriso radioso. Indossava uno splendido abito
di seta scura e qualche gioiello di gusto raffinato. Venendomi incontro, esibiva una tale sicurezza di
modi da trovare anche il tempo di rivolgere un saluto sorridente a una coppia che ci passava accanto. -
Ah, signorina Hemmings, - le dissi, e mentalmente mi sforzavo di ricostruire tutto quello che era
accaduto tra noi quel giorno a Studiey Grange. Sul momento, lo devo ammettere, mi parve
assolutamente possibile che fosse suo pieno diritto aspettarsi che le porgessi il braccio per condurla in
sala. Senza dubbio dovette rendersi conto della mia incertezza e parve diventare ancor pi sicura di s.
- Christopher, caro! - disse. - Ha un aspetto stupendo. Non ho parole! Oh, e mi  mancata l'occasione
per congratularmi con lei.  meraviglioso, quello che ha fatto per gli Emery.  stato cos geniale. - La
ringrazio. Non si trattava di un caso molto complesso. Ormai mi aveva preso sotto braccio e se si fosse
diretta subito verso l'usciere che indirizzava gli ospiti allo scalone d'ingresso, sono certo che non sarei
stato in condizioni di far altro che assecondarla. Ma a quel punto, lo capisco adesso, commise un
errore. Forse intendeva gustare appieno il momento; o forse la sua audacia l'aveva per un istante
abbandonata. In ogni caso, osservando gli altri ospiti disporsi in fila nell'atrio, disse: - Sir Cecil non 
ancora arrivato. Spero sinceramente di avere occasione di parlargli.  talmente giusto che il festeggiato
sia lui quest'anno, non trova?
- Senza dubbio. - Sa Christopher, sono convinta che tra pochi anni potremo ritrovarci tutti qui in
suo onore. Scoppiai a ridere. - Non credo proprio... - No, no. Ne sono certa. Be', forse dovremo
aspettare qualche annetto in pi. Ma quel giorno verr. -  gentile da parte sua dirlo, signorina
Hemmings. Parlando, continuava a tenermi sotto braccio. Piuttosto spesso qualcuno rivolgeva passando
un sorriso o un saluto a uno dei due. E devo riconoscere che mi appagava abbastanza l'idea di tutte
quelle persone per lo pi assai illustri che mi vedevano in compagnia di Sarah Hemmings. Mentre ci
salutavano, mi pareva di intuire al di l dei loro sguardi il pensiero: Oh, a quanto pare tocca a lui ora.
Del resto,  del tutto logico. Ben lungi dal farmi sentire idiota o anche solo minimamente umiliato, la
cosa mi riempiva d'orgoglio. Ma all'improvviso - e non saprei dire perch - sentii montarmi dentro una
furia inattesa nei suoi riguardi. Sono sicuro che non si verific alcun cambiamento percettibile nei miei
modi sul momento; anzi per qualche minuto seguitammo a conversare amabilmente, rivolgendo cenni
del capo ai successivi ospiti di passaggio accanto a noi. Quando per liberai il braccio dalla sua stretta e
mi voltai verso di lei, lo feci con una fermezza d'acciaio. - Ebbene, signorina Hemmings, sono stato
lietissimo di rivederla. Ora per devo lasciarla e andare di sopra per la cerimonia. Accennai un breve
inchino e mi incamminai. Il gesto la colse evidentemente alla sprovvista e, se aveva in serbo qualche
strategia per un mio eventuale rifiuto a collaborare, non fu in grado di metterla in atto in quel
particolare frangente. Soltanto quando mi fui allontanato di qualche passo ed ebbi di fatto raggiunto
un'anziana coppia che mi aveva in precedenza salutato, la signorina si decise infine a seguirmi. -
Christopher! - sussurr disperata. - Non oser! Me l'aveva promesso!
- Lei sa bene che non ho mai fatto niente del genere. - Non oser!
Christopher, non pu!
- Le auguro una piacevole serata, signorina Hemmings. E distogliendo lo sguardo da lei - oltre
che dall'anziana coppia di ospiti, i quali frattanto facevano del loro meglio per fingere di non sentire -
mi diressi spedito su per lo scalone. Appena raggiunsi il piano superiore, fui introdotto in un'anticamera
ben illuminata. Qui mi unii diligentemente agli ospiti in coda davanti a un banco dietro il quale sedeva
un uomo in divisa, dall'espressione gelida, che controllava su un registro i nomi di tutti. Quando venne
il mio turno, mi compiacqui di notare un lampo di emozione attraversare il viso imperturbabile
dell'usciere, mentre spuntava il mio nome dall'elenco. Firmai il libro degli ospiti e mi incamminai verso
una porta che conduceva in un'ampia sala gi affollata, Come potevo intravedere, da un folto numero di
invitati. Mentre varcavo la soglia e mi immergevo nel mormorio circostante, un uomo alto dalla fitta
barba scura mi salut stringendomi la mano. Immaginai che si trattasse di uno degli ospiti, ma non
riuscii a concentrarmi su ci che mi stava dicendo perch, a essere franco, trovavo difficile pensare ad
altro se non all'incidente verificatosi poco prima al piano di sotto. Provavo una curiosa sensazione di
vuoto e dovetti rammentare a me stesso che non avevo in nessun modo irretito la signorina Hemmings;
e che qualunque umiliazione le avessi inflitto dipendeva esclusivamente da lei. Ma mentre mi
congedavo dal gentiluomo con la barba e mi spingevo oltre nel salone, Sarah Hemmings continu a
dominare i miei pensieri. Notai appena un cameriere che mi si avvicinava con un vassoio carico di
aperitivi e cos pure varie altre persone che si voltavano per salutarmi. A un certo punto fui coinvolto in
una conversazione con tre o quattro uomini che risultarono essere tutti scienziati e che a quanto pare mi
conoscevano. Dovevo trovarmi in sala da un quarto d'ora all'incirca, quando percepii un vago
mutamento nell'aria e, guardandomi intorno, capii dagli sguardi e dal mormorio che si stava verificando
un leggero trambusto in prossimit della porta dalla quale eravamo entrati. Non appena l'ebbi notato,
mi colse una sensazione di sinistro presagio e il mio primo impulso fu quello di procedere oltre
all'interno del salone. Ma era come se una forza misteriosa mi trascinasse indietro verso la porta, e in
breve mi ritrovai di nuovo accanto all'uomo con la barba il quale frattanto dava le spalle al ricevimento
e osservava con un'espressione addolorata la scena che si stava svolgendo nell'anticamera. Lanciando
un'occhiata oltre la sua persona, potei constatare che la signorina Hemmings era in effetti al centro
dello scompiglio. Aveva infatti bloccato il procedere della coda di ospiti intenti a far registrare il
proprio nominativo all'ingresso.
Pur non gridando, era tuttavia chiaro che non le importava che qualcuno potesse udirla. La vidi
scrollarsi di dosso un anziano impiegato dell'albergo il quale tentava di trattenerla; poi, chinandosi sul
banco in modo tale da fissare ancor pi intensamente lo sguardo negli occhi dell'uomo dal volto gelido,
disse con voce prossima al pianto: - Lei non si rende conto.  molto semplice, io devo entrare, non lo
capisce? Ci sono tantissimi miei amici l dentro, manco solo io, le assicuro! La prego, sia ragionevole!
- Sono davvero spiacente, signorina... - replic l'uomo dal volto gelido. Ma Sarah Hemmings,
con una ciocca di capelli scomposta su un lato del viso, non lo lasci finire. - Si tratta solo di una
stupidissima festa, si rende conto? Nient'altro, la solita stupida festa! E per tanto poco, lei fa tutte
queste storie. Non posso crederci, davvero, non posso crederci!
Per un attimo tutti noi testimoni della scena sembrammo unirci in un imbarazzo agghiacciante.
Poi, l'uomo con la barba recuper prontezza di spirito e si diresse autorevolmente nell'anticamera. - Che
sta succedendo? - domand pacato. - Mia cara signora, c' forse stato un errore? Si calmi, la prego,
vedr che lo risolveremo. Mi consideri a sua disposizione -. Quindi, trasal ed esclam: - Ma, lei  la
signorina Hemmings, dico bene?
- Certo! Sono io! Non lo vede? Quest'uomo mi ha trattato in un modo terribile... - Ma, signorina
Hemmings, mia cara, non occorre alterarsi cos! Venga, allontaniamoci un momento... - No! No! Non
riuscir a portarmi via! Non lo accetto! Lo dico anche a lei, io devo, devo assolutamente entrare! L'ho
sognato cos a lungo... - Sono certo che si pu fare qualcosa per questa giovane signora, - disse un
uomo tra la folla degli astanti. - Che bisogno c' di essere cos meschini? Se si  presa il disturbo di
venire fin qui, perch non farla entrare?
Tale commento produsse un mormorio di assenso generale, anche se non mancai di notare
qualche smorfia di disapprovazione. L'uomo con la barba esit, poi parve aver deciso che la sua priorit
era di mettere fine alla scenata. - Ebbene, forse, date le circostanze... - E rivolgendosi all'uomo dal
volto gelido dietro il banco aggiunse: - Sono certo che possiamo trovare il modo di accogliere la
signorina Hemmings, non  d'accordo anche lei, signor Edwards?
Mi sarei anche trattenuto oltre, ma nel corso di quello scambio di battute mi aveva colto il
terrore che da un momento all'altro la signorina Hemmings potesse notarmi e trascinarmi dentro lo
sconveniente spettacolo delle sue accuse. In effetti, proprio mentre mi allontanavo, per un istante mi
fiss. Ma non disse nulla, e l'attimo dopo era gi tornata a rivolgere i propri occhi pieni di angoscia
sull'uomo con la barba. Colsi l'occasione per svignarmela in tutta fretta. Per i successivi venti minuti
circa, mi confinai nelle zone del salone pi lontane dalla porta. Un notevole numero di ospiti pareva
prendere la cerimonia in modo immotivatamente rispettoso, al punto che quasi tutte le conversazioni -
quelle che ebbi modo di udire, come quelle a cui partecipai - si limitavano a uno scambio di reciproci
complimenti. Una volta esauriti quelli, le persone si rifugiavano in sperticati elogi al festeggiato. A un
certo punto, dopo uno di tali discorsi nei quali venivano elencate con scrupolo le innumerevoli virt di
Sir Cecil, dissi all'anziano gentiluomo che l'aveva pronunciato: - A proposito, chiss se Sir Cecil  gi
arrivato?
Il mio compagno indic con il bicchiere, e poco lontano vidi l'alta figura dell'insigne statista
cortesemente protesa nell'atto di conversare con due signore di mezza et. Poi, proprio mentre lo stavo
osservando, notai Sarah Hemmings emergere dalla folla e farsi largo verso di lui. Non c'era pi traccia
della creatura indifesa di poc'anzi nell'anticamera. La donna era addirittura raggiante. Mentre la
guardavo, si avvicin a Sir Cecil senza la minima esitazione e gli appoggi una mano sul braccio.
L'anziano signore incominci a presentarmi qualcuno, perci fui costretto a distrarmi per un momento.
Quando tornai a rivolgere lo sguardo su Sir Cecil, vidi che le due signore erano state messe da
parte e assistevano con sorrisi imbarazzati alla conversazione nella quale la signorina Hemmings era
riuscita a coinvolgere completamente l'ospite d'onore. Vidi persino quest'ultimo rovesciare il capo
all'indietro e dare in una fragorosa risata per qualche cosa che la donna stava dicendo.
Di l a poco fummo condotti nella sala da pranzo intorno a un tavolo ampio e lungo sistemato
sotto sfavillanti lampadari. Provai sollievo nel constatare che alla signorina Hemmings era stato
assegnato un posto piuttosto lontano dal mio, e per un po' riuscii persino a godermi la serata. Conversai
a turno con le signore sedute al mio fianco ciascuna delle quali, in modo diverso, si rivel molto
affascinante, e assaporai la sontuosa raffinatezza delle portate. Eppure nel corso della cena mi sorpresi
di quando in quando a sporgermi in avanti per cogliere con lo sguardo la signorina Hemmings dall'altra
parte del tavolo e a riandare con la mente alle ragioni che mi avevano fatto credere di potermi
comportare con lei in quel modo. Si deve forse a questo genere di preoccupazioni il fatto che
attualmente non riesca a ricordare molto di pi della serata. A un certo punto verso la fine della cena ci
furono dei discorsi; vari personaggi si alzarono in piedi per ammassare elogi su Sir Cecil per il suo
contributo all'economia mondiale e, in particolare, per il ruolo da lui svolto nella fondazione della Lega
delle Nazioni. Infine, si alz lo stesso Sir Cecil. Il discorso, per quanto ricordo, fu modesto e
ottimistico. A suo parere, l'umanit aveva imparato dagli errori commessi e disponeva ormai di solide
strutture atte a impedire che si verificasse ancora sul pianeta una calamit della portata del primo
conflitto mondiale. La guerra, per quanto atroce, non rappresentava altro che una frattura
nell'evoluzione dell'Uomo nel corso della quale, per alcuni anni, il progresso aveva preceduto le
nostre capacit organizzative. Ci eravamo tutti sorpresi del rapido sviluppo della tecnologia e della
conseguente possibilit di muovere guerra con il supporto di armamenti moderni, ma ormai la distanza
era stata colmata. Messe a confronto con gli orrori che potevano scatenarsi, le forze della civilt
avevano avuto la meglio, imponendo la propria legge di pace. Il discorso procedeva su queste linee
essenziali e lo applaudimmo tutti calorosamente. Dopo cena, le signore non ci lasciarono, ma gli ospiti
furono invitati ad accomodarsi tutti insieme nel salone da ballo. Vi trovammo ad attenderci un quartetto
d'archi e camerieri con vassoi carichi di liquori, sigari e caff.
La gente incominci subito a circolare liberamente e l'atmosfera si fece di gran lunga pi
rilassata di quanto non fosse stata al tavolo del banchetto. Mi capit a un tratto di incrociare lo sguardo
della signorina Hemmings e mi sorprese molto constatare che mi sorrideva.
Il mio primo pensiero fu che si trattasse del sorriso di un nemico che sta tramando un'atroce
vendetta, ma, continuando a osservarla nel corso della serata, mi persuasi di aver avuto torto.
Mi resi conto infatti che Sarah Hemmings era completamente felice. Dopo mesi, forse persino
anni di preparativi, era riuscita a trovarsi in quel luogo e per quella occasione e, ottenuto lo scopo, era
in grado - un po' come, a quanto si dice, accade alle donne subito dopo il parto - di consegnare all'oblio
ogni ricordo del dolore sofferto durante il cammino. La vidi spostarsi da un gruppo all'altro e
conversare amabilmente. Pensai che avrei dovuto avvicinarmi e rappacificarmi con lei finch perdurava
il suo buon umore, ma l'eventualit che mi si rivolgesse solo per scatenare un altro trambusto mi
convinse a tenermi invece a dovuta distanza. Doveva essere passata una mezz'ora circa dal nostro
trasferimento nell'altra sala, quando fui finalmente presentato a Sir Cecil Medhurst. Non mi ero dato
molto da fare per conoscerlo, ma immagino che sarei stato un po' deluso se avessi concluso la serata
senza scambiare almeno due parole con l'illustre statista. Per dire la verit fu lui a essere accompagnato
da me, da Lady Adams, che avevo conosciuto parecchi mesi prima nel corso di certe indagini. Sir Cecil
mi strinse la mano con trasporto e disse: - Ah, mio giovane amico! Eccola qui, dunque. Per qualche
minuto fummo lasciati soli al centro del salone. Tutto intorno ormai si era diffuso un vivace
chiacchiericcio e, per scambiarci le consuete cortesie, ci vedemmo costretti a chinarci l'uno verso l'altro
e ad alzare il tono della voce. A un certo punto, mi sfior il braccio e disse: - Sa, quanto dicevo
poc'anzi durante la cena. Riguardo al mondo ormai diventato un luogo pi sicuro e civile di prima. Ci
credo sul serio. O comunque, - e qui mi afferr la mano e mi rivolse un'occhiata strana, - mi piacerebbe
moltissimo crederlo.
Oh s, non so che darei per crederci. Tuttavia, non so, mio giovane amico. Non so se alla fine
riusciremo a tenere duro.
Faremo il possibile. Ci organizzeremo, discuteremo. Uniremo le teste dei pi grandi uomini dei
pi grandi paesi e le faremo ragionare insieme. Ma ci sar sempre il male acquattato dietro l'angolo
pronto a sorprenderci.
Oh s, sono occupatissimi, persino adesso mentre stiamo parlando, occupatissimi a complottare
per fare tabula rasa di ogni civilt. E sono astuti, oh, diabolici addirittura. Uomini e donne di buona
volont possono fare del loro meglio, dedicare la propria esistenza al compito di tenerli a bada, ma
temo che non sia abbastanza, amico mio. Temo che proprio non basti. Le forze del male sono
decisamente troppo scaltre per il cittadino rispettabile medio. Lo metteranno alle strette, lo
corromperanno, lo scateneranno contro il suo simile. Lo vedo, lo vedo accadere gi adesso in
continuazione e non far che peggiorare. Per questo occorre che ci affidiamo pi che mai a quelli come
lei, mio giovane amico. Ai pochi che stanno dalla nostra e hanno un'intelligenza come la sua. Che
andranno dritto al bersaglio, elimineranno il fungo velenoso prima che la sua crescita si diffonda. 
possibile che fosse un po' pi che alticcio; forse l'insolita circostanza lo aveva sopraffatto.
In ogni caso, prosegu su questa falsa riga per un bel po', strizzandomi il braccio animatamente
di quando in quando. E non so se fu solo perch un uomo tanto illustre mi riservava modi cos
confidenziali, o perch in realt avevo in mente di domandarglielo da tutta la sera, ma quando alla fine
si concesse una pausa, gli chiesi: - Sir Cecil, mi pare che lei abbia trascorso qualche tempo a Shanghai
di recente. - Shanghai? Certo, amico mio. Sono andato e venuto pi volte.
Quello che accade in Cina  cruciale. Vede, non possiamo pi limitarci a osservare l'Europa.
Se intendiamo davvero contenere il caos europeo, occorre guardare molto pi in l. - Glielo domando,
signore, perch sono nato a Shanghai. - Ma davvero? Bene, bene.
- E mi chiedevo se le fosse capitato di incontrare un mio vecchio amico.
A dire la verit, non vedo come potrebbe essere successo. In ogni caso, si chiama Yamashita.
Akira Yamashita. - Yamashita? Hmm. Giapponese, direi. In effetti, Shanghai pullula di giapponesi.
Diventano ogni giorno pi numerosi e influenti. Yamashita, ha detto. - Akira Yamashita. - Non potrei
dire di averlo incontrato. Cos'? Un diplomatico, o che?
- A essere sincero, non saprei, signore. Era un mio amico d'infanzia. -
Oh, capisco. In tal caso,  sicuro che si trovi ancora a Shanghai?
Magari il suo amico  partito e se n' tornato in Giappone. - Oh no.
Sono certo che  ancora li. Akira era innamorato di Shanghai. E poi, era decisissimo a non
rimettere piede in Giappone. No, sono certo che  ancora l. - Be', comunque non lo conosco. Ho
incontrato diverse volte quel tale, Saito. E qualche altro militare. Ma nessuno che avesse quel nome. -
Be', - diedi in una risata per mascherare la mia delusione. -
Era comunque improbabile. Ma me lo sono chiesto ugualmente. Frattanto, non senza una certa
apprensione, mi resi conto che Sarah Hemmings era al mio fianco. - Vedo che finalmente ha messo alle
corde il grande detective, Sir Cecil, - disse in tono spigliato. - Esatto, mia cara, - replic il vecchio
gentiluomo, rivolgendole un ampio sorriso. - Gli stavo giusto dicendo di quanto bisogno avremo di
poter contare su di lui negli anni a venire. Sarah Hemmings mi sorrise. - Devo dire, Sir Cecil, che nella
mia esperienza personale non sempre ho potuto contare del tutto sul signor Banks. Ma forse  il meglio
che si possa avere. In quel frangente, decisi che mi conveniva allontanarmi il pi presto possibile e,
fingendo di aver notato qualcuno in fondo alla sala, porsi le mie scuse e me ne andai.
Solo parecchio pi tardi mi capit di posare nuovamente lo sguardo sulla signorina Hemmings.
Molti ospiti ormai avevano incominciato a congedarsi e il salone da ballo era perci meno affollato.
Inoltre, i camerieri avevano aperto alcune porte che affacciavano sulle terrazze, cosicch una fresca
brezza notturna aleggiava in tutto il locale. Ciononostante, la serata rimaneva calda e, desiderando un
po' d'aria, mi avvicinai a una delle terrazze. Vi avevo appena messo piede, quando mi resi conto della
presenza di Sarah Hemmings che, le spalle alla sala, fumava una sigaretta con il bocchino e osservava
rapita il cielo buio. Feci l'atto di ritirarmi, ma qualcosa mi disse che, sebbene non si fosse mossa, la
giovane donna doveva avermi notato. Pertanto procedetti verso la balaustra e dissi: - Allora, signorina
Hemmings. Alla fine ha avuto la sua serata. -  stata perfetta, - ribatt lei, senza voltarsi. Diede in un
sospiro di soddisfazione, aspir il fumo dalla sigaretta, e mi rivolse un breve sorriso sopra la spalla,
prima di tornare a immergersi nella contemplazione del cielo notturno. - E esattamente come
l'immaginavo.
Con tutta questa gente meravigliosa. Dovunque uno giri lo sguardo.
Persone meravigliose. E Sir Cecil, che tesoro, non trova? Ho avuto una stupenda
conversazione con Eric Mitchell riguardo alla sua personale.
Ha detto che il mese prossimo mi inviter per una visita privata alla mostra. Non replicai e per
qualche minuto restammo semplicemente uno accanto all'altra contro la balaustra della terrazza.
Stranamente - forse grazie anche al quartetto d'archi, il cui dolce valzer giungeva fluttuando fino alle
nostre orecchie - quel silenzio non fu imbarazzante come ci si sarebbe potuti aspettare. Alla fine lei
disse: - Immagino di averla sorpresa. - Sorpresa?
- Con la mia determinazione. Ad essere qui questa sera. - S, sono sorpreso, in effetti -. Poi
aggiunsi: - Secondo lei, come mai, signorina Hemmings? Come mai riteneva tanto indispensabile
cercare questo genere di compagnia questa sera?
- Indispensabile? Crede che lo ritenessi indispensabile?
- Mi pare di s. E la scena alla quale ho assistito davanti alla porta tende a confermare la mia
ipotesi. Con mio notevole stupore, la donna rispose con una leggera risata che si assest in un sorriso. -
Ma perch non dovrei, Christopher? Perch non dovrei desiderare una compagnia come questa? Non la
trova semplicemente... un sogno?
Vedendo che non rispondevo, il suo sorriso svan. - Immagino che lei mi disapprovi, - disse con
voce completamente diversa. - Ho solo fatto notare... - Non importa. Ne ha tutto il diritto. Lei trova
imbarazzante quello che... quello che  successo prima davanti alla porta e perci mi disapprova. Ma io
che altro posso fare? Non intendo guardare alla mia vita quando sar vecchia e scoprire che  stata
vuota. Voglio vedere qualcosa di cui poter essere fiera. Vede, Christopher, io sono ambiziosa. - Non
sono sicuro di riuscire a capirla. Ha forse l'impressione che la sua vita varr di pi se avr frequentato
personaggi famosi?
-  davvero cos che mi vede?
Si volse, forse sinceramente ferita, e aspir ancora dalla sigaretta. La osservai fissare la strada
deserta sotto di noi, e gli stucchi bianchi degli edifici di fronte. Poi Sarah Hemmings disse pacata: -
Capisco che possa sembrare cos. Almeno a qualcuno che mi osservi con occhio cinico. - Spero non sia
il mio caso. Mi sconvolgerebbe. - Allora dovrebbe cercare di essere pi comprensivo -. Mi rivolse
un'espressione intensa prima di tornare a distogliere lo sguardo. - Se i miei genitori fossero ancora vivi,
- disse, - mi direbbero da un pezzo che  tempo che mi sposi. E forse  vero. Ma non intendo
comportarmi come ho visto fare a tante ragazze. Non intendo sprecare il mio amore, l'energia, la mia
intelligenza - per quanto modesta - su un uomo insulso che si dedichi al golf o a vendere obbligazioni
nella City. Quando mi sposer, sar con qualcuno che abbia un suo contributo da offrire. Voglio dire
all'umanit; al mondo, per farlo migliore.  poi un'ambizione tanto terribile?
Non vengo in posti come questo in cerca di uomini famosi, Christopher.
Io cerco uomini eccellenti. Che vuole che mi importi di un po' di imbarazzo qua e l? - indic
con un cenno la sala. - Ma non posso accettare che il mio destino sia sprecare l'esistenza con un uomo
educato, gentile e moralmente insignificante. - Se la mette cos, - dissi, - capisco che possa vedersi, be',
quasi come un'idealista. - In un certo senso, Christopher, lo penso... Oh, che cos' il brano che stanno
suonando?  un pezzo che conosco. Mozart?
- Credo sia Haydn. - Oh s, ha ragione. S, Haydn -. Per qualche secondo, fiss gli occhi al cielo
e parve ascoltare. - Signorina Hemmings, - dissi alla fine, - non sono orgoglioso del modo in cui mi
sono comportato prima. Anzi, ora mi rincresce molto. Spero vorr perdonarmi. Continu a scrutare la
notte, accarezzandosi appena la guancia con il bocchino. -  molto cortese da parte sua, Christopher, -
disse pacata. - Ma sono io quella che dovrebbe chiedere scusa. Dopo tutto, ho cercato di usarla. 
evidente. Sono sicura di aver fatto una pessima figura poco fa, ma di quello non mi importa. Mi
dispiace al contrario di averla trattata male. Pu darsi che lei non mi creda, ma  vero. Risi: -
D'accordo, allora cercheremo tutti e due di perdonarci. -
S, facciamo cos -. Si volt verso di me e all'improvviso sul suo volto si apr un sorriso di una
spensieratezza quasi infantile. Poi l'espressione torn a velarsi di stanchezza, mentre il suo sguardo si
rivolgeva di nuovo alla notte. - Mi capita spesso di trattare male la gente, - disse. - Suppongo sia una
conseguenza dell'essere ambiziosi. E di non avere pi molto tempo a disposizione. - Ha perso i suoi da
molto?
- Da una vita, mi sembra. E d'altra parte, li porto sempre con me. -
Be', sono lieto che abbia gradito la serata, dopo tutto. Posso solo ripetere che non mi piace il
ruolo che vi ho svolto.
- Oh, guardi. Stanno andando via tutti. Che peccato! E io che volevo parlarle di mille cose. Del
suo amico ad esempio. - Quale amico?
- Quello del quale ha chiesto a Sir Cecil. Quello di Shanghai. - Akira?
Era solo un amico d'infanzia. - Ma ho capito che per lei deve essere stato molto importante. Mi
rizzai e guardai alle nostre spalle. - Ha ragione. Stanno proprio andando via tutti. - Allora suppongo che
dovrei farlo anch'io, - disse. - Se non voglio creare andandomene lo stesso scalpore suscitato all'arrivo.
Tuttavia non diede segno di volersi allontanare, tanto che infine fui io a scusarmi e rientrare in sala. A
un certo punto, voltandomi indietro, mi apparve come una figura malinconica su quella terrazza a
fumare la sua sigaretta nell'aria notturna, mentre la sala alle sue spalle si andava svuotando. Per un
attimo, mi pass persino in mente che avrei dovuto tornare indietro e accompagnarla fuori. Ma la sua
allusione ad Akira mi aveva un poco allarmato e decisi che per quella sera il mio rapporto con Sarah
Hemmings aveva gi fatto sufficienti progressi.
...
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PARTE SECONDA.
...
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LONDRA, maggio 1931.
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...
CAPITOLO QUARTO.
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Sul retro del nostro giardino a Shanghai c'era una collina erbosa in cima alla quale cresceva un
unico acero. Sin da quando avevamo circa sei anni, ad Akira e a me piaceva giocare sopra e intorno alla
collina, e ogni volta che ripenso al mio amico d'infanzia, tendo a ricordare noi due che, su e gi per
quel prato, corriamo e saltiamo nei punti in cui  pi scosceso. Di quando in quando, dopo esserci
stancati ben bene, ci sedevamo ansanti in cima alla collina con le schiene appoggiate al tronco
dell'acero. Da quel punto privilegiato, dominavamo con lo sguardo il mio giardino e la grande casa
bianca che vi si ergeva al fondo. Se chiudo un attimo gli occhi, sono perfettamente in grado di riportare
alla memoria quell'immagine chiara: il prato all'inglese curatissimo, le ombre pomeridiane del filare
di olmi che separava il mio giardino da quello di Akira, e la villa stessa, un immenso edificio bianco a
pianta irregolare e ricco di terrazze con pergolato. Sospetto che questo ricordo della casa coincida pi
che altro alla visione di un bambino e che in realt non ci fosse nulla di tanto grandioso. Di sicuro, gi
allora, sapevo che la nostra abitazione non reggeva affatto il confronto con lo splendore delle residenze
dietro l'angolo con Bubbling Well Road. L'edificio era tuttavia pi che sufficiente ad ospitare una
famiglia composta solo dai miei genitori e me, pi Mei Li e i nostri domestici. Era di propriet della
Morganbrook & Byatt, il che significava che le stanze erano piene di suppellettili e quadri ai quali mi
era impedito avvicinarmi. Significava inoltre che di quando in quando accoglievamo in casa con noi
qualche ospite della ditta - impiegati appena arrivati a Shanghai che non avevano ancora avuto modo
di trovarsi una sistemazione. Non so se questa soluzione ai miei desse fastidio. A me stava benissimo,
soprattutto perch di solito gli ospiti erano giovanotti che si portavano appresso l'atmosfera dei viottoli
e della campagna inglese come la conoscevo dalla lettura de Il vento tra i salici o delle strade nebbiose
dei gialli di Conan Doyle. Questi giovani inglesi, senza dubbio desiderosi di fare buona impressione,
tendevano a tollerare pazienti le mie verbose domande e talvolta anche irragionevoli richieste. Per lo
pi, ora che ci penso, si trattava di uomini pi giovani di quanto non sia io oggi e probabilmente
imbarcati da tempo e tanto lontani da casa. Per me allora, per, ciascuno di essi era un personaggio da
studiare con attenzione e da emulare. Ma torniamo ad Akira: mi viene in mente un particolare di uno di
quei pomeriggi; io e lui ci eravamo sfiancati di corse su e gi per la collina per recitare una delle nostre
lunghe sceneggiate. Per riprendere fiato ci eravamo seduti ansanti contro l'acero e io osservavo il prato
di casa in attesa che il petto mi si placasse, quando Akira alle mie spalle disse: - Attento, vecchiomico.
Hai bruco peloso vicino piede. L'avevo sentito benissimo dire vecchiomico, anche se in quel
momento non ci feci caso.
Ma dopo aver usato l'espressione una volta, Akira ne sembr piuttosto soddisfatto e nei
successivi minuti, quando riprendemmo a giocare, continu a parlarmi rivolgendosi a me con frasi tipo:
- Per di qua, vecchiomico! Pi svelto, vecchiomico!
- Comunque non si dice vecchiomico, - gli dissi alla fine, nel corso di uno dei nostri litigi
riguardo alla piega da dare al gioco. - Si dice vecchio mio. Come immaginavo, Akira protest
vivacemente. - Niente affatto. Niente affatto. Signora Brown. Mi fa dire quello ogni volta di nuovo.
Vecchiomico. Vecchiomico. Giusto suono, tutto. Lei dice vecchiomico. E lei  maestra!
Inutile cercare di convincerlo; da quando aveva cominciato le lezioni di inglese, Akira era
immensamente orgoglioso del proprio ruolo di esperto anglista all'interno della sua famiglia.
Ciononostante, io non intendevo cedere e alla fine la lite crebbe al punto che Akira si alz infuriato e,
abbandonando il gioco a met, si allontan per la porta segreta: un buco nella siepe che separava i
nostri giardini. Quando tornammo a giocare insieme nei giorni successivi, Akira non mi chiam
vecchiomico, n fece alcuna allusione al nostro bisticcio sulla collina. Avevo quasi del tutto
dimenticato la vicenda, quando un mattino, qualche settimana dopo, l'episodio riaffior all'improvviso
mentre tornavamo insieme lungo Bubbling Well Road, in mezzo a case lussuose e magnifici prati. Non
riesco a ricordare esattamente che cosa gli avessi detto. In ogni caso, lui ribatt: - Molto gentile da parte
tua, vecchio mio. Ricordo di aver resistito alla tentazione di fargli notare che alla fine mi aveva dato
ragione.
Perch ormai conoscevo Akira abbastanza bene da sapere che dicendo vecchio mio non
stava implicitamente ammettendo di essersi in precedenza sbagliato; al contrario voleva lasciar
intendere di essere stato sempre lui a sostenere la correttezza di vecchio mio, e di voler
semplicemente riconfermare la propria tesi, mentre l'assenza di ogni protesta da parte mia rendeva
definitiva la sua vittoria. In effetti per il resto del pomeriggio continu a chiamarmi vecchio mio qua e
vecchio mio l con un'espressione sempre pi compiaciuta, come a dire: Allora non hai pi voglia di
renderti ridicolo. Sono contento di constatare che hai un po' di buon senso. Questo genere di
atteggiamento era tutt'altro che insolito per Akira e, bench lo trovassi sempre odioso, per qualche
strana ragione raramente facevo lo sforzo di protestare. Anzi - devo dire che oggi faccio fatica a
spiegarlo - provavo un certo bisogno di conservare simili fantasie sul conto di Akira e se, per ipotesi,
un adulto avesse fatto da arbitro nella disputa del vecchiomico,  persino probabile che avrei preso le
parti di Akira. Non voglio con questo dire che Akira mi dominasse, o che la nostra fosse in qualche
modo un'amicizia non equilibrata.
Durante il gioco, prendevo l'iniziativa quanto lui e, addirittura, le decisioni cruciali spettavano
pi spesso a me. Il fatto  che mi consideravo superiore a lui sul piano intellettuale e Akira
probabilmente accettava questa convinzione. D'altro canto, non mancavano certo le circostanze nelle
quali il mio amico giapponese assumeva ai miei occhi una grande autorit. C'erano per esempio le
mosse di lotta di cui ero immancabilmente vittima se dicevo qualcosa che non gli andava a genio, o se
durante uno dei nostri giochi mi opponevo all'adozione di un particolare espediente d'intreccio al quale
lui teneva in modo speciale. In genere, sebbene avesse in realt soltanto un mese pi di me, avevo la
sensazione che fosse molto pi esperto. Sembrava in effetti sapere un mucchio di cose delle quali io ero
all'oscuro. C'era, soprattutto, il suo vanto di essersi avventurato in varie occasioni oltre i confini della
Concessione. Mi sorprende non poco, ripensandoci, fino a che punto da bambini ci permettessero di
andare e venire senza controllo. Ma i nostri vagabondaggi avvenivano, ovviamente, all'interno della
relativa sicurezza della Concessione Internazionale. A me per esempio era rigorosamente vietato
frequentare i quartieri cinesi della citt e, per quanto ne so, i genitori di Akira non erano meno severi al
riguardo. L fuori, ci dicevano, stavano in agguato i pericoli di malattie spaventose, sporcizia e gente
cattiva.
La circostanza nella quale ero andato pi vicino a uscire dalla Concessione si era verificata
quando la carrozza su cui viaggiavo insieme a mia madre aveva fatto una deviazione lungo il tratto del
canale Soochow che costeggia il quartiere di Chapel; potei scorgere i bassi grappoli di case ammassate
oltre il corso d'acqua e trattenni il fiato quanto mi fu possibile per timore che i miasmi pestilenziali
potessero giungere fino a me per via aerea. Non stupisce quindi che il mio amico mi impressionasse
sostenendo di aver compiuto svariate incursioni segrete in quelle zone. Ricordo di aver interrogato
Akira pi volte su tali imprese. La verit sui quartieri cinesi, mi disse, era di gran lunga peggiore delle
dicerie in proposito. Non vi si trovavano veri e propri edifici, solo baracche ammucchiate una sull'altra.
Lo scenario, affermava, ricordava parecchio quello del mercato di Boone Road, con la differenza che
intere famiglie alloggiavano in ciascun chiosco. Inoltre, c'erano dovunque mucchi di cadaveri coperti di
mosche ronzanti e nessuno ci faceva caso.
Una volta, mentre passeggiava in un vicolo affollato, Akira aveva visto un uomo - secondo lui
un potentissimo signore della guerra - trasportato in portantina e scortato da un gigante armato di
scimitarra. Il signore indicava con la mano qualcuno a caso e il gigante procedeva immediatamente a
tagliargli la testa. Com' ovvio la gente faceva di tutto per nascondersi. Akira per se ne era rimasto l a
sfidare con lo sguardo impavido il signore della guerra. Questi aveva per un momento considerato
l'ipotesi di farlo decapitare, ma poi, impressionato dal coraggio del mio amico, era scoppiato a ridere e,
chinatosi, gli aveva carezzato benevolo il capo. Infine la terribile coppia aveva proseguito lasciando sul
proprio cammino molte altre teste mozzate. Non ricordo di aver mai provato a contraddire Akira
durante quei racconti. Una volta riferii a mia madre di certe avventure del mio amico fuori della
Concessione, e lei sorrise dicendo qualcosa che gettava l'ombra del dubbio sulla faccenda. Mi infuriai
con lei e da quel momento credo di aver evitato con cura ogni confidenza sul conto di Akira. Detto per
inciso, mia madre era una delle pochissime persone per le quali Akira nutrisse un rispetto assoluto. Se
per esempio, gi stretto nella sua presa fatale, io ancora mi ostinavo a non volergli dare ragione, sapevo
di poter sempre risolvere la questione dichiarando che avrebbe dovuto risponderne a mia madre.
Ovviamente non era una soluzione alla quale mi piacesse ricorrere subito; feriva un poco il mio amor
proprio dover invocare l'autorit di mia madre a quell'et. Ma nelle occasioni in cui mi vedevo costretto
a farlo, mi sorprendeva sempre constatare il cambiamento che provocavo in lui, come cio il demonio
spietato che mi teneva stretto nella sua morsa letale potesse d'un colpo trasformarsi in un bambino
spaventato. Non ho mai saputo esattamente a che cosa fosse dovuto quell'effetto di mia madre su Akira;
infatti, bench si mostrasse sempre gentilissimo, in definitiva gli adulti non lo intimidivano. D'altro
canto, non mi sembra che mia madre gli si sia mai rivolta se non in maniera cortese e cordiale.
Ricordo di aver riflettuto al tempo su questo fenomeno e di aver pensato a diverse possibili
spiegazioni.
Per un certo periodo, considerai l'ipotesi che Akira rispettasse mia madre in quel modo perch
lei era una donna bellissima. Ci costituiva un assioma che per tutta l'infanzia accettai con il distacco
che si riserva ai dati di fatto. La gente non faceva che ripeterlo parlando di lei e credo di aver
considerato l'aggettivo bellissima semplicemente come una sorta di etichetta attaccata alla persona di
mia madre come avrebbero potuto esserlo quelle di alta o bassa o giovane. Al tempo stesso, non
ero ignaro dell'effetto che la sua bellezza esercitava sugli altri. Ovviamente, a quell'et non avevo
alcuna autentica comprensione delle reali implicazioni profonde legate al fascino femminile. Ma
accompagnandola ovunque come mi capitava di fare, finii col dare per scontati, ad esempio, gli sguardi
ammirati degli sconosciuti mentre passeggiavamo nei giardini pubblici, o il trattamento privilegiato che
ci riservavano i camerieri del Caff Italiano su Nanking Road dove ci recavamo a mangiare dolci la
mattina del sabato.
Ogni volta che guardo adesso una sua fotografia - ne ho sette in tutto, nell'album che ho portato
con me da Shanghai - mi appare come una bellezza secondo canoni vecchi, vittoriani. Oggi la si
potrebbe definire avvenente; di certo non graziosa. Non riesco ad immaginarla, per esempio, nell'atto
di sfoggiare il repertorio di moine e civettuoli gesti del capo che siamo abituati ad aspettarci nelle
donne moderne.
Nelle foto - tutte scattate prima della mia nascita, quattro a Shanghai, due a Hong Kong e una in
Svizzera -  certamente elegante, di bel portamento, forse persino altera, ma non senza quella dolcezza
intorno agli occhi che io ricordo bene. In ogni caso ci che sto cercando di dire  che fu abbastanza
naturale per me sospettare, almeno in principio, che lo strano atteggiamento di Akira nei riguardi di mia
madre derivasse, come moltissime altre cose, dalla sua bellezza. Ma quando ci ripensai con maggiore
attenzione, ricordo di essere giunto a una spiegazione pi plausibile: e cio che Akira fosse stato
insolitamente colpito dalla scena alla quale aveva assistito la mattina in cui venne a farci visita
l'ispettore sanitario della ditta. Era un'eventualit accettata nelle nostre vite quella di ricevere di quando
in quando la visita di un funzionario della Morganbrook & Byatt, gente che si tratteneva da noi
un'eretta vagando per casa, appuntandosi cose sul taccuino, farfugliando ogni tanto una domanda.
Ricordo che mia madre una volta mi raccont che quando ero bambino mi piaceva giocare
all'ispettore sanitario della Byatt, e che spesso doveva dissuadermi dal restarmene ore in bagno a
scrutare i servizi con una matita in mano.  pi che probabile, non discuto, ma per quanto ricordo
quelle visite erano per lo pi tutt'altro che emozionanti e, per anni, non le considerai affatto. Capisco
ora per come tali ispezioni, nel corso delle quali veniva controllata non soltanto l'igiene dei locali, ma
anche eventuali segni di malattie o parassiti negli abitanti della casa, dovessero essere molto
imbarazzanti, e senza dubbio gli individui selezionati dalla compagnia a svolgere questo incarico
tendevano a essere i pi dotati di tatto e delicatezza. Di sicuro, ricordo una serie di uomini miti e
impacciati - di solito inglesi, ma qualche volta francesi - che si mostravano sempre pieni di deferenza
non solo nei riguardi di mia madre, ma anche verso Mei Li, cosa che non mancavo mai di apprezzare.
Ma l'ispettore che si present quel mattino - dovevo avere circa otto anni - era tutt'altro tipo. Oggi,
ricordo due cose in particolare di lui: che aveva i baffi cascanti e che c'era una chiazza marrone -
probabilmente una macchia di t - sul retro del suo cappello, seminascosta dal nastro. Stavo giocando
da solo davanti a casa, sul piccolo prato rotondo circondato dal passo carraio per la nostra vettura. Il
cielo era coperto quel giorno. Ero assorto nel gioco quando l'uomo comparve al cancello e avanz in
direzione della villa. Passandomi accanto, borbott: - Ciao, giovanotto. La mamma  in casa? - E
prosegu senza aspettare la mia risposta. Fu mentre lo fissavo da dietro che notai la macchia sul
cappello. Il mio ricordo successivo si riferisce a un fatto che deve essere accaduto un'ora pi tardi.
Ormai era arrivato Akira e noi due eravamo impegnati a giocare nella mia stanza. Fu il suono delle loro
voci - non precisamente alterato, ma carico di una tensione crescente - a far sollevare a entrambi lo
sguardo dal gioco e, alla fine, a trascinarci furtivamente fino al pianerottolo dove ci acquattammo
accanto al pesante armadio in noce che stava fuori dalla porta della mia camera. In casa nostra c'era una
scala piuttosto imponente, e dal nostro punto di osservazione vicino all'armadio vedevamo la lucida
balaustra seguire la curva degli scalini fino all'ingresso spazioso. Laggi, stavano mia madre e
l'ispettore, l'una di fronte all'altro: sembravano due alfieri rimasti sulla scacchiera. L'ispettore, notai,
teneva il cappello con la macchia serrato sul petto. Quanto a mia madre, anche lei teneva le mani
premute sul seno, come faceva quando stava per cantare, le sere in cui la signora Lewis, moglie del
pastore americano, veniva da noi a suonare il pianoforte. L'alterco che segu, sebbene piuttosto
insignificante di per s, credo abbia finito per costituire per mia madre un evento importante, forse la
rappresentazione simbolica di un suo trionfo morale. Ricordo che continu a citarmelo regolarmente
nel corso degli anni, come se fosse un episodio che desiderava tenessi a mente. Ricordo anche di averla
spesso sentita raccontare l'intera vicenda agli ospiti, di solito concludendo con una breve risata e
l'osservazione che l'ispettore era stato sollevato dall'incarico poco dopo il loro incontro. Di
conseguenza oggi non posso sapere con certezza quanto del mio ricordo di quella mattina derivi in
effetti da ci che vidi dal pianerottolo, e quanto invece sia andato affiorando dai ripetuti racconti di mia
madre. In ogni caso, la mia impressione  che, mentre Akira e io sbirciavamo da dietro lo spigolo
dell'armadio, l'ispettore stesse dicendo pi o meno: - Nutro un profondo rispetto per i suoi sentimenti,
signora Banks.
Ciononostante, da queste parti la prudenza non  mai troppa. E la compagnia  responsabile a
tutti gli effetti del benessere dei suoi dipendenti, anche dei pi esperti, come lei e il signor Banks. -
Sono spiacente, signor Wright, - replic mia madre, - ma continuo a non afferrare il senso delle sue
obiezioni. I domestici di cui parla ci forniscono un servizio eccellente da anni. Sono pronta a offrire
complete garanzie sulle loro ottime condizioni igieniche. E lei stesso ha dovuto ammettere che non
mostrano alcun segno di malattie contagiose.
Ciononostante, signora, sono originari dello Shantung. E la compagnia ha il dovere di
scoraggiare tutti i dipendenti dall'assumere in casa domestici di quella provincia. Una precauzione, mi
lasci dire, che  frutto di amare esperienze. - Come pu dire sul serio? Lei mi chiede di liberarmi di
questi amici - s, da un pezzo ormai li consideriamo amici! - per la semplice ragione che provengono
dallo Shantung?
A quel punto, i modi dell'ispettore si fecero piuttosto solenni. Prese a spiegare a mia madre che
l'obiezione avanzata dalla ditta all'assunzione di domestici originari dello Shantung si fondava su alcuni
dubbi non solo riguardo alle loro condizioni igieniche e di salute, ma anche alla loro onest, E con tanti
oggetti di valore in casa, di propriet della ditta - l'ispettore fece un ampio gesto circolare -, si vedeva
costretto a ribadire con forza la raccomandazione. Quando mia madre riprese la parola per domandare
come fossero giunti a tali inammissibili generalizzazioni, l'ispettore diede in un sospiro stanco e disse: -
Per dirla in una parola, signora, si tratta di oppio. La dipendenza dall'oppio nello Shantung ha ormai
raggiunto livelli di cos deplorevole diffusione che interi villaggi risultano schiavi del fumo della pipa.
Ecco spiegati, signora Banks, la scarsa igiene personale e l'alto tasso di malattie contagiose. E
inevitabilmente gli oriundi dello Shantung che vengono a lavorare a Shanghai, anche se di indole in
fondo onesta, tendono prima o poi a darsi al furto. Lo fanno per amore di genitori, fratelli, cugini, zii,
per soddisfare in qualche modo i loro bisogni... Santo cielo, signora! Sto solo cercando di spiegare
che... Non fu solo l'ispettore a zittirsi inorridito a quel punto; accanto a me Akira inspir violentemente
e, quando mi voltai a guardarlo, stava fissando mia madre a bocca spalancata.  stata l'immagine di lui
in quel momento a convincermi che il suo successivo rispetto reverenziale per mia madre avesse origini
negli avvenimenti di quella mattina. Ma se l'ispettore e Akira trasalirono entrambi per qualcosa che mia
madre fece a quel punto, io non notai nulla di straordinario. Ai miei occhi, sembr solo stringersi un
poco il petto per prepararsi a ci che stava per dire. D'altra parte ero pi avvezzo ai suoi modi, mentre 
possibile che a uno sguardo non abituato, alcune espressioni e posture per lei consuete in simili
circostanze risultassero in effetti per certi versi allarmanti. Questo non significa che non fossi in vigile
attesa dell'esplosione che stava per verificarsi. Anzi, dall'istante in cui l'ispettore aveva pronunciato la
parola oppio, sapevo che per il povero malcapitato era finita. Si era bruscamente zittito, senza dubbio
supponendo che sarebbe stato interrotto. Ricordo per che mia madre lasci cadere un silenzio vibrante
- nel corso del quale il suo sguardo non abbandon mai il viso dell'ispettore - prima di chiedergli con
voce calmissima, ma che minacciava di trascendere in furia: - E lei pensa, signore, in veste di portavoce
di questa ditta, di poter parlare a me di oppio?
Segu una predica di controllata ferocia nella quale espose all'ispettore il caso che ormai mi era
pi che familiare per averlo udito ripetere molte altre volte: e cio che gli inglesi in genere, e la
Morganbrook & Byatt in particolare, importando in Cina oppio indiano in massicce quantit avevano
prodotto miseria e degrado inenarrabili a un'intera nazione. Mentre parlava, la voce di mia madre
spesso si faceva tesa, senza per mai perdere il vantaggio della pacatezza. Infine, sempre fissando il
nemico negli occhi, gli domand: - Non si vergogna, signore? Come cristiano, come inglese, come
uomo d'onore. Lei non si vergogna di essere al servizio di una ditta come questa? Insomma, come si
pu in tutta coscienza dormire sonni tranquilli, sapendo che la vita che si conduce dipende da una
ricchezza tanto spregevole?
Se ne avesse avuto l'ardire, l'ispettore avrebbe potuto sottolineare quanto fosse sconveniente da
parte di mia madre rimproverarlo con tanta severit, alloggiando lei stessa in una casa della compagnia.
Ma a quel punto si era ormai reso conto di non essere all'altezza dell'interlocutrice. Perci, farfugliando
qualche frase di prammatica per darsi un contegno, si conged. Al tempo, mi sorprendeva ancora
scoprire l'esistenza di un adulto ignaro - come aveva mostrato di essere l'ispettore, delle campagne
anti-oppio condotte da mia madre. Per tutta l'infanzia e l'adolescenza, rimasi convinto che tutti
conoscessero e ammirassero in mia madre la principale nemica del Grande Drago dell'Oppio cinese. A
Shanghai, devo dire, gli adulti non si davano gran pena di nascondere ai figli le conseguenze nefaste
dell'oppio, ma ovviamente finch fui molto piccolo comprendevo assai poco il problema.
Ero abituato a vedere ogni giorno, dalla carrozza che mi portava a scuola lungo Nanking Road,
dei cinesi sdraiati al sole nei portoni delle case e per qualche tempo, ogni volta che sentivo parlare delle
campagne di mia madre, immaginai che l'oggetto della sua assistenza fosse quello specifico gruppo di
uomini. Pi tardi tuttavia, crescendo, ebbi ulteriori occasioni di afferrare almeno in parte la complessit
del fenomeno. Dovevo, ad esempio, presenziare ai pranzi di mia madre. Questi ultimi avevano luogo a
casa nostra, solitamente durante la settimana, quando mio padre era in ufficio. Nella maggioranza dei
casi, arrivavano quattro o cinque signore che venivano condotte nella serra, dove un tavolo era stato
apparecchiato tra palme e rampicanti. Io aiutavo, passando tazze piatti e piattini, e rimanevo in attesa
perch sapevo che sarebbe venuto il momento: quello cio in cui mia madre avrebbe chiesto alle sue
ospiti di guardarsi nel cuore interrogando la propria coscienza e di esprimere un'opinione riguardo
alla politica messa in atto dalle rispettive compagnie. A quel punto cessavano le chiacchiere festose e le
signore ascoltavano mute mia madre che dava la stura alla sua profonda disapprovazione nei confronti
delle iniziative della ditta da lei giudicate assai poco cristiane e altrettanto poco britanniche. Nel
mio ricordo, quei pranzi diventavano sempre silenziosi e impacciati da quel momento in poi, finch,
poco dopo, le signore incominciavano rigidi convenevoli di commiato e si allontanavano verso le
carrozze e le auto che le attendevano fuori. Dai racconti di mia madre sapevo tuttavia che riusciva a
conquistarsi un certo numero di quelle mogli e che, una volta convertite, le invitava poi alle sue
riunioni. Circostanze, queste, molto pi serie alle quali non mi era consentito partecipare. Si
svolgevano in sala da pranzo, a porte chiuse, e se capitava che fossi ancora in casa durante l'incontro,
ero obbligato a muovermi in punta di piedi senza fare il minimo rumore.
Di quando in quando venivo presentato a qualche personaggio particolarmente stimato da mia
madre - un uomo di chiesa, magari, o un diplomatico -, ma per lo pi Mei Li aveva l'ordine di levarmi
di torno ben prima dell'arrivo degli ospiti. Naturalmente lo zio Philip non mancava mai e io cercavo
spesso di comparire quando i partecipanti si congedavano per avere l'opportunit di farmi vedere da lui.
Se mi scorgeva, immancabilmente mi si avvicinava e parlavamo un po'. Certe volte, se non aveva
impegni urgenti, lo portavo con me e gli mostravo i disegni che avevo fatto quella settimana, oppure
andavamo a sederci un momento in terrazza sul retro della villa. Dopo che tutti si erano allontanati,
l'atmosfera di casa subiva una trasformazione completa.
L'umore di mia madre migliorava sempre moltissimo, quasi che la riunione avesse il potere di
spazzar via ogni suo pensiero. La sentivo canticchiare mentre girava per le stanze rimettendo in ordine
e allora correvo in giardino ad aspettare. Perch sapevo che, appena finito, sarebbe venuta a cercarmi e
che mi avrebbe dedicato tutto il tempo che mancava all'ora di pranzo. Quando fui pi grande, era in
quei momenti, subito dopo le riunioni, che mia madre e io andavamo a fare le nostre passeggiate a
Jessfield Park. Ma quando avevo solo sei sette anni, tendevamo a restare in casa e facevamo un gioco
da tavolo e a volte persino qualche battaglia coi miei soldatini. Ricordo ancora una specie di rito che
mettemmo a punto intorno a quel periodo. C'era un'altalena in giardino non lontano dalla terrazza. Mia
madre usciva di casa, sempre canticchiando, passava dal prato e si sedeva sull'altalena. Io l'aspettavo
sulla collina dietro la villa e le correvo incontro fingendo di essere molto infuriato. - Scendi subito.
Mamma! La rompi! -
E saltavo su e gi davanti all'altalena, agitando le braccia. - Sei troppo pesante! Cos la rompi!
E mia madre faceva finta di non vedermi e di non sentirmi e continuava a dondolarsi sempre pi
in alto, senza mai smettere di cantare a squarciagola canzoni romantiche. Quanto a me, vedendo vane
tutte le mie suppliche, mi esibivo in una serie di verticali sul prato dinanzi a lei, anche se ora mi sfugge
la logica di quel passaggio. Il suo canto si alternava allora a scrosci di risa, finch non si decideva a
scendere dall'altalena e finalmente potevamo andare a mettere in atto il mio piano di giochi. Ancora
oggi, non riesco a ripensare alle riunioni di mia madre senza ricordare la trepidante attesa di quei
momenti che sempre le seguivano. Qualche anno fa, ho trascorso in effetti alcuni giorni nella sala di
lettura del British Museum nel tentativo di saperne di pi riguardo ai feroci dibattiti che
imperversavano al tempo sul commercio dell'oppio in Cina.
Scorrendo pagine e pagine di quotidiani, lettere e documenti, riuscii a chiarire a me stesso un
certo numero di dubbi rimasti irrisolti dai tempi della mia infanzia. Tuttavia - tanto vale che lo ammetta
- il motivo fondamentale che mi spingeva a intraprendere tali ricerche era la speranza di imbattermi in
qualche notizia sul conto di mia madre.
Dopo tutto, da bambino mi avevano fatto credere che lei fosse una figura chiave nelle
campagne anti-oppio. Mi deluse parecchio non trovare il suo nome citato neppure una volta. Altri
venivano di continuo menzionati sotto forma di encomio o di critica, ma in tutto il materiale che
raccolsi, mia madre non riuscii mai a trovarla. Mi capit invece spesso di leggere dello zio Philip. Una
volta, in una lettera al North China Daily News, un missionario svedese, condannando un buon
numero di compagnie europee, defin lo zio un ammirevole faro di rettitudine. L'assenza del nome di
mia madre mi aveva gi abbastanza deluso, ma quella mi parve una svolta crudele e da quel momento
abbandonai del tutto le ricerche. Ma non ho alcun desiderio di ricordare lo zio Philip adesso. Per un
attimo, questa sera, ho creduto di aver fatto il suo nome a Sarah Hemmings durante il tragitto in
autobus di oggi pomeriggio, persino di averle raccontato un paio di episodi cruciali sul suo conto. Ma
riandando con la memoria a tutto quello che  successo, sono ora ragionevolmente certo che lo zio
Philip non sia mai entrato nei nostri discorsi e devo dire che la cosa mi procura sollievo. Pu darsi sia
sciocco pensarla cos, ma ho sempre ritenuto che lo zio potesse rimanere un'entit meno tangibile a
patto di esistere solo nei miei ricordi. Le ho invece parlato un poco di Akira e ora che posso ripensarci
con calma, non mi dispiace di averlo fatto. In ogni caso, non le ho detto granch, e lei mi pareva
sinceramente interessata. Non ho idea di che cosa mi abbia improvvisamente convinto ad aprirmi su
quegli avvenimenti; di sicuro non era mia intenzione farlo quando sono salito sull'autobus con lei a
Haymarket. David Corbett, un tipo che ho conosciuto di recente, mi aveva invitato a colazione con
alcuni amici in un ristorante su Lower Regent Street. Il locale  alla moda, e Corbett aveva prenotato
un tavolo lungo in fondo alla sala per una dozzina di commensali. Scoprire che Sarah Hemmings era
presente mi ha fatto piacere e al tempo stesso mi ha un po' sorpreso, perch non sapevo che fosse amica
di Corbett, ma essendo arrivato piuttosto tardi non mi  stato possibile sedermi vicino a lei. Il cielo si
era coperto ormai, e il cameriere aveva acceso un candeliere a pi bracci sul nostro tavolo. Uno dei
convitati, un certo Hegley, ha pensato bene di spegnere le candele per poi chiamare il cameriere e
fargliele riaccendere. Ha ripetuto il gesto almeno tre volte nell'arco di venti minuti, appena giudicava
che l'atmosfera festosa si stesse smorzando, e i presenti parevano trovare la cosa molto divertente. Per
quanto mi era dato di vedere, Sarah non era da meno e rideva di gusto insieme agli altri. Eravamo l
forse da un'ora - un paio di commensali si erano scusati ed erano tornati ai rispettivi uffici - quando
l'attenzione si  rivolta a Emma Cameron, una ragazza piuttosto irruente che sedeva sullo stesso lato del
tavolo di Sarah. Per quanto ne sapevo, era da un pezzo che parlava con i vicini di posto dei suoi
problemi; ma  stato a quel punto che un improvviso silenzio ha fatto di lei il centro dell'attenzione
generale. Ne  seguito un dibattito semiserio sul difficile rapporto tra Emma Cameron e sua madre,
messo recentemente in ulteriore crisi dal fidanzamento di Emma con un francese. Le sono stati offerti
consigli di ogni genere. Quel tale, Hegley, ad esempio, ha proposto che tutte le madri - e le zie,
s'intende - venissero rinchiuse in una specie di zoo da costruirsi a Hyde Park. Altri hanno espresso
opinioni pi utili fondate sulle loro esperienze personali ed Emma Cameron, soddisfatta di tutta quella
attenzione, ha tenuto vivo l'argomento rimpolpandolo di aneddoti caricaturali tesi a dimostrare la natura
esasperante della sua genitrice. La discussione procedeva forse da un quarto d'ora quando ho visto
Sarah alzarsi e lasciare la sala, dopo aver bisbigliato qualcosa all'orecchio del nostro ospite. La toilette
delle signore si trovava nell'atrio del ristorante, e gli altri - o meglio, quelli che l'avevano vista uscire -
devono senza dubbio aver pensato che fosse quella la sua destinazione. Io per avevo colto un che di
insolito nella sua espressione mentre si allontanava e, dopo qualche minuto, mi sono alzato e l'ho
seguita. L'ho trovata nell'ingresso del ristorante; guardava dalle vetrine Lower Regent Street. Non mi
ha sentito avvicinarmi, finch non le ho toccato un braccio e le ho detto: - Tutto bene?
 trasalita e ho notato che aveva gli occhi ancora umidi di pianto, anche se ha subito cercato di
mascherare con un sorriso. - Oh, s, sto bene. Mi sentivo soffocare un po', ecco tutto. Ora sto meglio -.
Dando in una breve risata ha continuato a scrutare la strada. - Mi dispiace.
Devo essere sembrata molto scortese. Dovrei proprio rientrare. - Non vedo per quale ragione
dovresti rientrare se non ne hai voglia. Mi ha studiato attentamente e ha detto: - Stanno ancora parlando
dello stesso argomento di prima?
- Quando sono uscito io, s. Poi ho aggiunto: - Immagino che nessuno di noi due abbia granch
da dire a un simposio sulle madri difficili.
All'improvviso  scoppiata a ridere e si  asciugata le lacrime, senza pi cercare di
nascondermele. - No, - ha detto. - A quanto pare non siamo qualificati -. Poi ha sorriso ancora: - Che
sciocca sono stata.
In fondo si stanno solo divertendo a un pranzo tra amici. - Aspetti una macchina? - le ho
chiesto, dal momento che continuava a guardare con insistenza il flusso del traffico.
- Come? Oh no, no. Stavo solo guardando -. E, dopo un istante: - Mi chiedevo se sarebbe
arrivato un autobus. Guarda, lo vedi lass? C' una fermata. Io e mia madre passavamo tantissimo
tempo sugli autobus. Per il piacere di farlo e basta. Sto parlando di quando ero piccola. Se non
riuscivano ad accaparrarci il primo posto al piano di sopra, scendevamo subito e ne aspettavamo un
altro. Certe volte stavamo l per ore, a girare per Londra, a guardare tutto e a parlare e a mostrare cose
una all'altra. Mi piaceva, mi piaceva proprio. Tu non vai mai in autobus, Christopher? Dovresti. Si
vedono un mucchio di cose da lass. - Devo confessare che preferisco andare a piedi o in taxi. Gli
autobus di Londra mi fanno un po' paura. Sono convinto che se dovessi salirci sopra, mi porterebbero
dove non voglio andare e poi passerei il resto della giornata a cercare di tornare indietro. - Posso dirti
una cosa, Christopher? - La sua voce si era fatta molto bassa. -  una sciocchezza, ma l'ho capita solo
di recente. Non ci avevo mai pensato prima. Mia madre, allora, doveva gi soffrire molto. Le
mancavano le forze per fare altro con me. Per questo passavamo tutte quelle ore in autobus. Perch era
l'unica cosa che potevamo ancora fare insieme. - Ti piacerebbe fare un giro in autobus ora? - le ho
chiesto. Ha guardato di nuovo la strada. - Ma non sei terribilmente occupato?
- Sarebbe un piacere. Come ho detto, gli autobus da solo mi fanno paura.
E dal momento che in questo campo tu sei una veterana, non posso perdermi l'occasione. -
Benissimo -. Improvvisamente era radiosa. - Ti insegner come si viaggia in autobus a Londra. Alla
fine non siamo saliti in Lower Regent Street - non volevamo che i commensali, uscendo, potessero
vederci alla fermata -, ma poco lontano, a Haymarket.
Arrivati al piano superiore, Sarah ha mostrato una gioia infantile trovando liberi i primi posti, e
ci siamo seduti vicini mentre il veicolo procedeva sobbalzando verso Trafalgar Square. Il tempo oggi a
Londra era molto grigio e sul marciapiede i passanti si preparavano al peggio armati di impermeabili e
ombrelli. Dobbiamo essere rimasti a bordo per una mezz'ora, forse qualcosa di pi. Abbiamo
attraversato lo Strand, Chancery Lane, Clerkenwell. A tratti, osservavamo lo scenario sottostante in
silenzio; in altri momenti chiacchieravamo, per lo pi di argomenti leggeri. Il suo umore era
vistosamente migliorato dall'ora di pranzo, e di sua madre non ha pi fatto parola. Non ricordo bene
come sia successo, ma  stato subito dopo High Holborn, dove era sceso un folto numero di passeggeri,
che, mentre procedevamo lungo Gray's Inn Road, mi sono ritrovato a parlare di Akira. Da principio,
credo di averne fatto il nome solo di passaggio, descrivendolo semplicemente come un amico
d'infanzia. Ma lei deve avermi incalzato con altre domande, perch di l a poco so di averle detto
ridendo: - Mi torna sempre in mente quella volta in cui rubammo una cosa insieme.
- Oh, - ha esclamato lei. - Ora capisco! Il grande detective ha segreti trascorsi criminali. Lo
sapevo io che quel ragazzo giapponese significava parecchio. Ti prego, raccontami della vostra rapina.
- Non la definirei una rapina. Avevamo dieci anni. - Eppure continua a tormentarti la coscienza, giusto?
- Niente affatto.  stata una piccolissima cosa. Rubammo un oggetto dalla stanza di un
domestico. - Che storia affascinante.  successo a Shanghai? Credo di averle raccontato qualche altra
vicenda del passato.
Non le ho rivelato nulla di particolarmente significativo, ma dopo esserci lasciati oggi
pomeriggio - alla fine siamo scesi dall'autobus in New Oxford Street - mi sono scoperto sorpreso e un
poco allarmato al pensiero di averle comunque parlato di quel periodo. Dopo tutto, non ho mai
raccontato a nessuno del mio passato da quando ho messo piede in questo paese e, come ho gi detto,
non era proprio mia intenzione farlo nemmeno oggi. Ma forse qualcosa del genere stava gi scritto da
un pezzo sulle mie carte. Perch a dire il vero, nel corso di questo ultimo anno, mi sono ritrovato a
preoccuparmi sempre di pi dei miei ricordi, un'ansia accresciuta dalla scoperta che essi - in particolare
quelli legati alla mia infanzia, ai miei genitori, hanno di recente incominciato a velarsi. Mi  capitato
spesso ultimamente di sforzarmi di richiamare alla mente qualcosa che solo due o tre anni fa ritenevo
impresso nella memoria per sempre. Sono stato costretto, in altre parole, ad accettare l'idea che, ogni
anno che passa, la mia vita a Shanghai si far sempre pi indistinta, finch un giorno non ne rester
altro che qualche immagine confusa. Anche questa sera, sedendomi qui per cercare di raccogliere in
una sorta di ordine alcuni ricordi, mi sono stupito per l'ennesima volta di constatare quanti di essi siano
ormai annebbiati. Prendiamo, ad esempio, l'episodio appena narrato sul conto di mia madre e
dell'ispettore sanitario: pur essendo ragionevolmente sicuro di averne ricordato con una certa precisione
l'essenza, se lo ripasso nella memoria, mi scopro meno sicuro di alcuni dettagli. Per cominciare, non so
pi se le esatte parole che mia madre rivolse all'ispettore furono: - Come si pu in tutta coscienza
dormire sonni tranquilli, sapendo che la vita che si conduce dipende da una ricchezza tanto spregevole?
- Mi sembra adesso che anche nella foga della concitazione dovesse pur rendersi conto della loro
paradossalit, di come la esponessero senz'altro al ridicolo. Non riesco a credere che mia madre possa
aver perso il controllo della situazione fino a quel punto. D'altra parte  anche possibile che io le abbia
attribuito la domanda in questione perch sono convinto che, durante il nostro soggiorno a Shanghai,
mia madre se la sia posta di continuo. Il fatto che noi dovessimo la vita a una compagnia nelle cui
attivit aveva individuato un male da estirpare, deve aver costituito motivo di vero tormento per lei.
Anzi,  persino possibile che io abbia ricordato erroneamente il contesto nel quale pronunci quella
frase; forse non fu all'ispettore sanitario che rivolse la domanda, bens a mio padre e in tutt'altra
mattina, durante il loro litigio in sala da pranzo.
...
.
...
CAPITOLO QUINTO.
.
Al momento non ricordo se l'episodio della sala da pranzo ebbe luogo prima o dopo la visita
dell'ispettore sanitario. Rammento per che quel pomeriggio pioveva a rovesci, che la casa era avvolta
in un tetro grigiore e che io ero seduto in biblioteca, affidato alle cure di Mei Li mentre studiavo la mia
lezione di aritmetica. La chiamavamo biblioteca, ma suppongo fosse soltanto una sorta di anticamera
dalle pareti foderate di libri. La stanza poteva contenere appena un tavolo in mogano, ed era l che
facevo sempre i compiti, dando la schiena alla porta a doppio battente che affacciava sulla sala da
pranzo. Mei Li, la mia amah, considerava l'istruzione una faccenda di somma importanza e, anche dopo
un'ora che lavoravo, non le passava neppure per la mente di poter appoggiare il peso del corpo allo
scaffale alle sue spalle, n di sedersi sulla sedia di fronte alla mia: restava in piedi eretta a vegliare su di
me. I domestici avevano imparato da un pezzo a non capitare a sproposito durante i momenti di studio
e persino i miei genitori avevano accettato di non doverci disturbare a meno che non fosse
assolutamente necessario. Rimasi perci piuttosto sorpreso quel pomeriggio, vedendo mio padre
attraversare a grandi passi la biblioteca, dimentico della nostra presenza, ed entrare in sala da pranzo
chiudendosi bene le porte alle spalle. L'intrusione fu seguita, di l a momenti, da quella di mia madre
che con lo stesso passo deciso si introdusse a sua volta in sala da pranzo. Durante i minuti successivi, a
dispetto delle porte pesanti, riuscii ad afferrare qualche parola o frase dalle quali dedussi che i miei
genitori si erano ritirati per litigare.
Con mia grande frustrazione, tuttavia, ogni volta che cercavo di udire qualcosa di pi, o quando
la mia matita indugiava troppo a lungo sui calcoli, giungeva immancabile il rimprovero di Mei Li. Poi
per - non ricordo esattamente come avvenne - qualcuno chiam fuori Mei Li e io rimasi
all'improvviso da solo al tavolo della biblioteca. Dapprima continuai a lavorare, troppo spaventato al
pensiero di quel che sarebbe potuto accadere se Mei Li tornando non mi avesse trovato al lavoro sulla
sedia. Ma quanto pi a lungo si protraeva la sua assenza, tanto pi cresceva in me il desiderio di udire
pi chiaramente lo scambio di battute in corso nella sala attigua. Infine mi alzai e mi avvicinai in effetti
alla porta, pur continuando a tornare di corsa al tavolo ogni pochi secondi, convinto di aver sentito i
passi della mia amah. Alla fine, trovai il coraggio di restare, solo tenendo un righello in mano,
cosicch, se Mei Li mi avesse sorpreso, avrei potuto sostenere di essere intento a misurare le
dimensioni della stanza. Anche cos, potei afferrare frasi complete solo quando i miei genitori si
lasciavano prendere dalla discussione e alzavano la voce. Nel tono collerico di mia madre riconobbi la
stessa indignazione con la quale quella mattina si era rivolta all'ispettore sanitario. La udii ripetere: -
Che vergogna! - parecchie volte e, spesso, alludere a quello che lei definiva immondo commercio. A
un certo punto disse: - Ci stai rendendo tutti colpevoli! Tutti noi! Che vergogna! -Anche mio padre
pareva in collera, sebbene nel modo mortificato di chi si difende.
Continuava a ripetere cose del tipo: - Non  cos semplice. Non  affatto cos semplice! - E alla
fine grid: - Mi dispiace! Io non sono Philip! Non sono fatto come lui. Mi dispiace, mi dispiace
davvero! C'era qualcosa nella sua voce mentre urlava quelle parole, una specie di atroce rassegnazione,
e d'un tratto mi infuriai con Mei Li per avermi abbandonato in simili circostanze. E forse fu allora,
accanto a quelle porte con il mio righello in mano, diviso tra l'urgenza di continuare ad ascoltare e il
desiderio di fuggire nel santuario della mia stanza abitata da soldatini, che udii mia madre pronunciare
quelle parole: - Non ti vergogni di essere al servizio di una ditta del genere? Come puoi in tutta
coscienza dormire sonni tranquilli, sapendo che la tua vita dipende da una ricchezza tanto spregevole?
Non ricordo che cosa accadde in seguito: se fosse tornata Mei Li; se fossi ancora in biblioteca
quando i miei genitori riemersero dalla sala da pranzo. Ricordo, per, che quell'episodio preannunci
uno dei pi lunghi periodi di silenzio tra i miei genitori - vale a dire un mutismo che dur settimane,
anzich giorni. Non voglio dire, s'intende, che per tutto quel tempo i miei non comunicassero affatto,
ma che ogni scambio tra loro si limitava allo stretto indispensabile. Ero ben avvezzo a tali silenzi e non
me ne preoccupavo mai in modo eccessivo. In ogni caso, il loro impatto diretto sulla mia esistenza era
sempre blandissimo. Mio padre, ad esempio, poteva presentarsi a colazione con un cordiale: -
Buongiorno a tutti! - e un disinvolto battimani, per poi scontrarsi con lo sguardo glaciale di mia madre.
In quelle circostanze, lui si sforzava di mascherare il proprio imbarazzo rivolgendosi a me e, senza
mutare il tono cordiale di voce, domandandomi: - E tu che mi dici, Pulcino? Hai fatto qualche sogno
interessante questa notte?
Al che, sapevo per esperienza di dover rispondere con un mugolio vago, senza interrompere la
colazione. Per tutto il resto, come ho gi detto, ero in grado di farmi gli affari miei pi o meno come al
solito.
Suppongo per di aver pensato a quei problemi almeno qualche volta, perch effettivamente
conservo il ricordo di una conversazione particolare che si svolse tra me e Akira una volta mentre
giocavamo a casa sua. Se rivado con la memoria alla casa di Akira, la rivedo, da un punto di vista
architettonico, molto simile alla nostra; ricordo anzi che mio padre mi disse che entrambe erano state
costruite dalla stessa impresa britannica una ventina di anni prima. Ma l'interno della residenza del mio
amico era invece ben altra cosa ed esercitava su di me un certo fascino. Non era tanto la preponderanza
di quadri e suppellettili orientali - a Shanghai, in quella fase della mia vita, non avrei rilevato nulla di
insolito nel fenomeno -, quanto l'interpretazione piuttosto stravagante che la sua famiglia mostrava di
avere nell'utilizzo di certi articoli di arredo occidentale. Tappeti che mi sarei aspettato di vedere stesi a
terra pendevano dalle pareti; le sedie avevano altezze improbabili rispetto a quella dei tavoli; le
lampadine ondeggiavano sotto paralumi esageratamente grandi. Ancora pi sorprendente era la coppia
di stanze in stile giapponese che i genitori di Akira avevano allestito all'ultimo piano dell'edificio. Si
trattava di locali piccoli ma spaziosi: sul pavimento erano sistemati dei fatami, e alle pareti pannelli
scorrevoli in carta di riso, cosicch una volta entrati - almeno a detta di Akira - era impossibile non
sentirsi in un'autentica casa giapponese fatta di carta e di legno.
Ricordo che le porte d'ingresso a quelle due camere erano particolarmente curiose; dall'esterno,
sul lato occidentale, erano foderate in quercia e dotate di lucidi pomelli in ottone; dall'interno, sul
versante orientale, erano di legno laccato con pannelli di carta delicata. Comunque, nel corso di una
giornata afosa, Akira e io giocavamo in una di quelle stanze. Lui mi stava insegnando un gioco di carte
che raffiguravano personaggi giapponesi. Ero riuscito ad afferrarne i primi rudimenti e la partita durava
da qualche minuto quando all'improvviso gli chiesi: - Tua madre qualche volta smette di parlare a tuo
padre? Lui mi guard inespressivo, probabilmente perch non mi aveva capito; spesso il suo inglese lo
tradiva se gli parlavo fuori contesto in quel modo. Poi, dopo che gli ebbi ripetuto la domanda, si strinse
nelle spalle e disse: - Madre non parla con padre quando padre  a ufficio. Madre non parla con padre
quando padre  in bagno!
E a quel punto diede in una fragorosa risata, si rovesci sulla schiena e incominci a scalciare
coi piedi in aria. Sul momento, perci, mi vidi costretto ad abbandonare l'argomento. Tuttavia, dopo
averlo affrontato, ero deciso a sentire la sua opinione e, qualche minuto dopo, lo riproposi. Questa volta
Akira parve rendersi conto che parlavo sul serio e, mettendo da parte le carte, mi rivolse una serie di
domande fino a farmi pi o meno chiarire la natura delle mie angosce. Poi si sdrai sulla schiena di
nuovo, ma per fissare pensoso le pale rotanti del ventilatore appeso al soffitto. Dopo un attimo disse: -
Io so perch smettono. Io so -. E voltandosi verso di me aggiunse: - Christopher. Tu non inglese
abbastanza. Quando gli chiesi di spiegarsi meglio, Akira torn a guardare il soffitto e ammutol.
Seguendo il suo esempio, mi rovesciai anch'io sulla schiena e presi a fissare con lui il ventilatore. Akira
stava a una breve distanza da me e quando riprese a parlare, ricordo che la sua voce mi parve
stranamente disincarnata. -
E stesso per me, - disse. - Madre e padre smettono di parlare. Perch io non giapponese
abbastanza. Come mi pare di aver gi affermato, tendevo a considerare Akira un autorevole esperto su
molti aspetti della vita, perci quel giorno lo ascoltai con la massima attenzione. I miei genitori
smettevano di rivolgersi la parola, mi disse, quando erano particolarmente insoddisfatti del mio
comportamento - e nel mio caso, il fenomeno era dovuto al mio non atteggiarmi in modo
adeguatamente simile a quello di un inglese. Se ci pensavo bene, prosegu, sarei stato in grado di
collegare ogni silenzio dei miei a qualche episodio di mia manchevolezza in tal senso. Quanto a lui,
Akira sostenne di essere sempre consapevole quando tradiva il suo sangue giapponese, e di
conseguenza di non sorprendersi mai scoprendo che i suoi genitori avevano smesso di parlarsi. Quando
gli domandai perch non ci rimproverassero come al solito per questo genere di errori, Akira mi spieg
che le cose non stavano cos; stava parlando di offese di natura completamente diversa dalle consuete
infrazioni per le quali potevamo essere castigati. Si riferiva a momenti nei quali deludevamo i nostri
genitori in modo tanto profondo da renderli persino incapaci di rimproverarci. - Madre e padre cos
tanto tanto delusi, - disse a bassa voce. - Cos smettono di parlare. Poi si mise a sedere e mi indic una
delle persiane avvolgibili in quel momento abbassata a met su una finestra. Noi bambini, mi disse,
eravamo come lo spago che tiene unite le lamelle della persiana. Glielo aveva detto tempo prima un
monaco giapponese. Spesso non ce ne accorgevamo, ma eravamo noi a tenere insieme non solo la
famiglia, ma il mondo intero. Se non facevamo la nostra parte, le lamelle sarebbero finite a terra tutte
sparpagliate.
Non ricordo altro della nostra conversazione quel giorno e inoltre, come ho detto, non
trascorrevo molto tempo a riflettere su quegli argomenti. Ciononostante rammento di avere provato pi
di una volta la tentazione di chiedere a mia madre un parere su quello che mi aveva detto il mio amico.
Alla fine, non lo feci mai, sebbene una volta in effetti affrontai l'argomento con lo zio Philip. Lo zio
Philip non era un vero zio. Aveva alloggiato presso i miei genitori come pensionante al suo arrivo a
Shanghai qualche tempo prima della mia nascita, nei giorni in cui era ancora un dipendente della
Morganbrook & Byatt. Poi, quando ero molto piccolo, si era licenziato dalla ditta a causa di quello che
mia madre descriveva sempre come un profondo disaccordo con i suoi datori di lavoro riguardo al
modo in cui la Cina avrebbe dovuto progredire. Quando fui grande abbastanza da registrare la sua
presenza, lo zio Philip dirigeva un'organizzazione filantropica chiamata l'Albero Sacro, impegnata nel
miglioramento delle condizioni di vita nei quartieri cinesi della citt. Era sempre stato un amico di
famiglia ma, come ho detto, divent un visitatore particolarmente assiduo di casa nostra negli anni
delle campagne antioppio di mia madre. Ricordo di averla accompagnata spesso al suo ufficio.
Quest'ultimo si trovava all'interno degli edifici di una chiesa del centro - attualmente ritengo
potesse trattarsi della Union Church su Soochow Road. La nostra vettura entrava nel cortile della chiesa
e si fermava accosto a un grande prato ombreggiato da alberi da frutta. L, a dispetto del frastuono
proveniente dalla citt circostante, l'atmosfera era tranquilla e mia madre, scendendo dalla carrozza,
sostava sempre un attimo, alzava la testa e commentava: - Che aria.
Quanto  pi pura qui -. Il suo umore migliorava visibilmente e qualche volta - se eravamo un
po' in anticipo - trascorrevamo insieme qualche minuto a giocare sull'erba. Se ci rincorrevamo, girando
intorno agli alberi da frutta, mia madre spesso rideva eccitata quanto me. Ricordo che una volta, nel
corso di un gioco di quel genere, si immobilizz all'improvviso vedendo un ecclesiastico uscire dalla
chiesa. Ci eravamo messi in silenzio sul ciglio del prato e, al passaggio dell'uomo, lo avevamo salutato
con deferenza. Ma non appena questi era scomparso dalla nostra vista, mia madre si era voltata e,
chinandosi su di me, era scoppiata in una risatina di complicit.  persino possibile che questo genere
di episodi si sia verificato pi di una volta. In ogni caso, ricordo la mia euforia al pensiero di mia madre
che prendeva parte a un'attivit per la quale, esattamente come me, rischiava di essere rimproverata.
Era forse proprio questo aspetto a fare di quei momenti di gioco spensierato intorno al cortile della
chiesa delle occasioni sempre un po' speciali ai miei occhi. Nella mia memoria, l'ufficio dello zio Philip
era un caos. Vi si trovavano ovunque scatole di ogni dimensione, mucchi di carte, persino cassetti
precariamente accatastati l'uno sull'altro con tutto il loro contenuto.
Mi sarei aspettato che mia madre disapprovasse tanto disordine, ma parlandone definiva sempre
l'ufficio dello zio Philip come ospitale o molto attivo, In occasione di quelle visite, lo zio non
mancava mai di accogliermi con calorose strette di mano, poi mi faceva sedere e ingaggiava con me
una conversazione di qualche minuto, mentre mia madre ci osservava sorridendo. Spesso mi
consegnava un regalo, fingendo di averlo tenuto in serbo apposta per me - sebbene mi resi ben presto
conto di come mi desse il primo oggetto sul quale per caso posava lo sguardo. - Indovina che cosa ho
qui per te, Pulcino, - sentenziava, mentre con gli occhi cercava qualcosa di adatto in giro per la stanza.
In questo modo mi procurai una discreta collezione di articoli da ufficio, che conservavo in un vecchio
baule nella mia stanza: un posacenere, un sostegno da penna in avorio, un fermacarte di piombo. Ci fu
una volta in cui, dopo avermi annunciato che aveva un regalo per me, non gli riusc di mettere a fuoco
nulla di adatto. Segu un attimo di imbarazzo, dopodich lo zio scatt in piedi e prese a vagare per
l'ufficio, bofonchiando: - E dove l'avr messo ? Che cosa mai posso averne fatto? Finch, forse in preda
alla disperazione, and alla parete, stacc la cartina della regione dello Yangtze e, strappandone un
angolo nella foga del gesto, l'arrotol e me la diede.
La volta in cui mi confidai con lui, lo zio Philip e io eravamo seduti nel suo ufficio, in attesa che
mia madre tornasse, non ricordo da dove.
Mi aveva persuaso a prendere posto sulla sua sedia dietro la scrivania, mentre lui vagava senza
meta per la stanza. Era tutto preso dalle solite chiacchiere del pi e del meno, e di norma sarebbe
riuscito a farmi ridere in capo a un minuto, ma in quella occasione, - erano trascorsi solo pochi giorni
dalla mia discussione con Akira, - non ero dell'umore adatto. Lo zio Philip presto se ne accorse e disse.
-
Allora, Pulcino. Vedo che siamo un po' gi oggi. Colsi l'occasione e dissi: - Zio Philip, mi
stavo chiedendo. Secondo te, come si fa a diventare pi inglesi?
- Pi inglesi? - interruppe quel che stava facendo e mi guard. Poi, con espressione pensosa si
avvicin, accost la sedia alla scrivania e si sedette. - Spiegami un po', perch vorresti essere pi
inglese di quel che sei, Pulcino?
- No, pensavo solo... pensavo che forse potrei. - Chi ha detto che non sei abbastanza inglese?
- In realt, nessuno -. E dopo un secondo aggiunsi: - Ma credo che i miei genitori lo pensino. - E
tu, Pulcino, tu che ne pensi? Credi che dovresti essere pi inglese?
- Per la verit, non saprei, zio. - Gi, immagino che sia vero. In effetti, quaggi, stai crescendo
in mezzo a gente di ogni genere.
Cinesi, francesi, tedeschi, americani e cos via. Non stupirebbe se venissi su un po' un incrocio
-. Diede in una breve risata, e prosegu: - Ma non  un male. Lo sai cosa penso, Pulcino? Penso che non
sarebbe male se i ragazzi come te crescessero tutti un po' mescolati. Potremmo trattarci reciprocamente
molto meglio in quel caso. Ci sarebbero meno guerre, per cominciare. Oh s. Forse un giorno i conflitti
attuali finiranno e non sar stato grazie a grandi uomini di stato, chiese e organizzazioni come la mia.
Sar perch sono cambiate le persone.
Perch saranno come te, Pulcino. Pi mescolate. Perci, che c' di male a diventare un incrocio?
E una cosa sana. - Ma se lo facessi, potrebbe finire tutto... - e l mi interruppi. - Finire come, Pulcino?
- Come quella persiana, la vedi? - dissi, indicandogliela. - Se la corda si spezzasse. Finirebbe
tutto a catafascio. Lo zio Philip fiss la persiana. Poi si alz, and alla finestra e la sfior gentilmente. -
Potrebbe finire tutto a catafascio. Hai ragione. Immagino sia un passaggio difficile da accettare.
La gente ha bisogno di sentirsi parte di un gruppo. Altrimenti, chi lo sa che cosa pu capitare? La
nostra civilt, potrebbe crollare. E andare tutto quanto a catafascio, come dici tu -. Sospir, come se
avessi avuto la meglio su di lui in un litigio. - E cos, vorresti essere pi inglese. Bene, bene, Pulcino.
Allora, come vogliamo procedere?
- Mi chiedevo, zio, se ti sta bene, se non ti secca troppo, mi chiedevo se potrei copiarti qualche
volta. - Copiarmi?
- Sissignore. Solo qualche volta. Giusto per imparare a fare le cose da inglese. - Tu mi lusinghi,
vecchio mio. Ma non credi spetti a tuo padre questo grande privilegio? Mi pare che pi inglese di cos...
Distolsi lo sguardo e lo zio Philip dovette intuire immediatamente di aver detto la cosa sbagliata. Torn
alla scrivania e si sedette di nuovo di fronte a me. - Senti, - mi disse pacato. - Adesso ti dico come
faremo. Ogni volta che non sai come comportarti, per qualsiasi motivo, quando sei preoccupato sul
modo giusto di fare le cose, vieni da me e ne parliamo insieme noi due. Andremo a fondo sulla
questione, finch non saprai esattamente come procedere. Allora. Va meglio?
- Sissignore. Credo di s -. Improvvisai un sorriso. - Grazie, zio. -
Ascolta bene, Pulcino. Tu sei proprio una piccola peste. Lo sai benissimo, naturalmente. Ma
come succede con le piccole pesti, sei anche una gran bella sagoma. Tua madre e tuo padre sono molto,
molto fieri di te, ci scommetto. - Lo credi davvero, zio?
- Altroch se ci credo. E adesso, va meglio? A quel punto scatt in piedi e riprese i suoi
vagabondaggi per l'ufficio. Recuperato il tono allegro di sempre, incominci a raccontarmi la storia
assurda della signora che stava nell'ufficio accanto e, in capo a un minuto, in effetti ridevo a crepapelle.
Come mi piaceva lo zio Philip! E c' forse una sola valida ragione per non credere che io gli piacessi
altrettanto?
 pi che probabile che al tempo non desiderasse altro che il mio bene, che non avesse pi di
me idea del corso che avrebbero preso gli eventi.
...
.
...
CAPITOLO SESTO.
.
Fu pi o meno in quel periodo - quella stessa estate - che alcuni aspetti del comportamento di
Akira incominciarono a infastidirmi parecchio. In particolare, c'era la noiosa insistenza con la quale
sproloquiava sulle imprese dei giapponesi. Tendeva a farlo da sempre, ma quell'estate le cose parvero
raggiungere livelli ossessivi.
Piuttosto spesso il mio amico interrompeva il gioco in corso al solo scopo di aggiornarmi
sull'ultimo palazzo giapponese in costruzione nel quartiere commerciale della citt, o sull'arrivo
imminente dell'ennesima cannoniera nel porto. In quelle occasioni mi obbligava a stare a sentire le sue
descrizioni dettagliatissime intercalate, ogni due minuti, dalla dichiarazione che il Giappone era
diventato un paese grande, grande; grande come l'Inghilterra. Ancora pi irritanti erano le volte in
cui si metteva in testa di litigare su chi fosse pi pronto a cedere al pianto, se i giapponesi o gli inglesi.
Se mi azzardavo a difendere il popolo inglese, il mio amico esigeva subito di sottoporre il quesito a una
prova, il che in buona sostanza significava che lui mi avrebbe immobilizzato in una delle sue strette
micidiali finch, a scelta, mi arrendevo o scoppiavo in lacrime. In quei giorni attribuivo l'ossessione di
Akira riguardo all'orgoglio della sua razza al fatto che in autunno avrebbe dovuto frequentare una
scuola in Giappone. I suoi genitori avevano deciso di sistemarlo da certi parenti di Nagasaki e, sebbene
il programma prevedesse il suo ritorno a Shanghai durante le vacanze scolastiche, ci rendevamo conto
entrambi che ci saremmo visti un bel po' di meno e da principio la cosa ci scoraggi. Ma col procedere
dell'estate, Akira parve convincersi della superiorit di ogni aspetto della vita in Giappone e divenne
sempre pi emozionato al pensiero della sua nuova scuola.
Quanto a me, mi stancai cos tanto delle sue continue smargiassate su tutto ci che era
giapponese che, verso la tarda estate, non vedevo quasi l'ora di liberarmi di lui. Anzi, quando alla fine
quel giorno arriv e io andai davanti a casa sua per salutare con la mano l'automobile che lo
accompagnava al porto, credo di non aver provato alcun dolore. Ben presto, tuttavia, incominciai a
sentire la sua mancanza. Non che non avessi altri amici. C'erano per esempio i due fratelli inglesi miei
vicini di casa con i quali giocavo regolarmente, e che, dopo la partenza di Akira, presi a frequentare
molto di pi. Andavo d'accordo con loro, soprattutto quando eravamo solo nei tre. Ma qualche volta si
univano altri compagni di scuola - altri bambini della Shanghai Public School - e allora il loro
atteggiamento nei miei confronti cambiava, e qualche volta diventavo il bersaglio delle loro burle. Non
me la prendevo affatto, ovviamente, perch capivo che erano tutti bravi ragazzi senza intenzioni
malevole. Mi rendevo conto che se in un gruppo di cinque o sei bambini, tutti tranne uno frequentavano
la stessa scuola, era scontato che all'estraneo toccasse di quando in quando subire qualche scherzosa
canzonatura. Voglio dire che non ce l'avevo affatto coi miei amici inglesi; ciononostante, quegli episodi
mi impedivano in effetti di maturare con loro lo stesso grado di intimit che avevo raggiunto con Akira
e, col passare dei mesi, credo di aver sentito la sua mancanza sempre di pi. Non descriverei per
quell'autunno senza Akira come un momento particolarmente infelice. Lo ricordo piuttosto come un
periodo di notevole libert, di pomeriggi vuoti uno dopo l'altro dei quali  rimasto ben poco nella mia
memoria.
Malgrado ci, qualche piccolo avvenimento si verific anche allora e, in seguito, arrivai a
considerare quei rari eventi molto significativi. Ci fu, per esempio, il caso della nostra gita alle corse
con lo zio Philip che, sono quasi certo, ebbe luogo dopo una delle riunioni del sabato mattina di mia
madre. Come forse ho gi detto, nonostante le continue insistenze affinch mi mescolassi con i
sostenitori della sua battaglia nel salotto dove si incontravano, mi era poi vietato l'ingresso alla sala da
pranzo durante le riunioni vere e proprie. Ricordo di averle chiesto una volta se potevo essere presente
anch'io e, con mia grande sorpresa, lei riflett a lungo sulla faccenda, prima di dire: - Mi dispiace,
Pulcino. Lady Andrews e la signora Callow non apprezzano la compagnia dei bambini.  un peccato.
Avresti potuto davvero imparare delle cose importanti. A mio padre, ovviamente, non era impedito
l'accesso, ma pareva regnare un tacito accordo in base al quale anche lui si sarebbe astenuto dal
partecipare. Al momento mi  difficile stabilire chi dei due fosse eventualmente responsabile di questo
stato di cose; di certo, per, c'era sempre una strana atmosfera a colazione quei sabati in cui era
previsto un incontro. Mia madre evitava di alludere alla riunione con mio padre, ma per tutto il pasto
metteva su un'aria quasi disgustata. Dal canto suo, mio padre finiva vittima di una sorta di forzata
giovialit che non faceva altro che aumentare nel corso della mattinata fino al momento in cui gli ospiti
della mamma incominciavano ad arrivare. Lo zio Philip era sempre tra i primi e lui e mio padre
chiacchieravano per qualche minuto in salotto, ridendo molto.
Poi, con l'arrivo degli altri, mia madre prendeva da parte lo zio e i due confabulavano
solennemente in un angolo sulla riunione imminente.
Era quasi sempre a quel punto che mio padre si assentava, di solito per salire nel suo studio.
Quel giorno in particolare, ricordo di aver sentito i visitatori incominciare a prendere congedo, e di
essere uscito in giardino per aspettare mia madre - la quale, secondo le previsioni, avrebbe come
sempre requisito di l a poco la mia altalena canticchiando tutto il tempo in quel suo modo
meravigliosamente sognante. Non vedendola comparire, dopo un po' rientrai in casa per indagare e,
passando in biblioteca, notai che le porte della sala da pranzo erano socchiuse; che la riunione era in
effetti finita, ma che lo zio Philip e mia madre erano ancora seduti al tavolo ingombro di carte,
impegnati in una fitta discussione. A quel punto mio padre fece la sua comparsa alle mie spalle, senza
dubbio convinto anche lui che i lavori del mattino fossero conclusi. Udendo le voci provenire dalla sala
da pranzo, si ferm e mi disse: - Oh, sono ancora l. - Solo lo zio Philip. Mio padre sorrise e,
superandomi, si introdusse in sala da pranzo. Attraverso la porta vidi lo zio alzarsi in piedi e sentii poi i
due uomini ridere forte insieme. Un attimo dopo, mia madre emerse dalla stanza con un'espressione
vagamente irritata, stringendo le sue carte tra le mani.
Ormai era passato mezzogiorno. Lo zio Philip si trattenne a pranzo in un'atmosfera di
spensierata allegria. Poi, verso la fine del pasto, lo zio fece la sua proposta: perch non ce ne andavamo
tutti alle corse nel pomeriggio? Dopo un attimo di riflessione, mia madre dichiar che le pareva un'idea
eccellente. Mio padre fu d'accordo, ma aggiunse che avrebbero dovuto scusarlo per via del lavoro che
lo attendeva di sopra nello studio. - Tuttavia, mia cara, - disse poi, rivolgendosi alla mamma, - perch
non andate con Philip? Sembra che il pomeriggio sar un incanto. - Ebbene, penso proprio che potrei
accettare, - rispose mia madre. - Un piccolo svago far a tutti un gran bene. Anche a Christopher.
In quell'istante guardarono tutti me. Sebbene a quel tempo avessi solo nove anni, credo di aver
interpretato la situazione in modo piuttosto accurato. Ovviamente sapevo che mi si prospettava una
scelta: andare alle corse, o restare a casa con mio padre. Ma credo di aver afferrato anche le
implicazioni pi nascoste della faccenda: se avessi scelto di restare a casa, mia madre avrebbe rifiutato
di andare alle corse in compagnia del solo zio Philip. In altre parole, la gita dipendeva dalla mia volont
di seguirli. Sapevo inoltre - e lo sapevo con pacata certezza - che in quel momento mio padre
desiderava pi di ogni altra cosa che noi rimanessimo, e che, andando, gli avremmo causato un
immenso dolore. A suggerirlo non erano i suoi modi, ma piuttosto ci che - mio malgrado - avevo
assorbito nel corso delle settimane e dei mesi precedenti. Come  ovvio, erano tanti i risvolti che ancora
non comprendevo in quei giorni, ma una cosa vedevo con grande chiarezza: in quell'istante soltanto io
potevo salvare la situazione di mio padre. Ma forse non capivo ancora abbastanza. Perch, quando mia
madre disse: - Avanti, Pulcino. Corri a metterti le scarpe, - le obbedii con entusiasmo, un'euforia
elaborata ad arte per l'occasione. E ancora ricordo come fosse ieri mio padre che ci accompagna alla
porta, stringe la mano allo zio Philip e, ridendo, ci saluta con un gesto mentre la carrozza porta mia
madre, lo zio Philip e me al nostro pomeriggio di svago. Gli unici altri ricordi nitidi che conservo di
quell'autunno riguardano ancora mio padre: pi precisamente, i curiosi episodi di sua vanagloria.
Mio padre ebbe sempre maniere modeste, e trovava perci le vanterie altrui imbarazzanti.  per questa
ragione che mi colp tanto sentirlo parlare in quel modo in svariate occasioni intorno allo stesso
periodo. Si tratt di piccole cose, sul momento fonte di moderata sorpresa, che tuttavia, nel corso degli
anni, si impressero nella mia memoria. Ci fu ad esempio la volta in cui, seduti a tavola per la cena,
all'improvviso disse a mia madre: - Te l'ho raccontato, mia cara? E tornato a trovarmi quel tale, il
rappresentante dei lavoratori portuali. Voleva ringraziarmi di tutto quello che ho fatto per loro. Parlava
persino un discreto inglese.
Certo, questi cinesi si esprimono sempre in modo un po' caricato, i loro discorsi vanno presi
ogni volta cum granu salis. Ma devo dire, cara, che mi ha dato proprio l'impressione di essere sincero.
Ha detto che ero il loro onorevole eroe. Che ne dici, eh? Onorevole eroe!
Mio padre rise, poi scrut attentamente mia madre, la quale continu a mangiare e, dopo un
attimo, disse: - S, caro. Me l'hai gi raccontato. Mio padre parve un tantino avvilito, ma l'istante dopo
recuper allegria e, con un'altra risata, disse: - Ah, davvero? - Poi, rivolgendosi a me, aggiunse: - Ma il
nostro Pulcino qui non l'ha ancora sentita. Dico bene, Pulcino?
Onorevole eroe.  cos che chiamano tuo padre. Non ricordo affatto a che cosa si collegasse la
conversazione ed  probabile che al tempo non mi importasse neppure granch.
Ho ripreso l'episodio solo perch, come ho gi detto, era cos poco tipico di mio padre quel
genere di discorsi. Un altro aneddoto analogo ebbe luogo un pomeriggio in cui i miei genitori e io
stavamo andando ai giardini pubblici ad ascoltare la banda. Eravamo appena scesi dalla carrozza
all'ingresso del Bund, e mia madre e io osservavamo l'ampio viale alberato che conduceva all'ingresso
del parco. Era domenica pomeriggio e ricordo i marciapiedi su entrambi i lati della via, affollati di
gente elegante che passeggiava godendosi la brezza proveniente dal porto. Il Bund stesso era trafficato
di carrozze, automobili e risci, e la mamma e io ci apprestavamo ad attraversarlo, quando mio padre,
dopo aver pagato il vetturino, ci raggiunse e improvvisamente disse, a voce piuttosto alta: - Vedi, mia
cara, adesso lo sanno in ditta. Sanno che non sono uno da abbandonare. Bentley lo sa, per lo meno. Oh
s, altroch se lo sa!
Come l'altra volta al tavolo della cena, mia madre da principio non diede alcun segno di aver
udito. Mi prese per mano e ci incamminammo nel traffico verso i giardini. - Davvero? - fu tutto quello
che mormor sottovoce mentre raggiungevamo il lato opposto della strada. Ma la cosa non fin li.
Entrammo nel parco e per un poco, come ogni altra famiglia a spasso la domenica pomeriggio,
passeggiammo tra i prati e le aiuole fiorite salutando amici e conoscenti e fermandoci di quando in
quando a scambiare quattro chiacchiere. Ogni tanto vedevo un bambino che conoscevo - compagno di
scuola o magari di lezioni di piano dalla signora Lewis - ma, come me, camminavano tutti accanto ai
genitori in modo perfettamente educato, perci scambiavamo appena un saluto schivo e talvolta
neppure quello. La banda doveva incominciare a suonare alle cinque e mezza in punto e, bench fosse
cosa nota, quasi tutti aspettavano di vedere arrivare i suonatori di corno, prima di avvicinarsi al palco
dell'orchestra. Ci muovevamo sempre in ritardo, cosicch al nostro arrivo i posti a sedere erano
immancabilmente finiti. A me non importava molto, perch era intorno al palco che a noi bambini
veniva concesso uno scampolo di libert, e anch'io qualche volta ci andavo a mescolarmi e a giocare
con gli altri. Quel pomeriggio in particolare - doveva gi essere autunno inoltrato, perch ricordo che il
sole era basso sull'acqua alle spalle del palco - mia madre si era allontanata di qualche passo per parlare
a certi amici poco lontano, e dopo aver ascoltato la musica per alcuni minuti, chiesi a mio padre il
permesso di raggiungere alcuni ragazzi americani di mia conoscenza intenti a giocare ai margini della
folla. Lui continu a guardare la banda e non rispose; ero quindi sul punto di ripetergli la richiesta,
quando lo sentii dire a bassa voce: - Vedi tutta questa gente. Pulcino. Sono tanti. Alla precisa domanda,
ciascuno di loro dichiarer di avere dei principi. Ma quando diventerai grande capirai che  vero in ben
pochi casi. Per tua madre invece  diverso. Lei non si smentisce mai. E sai una cosa, Pulcino? E per
questo che alla fine ce l'ha fatta, ha fatto di tuo padre un uomo migliore. D'accordo, potr anche essere
severa, non occorre di certo che lo dica a te, ah, ah! Ebbene, con me lo  stata altrettanto. E il risultato,
buon Dio,  che per questo sono ora un essere umano pi degno. Ci ha messo del tempo, ma ce l'ha
fatta. Voglio che tu lo sappia, Pulcino: tuo padre oggi non  la stessa persona che hai visto quel giorno,
sai, quella volta che tu e la Mamma mi avete interrotto mentre lavoravo. Te ne ricordi, vero? Ma certo.
Ero nel mio studio. Mi dispiace che tu abbia visto tuo padre comportarsi cos. Comunque,  acqua
passata. Oggi, grazie a tua madre, sono un uomo molto, molto pi forte. Un uomo, oserei dire, Pulcino,
del quale un giorno potrai andar fiero. Afferravo poco di quel che mi stava dicendo e per di pi avevo
la sensazione che se mia madre - la quale non era molto lontana da noi - avesse per caso udito alcune di
quelle parole, sarebbe andata in collera. Perci non diedi a mio padre una vera e propria risposta.
Credo di aver solo aspettato qualche minuto prima di tornare a chiedergli se potevo unirmi ai
miei amici americani, troncando il discorso cos. Ma nei giorni successivi, mi ritrovai in effetti a
ripensare a quanto aveva detto mio padre, soprattutto in riferimento all'episodio nel quale mia madre e
io lo avremmo interrotto mentre lavorava nel suo studio. Per molto tempo, non ebbi idea di che cosa
potesse intendere, e cercai invano di collegare vari ricordi alle sue parole. Alla fine, mi concentrai su un
episodio in particolare che risaliva alla mia prima infanzia, quando non potevo avere pi di quattro o
cinque anni: un ricordo che persino allora che di anni ne avevo soltanto nove, era gi andato sbiadendo
nella mia mente. Lo studio di mio padre si trovava all'ultimo piano della casa e dalla finestra si godeva
la vista completa del terreno retrostante la villa.
Di solito non mi era permesso di entrarci e pi genericamente anche di giocare in prossimit di
quella stanza. C'era tuttavia uno stretto corridoio che dal pianerottolo conduceva alla porta dello studio,
lungo il quale si allineava una teoria di quadri in pesante cornice dorata.
Erano tutte vedute del porto di Shanghai realizzate, in preciso stile grafico, da vari punti di
osservazione sulla spiaggia di Pootung, vale a dire che, alle spalle dei numerosi vascelli all'ancora in
porto, erano raffigurati i grandi edifici del Bund. I quadri risalivano probabilmente almeno al 1880 e
suppongo che, come molte altre suppellettili della casa, fossero di propriet della ditta. Attualmente
non posso dire di ricordare la cosa di persona, ma mia madre mi raccontava spesso come, quando ero
molto piccolo, lei e io ci divertissimo a stare davanti a quei dipinti e a inventare nomi buffi per i vari
vascelli sull'acqua del porto. Secondo la mamma, quel gioco mi faceva ridere a crepapelle e, certe
volte, mi rifiutavo di interromperlo finch non avevamo trovato un nome per ogni imbarcazione
visibile. Se questo  vero - se avevo in effetti l'abitudine di ridere fragorosamente per tutto il tempo del
gioco -, allora  quasi certo che non saremmo mai saliti lass a divertirci in quel modo mentre mio
padre lavorava nello studio. Ma ripensando alle parole che mio padre mi aveva detto quel giorno nel
parco, incominciai a ricordare un'occasione nella quale la mamma e io eravamo nell'attico, con ogni
probabilit intenti a giocare, e lei si era all'improvviso immobilizzata. Il mio primo pensiero fu che
stesse per arrivarmi un rimprovero, forse per qualche cosa che avevo detto e che l'aveva fatta
inquietare.
Del resto a mia madre capitava di cambiare repentinamente di umore nel bel mezzo di un
momento armonioso e di rimproverarmi per un'infrazione commessa ore prima. Ma mentre
ammutolivo, in attesa di un'esplosione di quel tipo, mi resi conto che lei invece ascoltava. E l'attimo
dopo si era voltata e aveva aperto di scatto la porta dello studio di mio padre. Al di l della sagoma di
mia madre, colsi una visione fugace dell'interno della stanza. Conservo l'immagine di mio padre
accasciato sulla scrivania, con il viso grondante sudore e l'espressione alterata dalla sofferenza. 
possibile che singhiozzasse e forse era quel suono ad aver attratto l'attenzione di mia madre. Davanti a
lui, sul tavolo da lavoro, stavano carte, libri mastri, quaderni. Notai anche - credo, seguendo il percorso
dello sguardo di mia madre - altre carte e quaderni sul pavimento, come se ve li avesse scaraventati in
un accesso di collera. Ci guardava, in preda al panico, e l'attimo dopo disse con una voce che mi
sconvolse: - Non lo possiamo fare! Non torneremo pi indietro! Non  possibile!
Stai chiedendo troppo, Diana! Troppo!
Mia madre replic qualcosa a mezza voce, senz'altro un severo invito a darsi un contegno. E
mio padre in effetti cerc di ricomporsi e, superando con lo sguardo la mamma, finalmente mi mise a
fuoco. Ma quasi subito sul suo viso riapparvero i segni della disperazione e, rivolto a mia madre, lo
sentii ripetere, scuotendo il capo sconsolato: - Non possiamo, Diana. Sarebbe la nostra rovina. Ho
controllato tutto.
Non torneremo mai in Inghilterra. Non riusciremo a mettere da parte quanto occorre. Senza la
ditta, siamo sul lastrico. Poi sembr perdere di nuovo il controllo e, mentre mia madre stava per dire
qualcos'altro - sempre nel suo tono pacato e furente -, mio padre si mise a gridare, non tanto a lei,
quanto piuttosto alle pareti dello studio: - Non lo far, Diana! Mio Dio, ma per chi mi hai preso? 
troppo per me, mi hai sentito? Troppo! Non ce la faccio!
 probabile che a quel punto mia madre abbia richiuso la porta e mi abbia portato via. Non
conservo altra reminiscenza dell'episodio. E ovviamente, non sono nemmeno sicuro dello stato d'animo
di mio padre quel giorno, figuriamoci poi delle esatte parole che pronunci. In ogni caso  cos che,
senz'altro col senno di poi, ho dato forma al mio ricordo. Allora si tratt solo di un'esperienza
sconcertante per me, ed  probabile che, pur trovando interessante constatare che anche mio padre,
come me, aveva momenti di pianto e di collera, non mi sia chiesto molto a che cosa fossero dovuti.
Inoltre, quando lo rividi, mio padre era lo stesso di sempre e mia madre dal canto suo non fece mai
alcuna allusione all'incidente avvenuto in studio. Se anni dopo non fosse stato lui stesso a farmi quel
curioso discorso accanto al palco dell'orchestra, dubito che ci sarei mai tornato sopra con la memoria.
Ma come ho detto, a parte questi curiosi episodi, accadde ben poco di memorabile in quell'autunno e
nel monotono inverno che segu.
Mi trascinavo in un'eterna svogliatezza e accolsi perci con entusiasmo la notizia del ritorno di
Akira, che Mei Li mi comunic un pomeriggio.
In quel preciso momento, mi disse, nel vialetto accanto a casa nostra, stavano scaricando il suo
bagaglio dall'automobile.
...
.
...
CAPITOLO SETTIMO.
.
Con mio grande piacere, seppi che Akira non era tornato a Shanghai solo per una visita bens
con previsioni che abbracciavano tutto il futuro e con il progetto di riprendere a frequentare la vecchia
scuola su North Szechwan Road all'inizio del semestre estivo. Non riesco a ricordare se celebrammo il
suo ritorno in modo speciale. Ho l'impressione che ci limitammo a riprendere la nostra amicizia l dove
si era interrotta l'autunno prima, senza tanto chiasso. Ero piuttosto curioso di sapere dell'esperienza di
Akira in Giappone, ma lui mi persuase che sarebbe stato infantile - in qualche modo indegno di noi -
parlare di cose simili, perci ci sforzammo di recuperare la nostra vecchia routine, come se non avesse
mai subito alcuna interruzione. Immaginai ovviamente che il suo soggiorno in Giappone non fosse
stato un successo, ma fui ben lungi dal sospettare l'entit della delusione fino a quel caldo giorno di
primavera in cui Akira strapp la manica del suo kimono.
Quando giocavamo fuori, il mio amico si vestiva pi o meno come me - camicia, pantaloncini
e, nelle giornate pi calde, cappellino da sole.
Ma quella mattina in particolare, stavamo sulla collina dietro i nostri giardini e lui indossava
un kimono - niente di speciale, solo uno dei vestiti che spesso portava in casa. Stavamo correndo su e
gi per la collina impegnati in uno dei nostri giochi, quando all'improvviso Akira si ferm quasi in
cima e si sedette accigliato. Pensai che si fosse fatto male, ma quando mi avvicinai, mi accorsi che
stava esaminando uno strappo nella manica del kimono. Sembrava preoccupatissimo, e credo di avergli
detto qualcosa come: - Che problema c'? La cameriera o qualcun altro pu ricucirlo in un attimo. Lui
non rispose - sembrava essersi completamente scordato della mia presenza -, e mi resi conto che
sprofondava in una intensa tristezza proprio davanti ai miei occhi. Continu a studiare lo strappo per
qualche secondo poi, abbandonando il braccio, fiss lo sguardo nel vuoto come se si fosse appena
verificata un'immane tragedia. - E terza volta, - borbott a mezza voce. - Terza volta questa settimana
faccio cosa cattiva. Poi, mentre continuavo a fissarlo piuttosto perplesso, disse: - Terza cosa cattiva.
Adesso madre e padre, mi fanno tornare a Giappone. Ovviamente, non riuscivo a capire come un
piccolo strappo in un vecchio kimono potesse avere conseguenze di quella portata, ma a quel punto ero
gi sufficientemente allarmato alla prospettiva, da accovacciarmi accanto a lui e chiedergli trafelato una
spiegazione.
Tuttavia ottenni ben poco dal mio amico quella mattina, - si fece sempre pi cupo e introverso
- e mi pare di ricordare che non ci lasciammo di ottimo umore. Nel corso delle settimane successive
per, a poco a poco scoprii a che cosa fosse dovuta la stranezza del suo comportamento. Sin dal suo
primo giorno in Giappone, Akira era stato malissimo. Pur non ammettendolo mai in modo esplicito,
dedussi che lo avevano spietatamente isolato a causa della sua estraneit; a segnalarlo come diverso
avevano contribuito i suoi modi, gli atteggiamenti, i discorsi e cento altre cose, ed era stato schernito
non solo dai compagni di scuola, ma anche dagli insegnanti e persino - vi accenn lui stesso pi di una
volta - dai parenti presso i quali soggiornava. Alla fine, la sua infelicit divenne cos profonda che i
genitori si erano visti costretti a riportarlo a casa a met del semestre scolastico. Il pensiero
dell'eventualit di tornare in Giappone ossessionava il mio amico. Il fatto  che i suoi provavano una
fortissima nostalgia per il Giappone e parlavano spesso di tornare in patria. Poich la sorella maggiore,
Etsuko, non era affatto contraria all'ipotesi, Akira si rendeva conto di essere l'unico a desiderare che la
famiglia restasse a Shanghai: solo la sua strenua resistenza all'idea impediva ai genitori di imballare le
loro cose e far vela verso Nagasaki, ma proprio non sapeva per quanto tempo ancora poteva aspettarsi
che le sue preferenze avessero la meglio su quelle della sorella e dei suoi. Regnava una sorta di
equilibrio precario e qualsiasi manchevolezza da parte sua - la minima infrazione, un insuccesso
scolastico - poteva far oscillare l'ago della bilancia a suo svantaggio. Ecco perch immaginava che un
piccolo strappo nella manica di un kimono potesse facilmente causare conseguenze gravissime.
Alla resa dei conti, l'indumento strappato non scaten la temuta collera dei suoi genitori e di
sicuro l'episodio non ebbe esiti fatali come previsto. Ma nel corso dei mesi successivi al suo ritorno, si
verific una serie di marginali sventure sufficienti a ricacciare il mio amico nel suo pozzo d'angoscia e
scoraggiamento. Credo che la pi significativa di esse sia stata la vicenda di Ling Tien e della nostra
rapina - il famoso crimine del passato che ha tanto incuriosito Sarah durante il nostro giro in
autobus oggi pomeriggio. Ling Tien era al servizio della famiglia di Akira sin dai tempi del loro arrivo
a Shanghai. Tra i miei primi ricordi di quando andavo a giocare nella casa accanto alla nostra, ci sono
quelli del vecchio domestico che trascina una scopa in giro per le stanze. Sembrava vecchissimo,
indossava sempre una palandrana scura, anche in piena estate, e un copricapo dal quale spuntava il
codino. A differenza degli altri domestici cinesi del quartiere, sorrideva di rado ai bambini e, d'altra
parte, nemmeno ci rimproverava urlando, perci, se non fosse stato per l'atteggiamento di Akira nei
suoi riguardi, non credo che l'avrei mai considerato come una possibile fonte di paura. Ricordo anzi che
in un primo tempo rimasi piuttosto sorpreso dal panico che si impossessava del mio amico ogni volta
che il servo si trovava nelle nostre vicinanze. Se ad esempio Ling
Tien passava nel corridoio, Akira interrompeva qualsiasi cosa stessimo facendo per rintanarsi
tesissimo in una parte della stanza non visibile al domestico e rimanerci finch non giudicasse superato
il pericolo.
Eravamo agli albori della nostra amicizia e il terrore di Akira non mi aveva ancora contagiato,
perch presumevo dipendesse da un episodio specifico verificatosi tra lui e Ling Tien. Come ho gi
detto, il fenomeno pi che altro mi sconcertava, ma ogni volta che chiedevo ad Akira di spiegarmi il
suo comportamento, lui si limitava a ignorarmi.
Col tempo imparai ad apprezzare il profondo imbarazzo che evidentemente provava di fronte
alla sua incapacit di controllare il terrore per Ling
Tien e finii col non dire pi nulla quando i nostri giochi venivano interrotti in quel modo.
Crescendo, tuttavia, immagino che Akira abbia incominciato a sentire il bisogno di giustificare
la sua paura. Entro i sette otto anni, la vista di Ling Tien non paralizzava pi il mio amico; smetteva
ancora di fare quel che stava facendo, ma mi guardava con uno strano sorriso. Poi, appoggiandomi la
bocca vicino all'orecchio, prendeva a snocciolare in monotona cantilena - non dissimile da quella dei
monaci che di quando in quando udivamo salmodiare al mercato su Boone Road, - terrificanti
rivelazioni sul conto del vecchio domestico. In quel modo venni a sapere della mostruosa passione di
Ling Tien per le mani. Una volta Akira aveva casualmente sbirciato nel corridoio dei domestici, verso
la stanza di Ling Tien in una delle rare occasioni in cui il vecchio aveva lasciato la porta socchiusa, e
aveva visto ammucchiate sul pavimento una collezione di mani mozze di uomini, donne, bambini e
scimmie antropomorfe.
Un'altra volta a tarda notte, Akira aveva intravisto il servo portare in casa una cesta piena di
arti di piccole scimmie. Dovevamo stare sempre in guardia, mi ammon Akira. Alla minima
opportunit, Ling Tien non avrebbe esitato a tagliarci le mani. Quando, dopo un certo numero di simili
raccapriccianti aggiornamenti, domandai perch Ling Tien nutrisse una tale passione per le mani, Akira
mi scrut attentamente e mi chiese se poteva fidarsi a rivelarmi il pi fosco segreto della sua famiglia.
Dopo che l'ebbi rassicurato, ci pens ancora un po' su prima di dire: - Allora ti dico, vecchio mio!
Terribile ragione! Perch Ling taglia mani. Ti dico!
A quanto pare, Ling Tien aveva scoperto un metodo per trasformare le mani mozze in ragni. In
camera sua c'erano svariate ciotole piene di fluidi nei quali metteva a macerare per mesi e mesi le
numerose mani che aveva collezionato. A poco a poco, le dita incominciavano a muoversi da sole - in
principio si trattava solo di brevi fremiti, poi di gesti convulsi, alla fine comparivano i peli neri e a quel
punto Ling Tien estraeva dal fluido la creatura ormai trasformata in ragno e la liberava nel quartiere.
Akira aveva sentito dire di molti vecchi domestici che nel cuore della notte uscivano di casa per darsi a
quel genere di attivit. Una volta, in giardino, il mio amico aveva persino visto muoversi tra l'erba un
mutante che Ling aveva prematuramente estratto dalla soluzione: non assomigliava ancora del tutto a
un ragno ed era invece possibile riconoscervi senza difficolt una mano recisa.
Sebbene anche a quell'et non gli credessi fino in fondo, quelle storie non mancarono certo di
turbarmi parecchio e, per qualche tempo, la sola vista di Ling Tien bast a mettermi in corpo brividi di
terrore. Anzi, anche crescendo, nessuno di noi due riusc a liberarsi dell'orrore per Ling Tien. Questo
fatto continu a tormentare l'orgoglio di Akira e, intorno ai nostri otto anni, il mio amico manifest il
bisogno costante di mettere alla prova le sue vecchie paure. Ricordo che mi trascinava spesso in alcuni
angoli della casa dai quali potevamo spiare Ling Tien intento a scopare il sentiero del prato o a sbrigare
qualche altro lavoro. Spiarlo non mi dispiaceva, ma quello che finii col temere a morte erano le
occasioni in cui Akira mi sfidava con insistenza ad avvicinarmi alla stanza di Ling Tien. Fino a quel
momento ne eravamo stati ben alla larga, soprattutto in considerazione del fatto che, secondo Akira, i
miasmi esalati dai fluidi di Ling Tien avevano il potere di ipnotizzarci e di attirarci oltre la porta della
camera. Poi per l'idea di avvicinarci alla stanza divenne una specie di ossessione per il mio amico.
Capitava che stessimo parlando di tutt'altro e all'improvviso sulla sua faccia compariva un ghigno
strano e Akira si metteva a bisbigliare: - Tu hai spavento? Christopher, hai spavento?
Poi mi obbligava a seguirlo in giro per casa, oltre le stanze arredate in modo inconsueto, fino
all'arco sorretto da una trave massiccia che segnalava l'ingresso agli alloggi della servit. Superato
l'arco, ci ritrovavamo in un corridoio buio, pavimentato con semplici assi di legno al fondo del quale, di
fronte a noi, stava la porta di Ling Tien.
Da principio, mi imponeva soltanto di fermarmi in prossimit dell'arco e di starlo a guardare
mentre avanzava passo dopo passo lungo il corridoio, fino a percorrere pi o meno met della distanza
che ci separava da quella porta tremenda. Mi pare di rivedere il mio amico, la figuretta tozza tesa come
una corda di violino e il viso, quando si voltava a guardarmi, madido di sudore: si costringeva ogni
volta a qualche passo in pi, prima di voltarsi e tornare indietro di corsa con un sorriso trionfante. Poi
mi toccava il tormento delle sue sfide insistenti, finch non recuperavo il fegato di eguagliare l'impresa
test compiuta. Per qualche tempo, come ho detto, quelle prove di ardimento riguardo alla stanza di
Ling Tien diventarono una sorta di ossessione per Akira e arrivarono a sottrarmi gran parte del piacere
di andare a giocare da lui. Ma per un pezzo ancora nessuno dei due dimostr di avere abbastanza
coraggio per arrivare fino alla porta, figuriamoci poi varcarla. Quando alla fine entrammo in camera di
Ling
Tien, avevamo ormai dieci anni e, bench ovviamente non lo sapessi, la mia permanenza a
Shanghai stava per concludersi. Fu allora che Akira e io commettemmo il nostro piccolo furto: un gesto
impulsivo le cui vaste conseguenze, per effetto dell'emozione, non fummo assolutamente in grado di
valutare. Sapevamo da sempre che Ling Tien sarebbe stato via per sei giorni al principio di agosto per
una visita al suo villaggio natale nei pressi di Hangchow, e avevamo spesso progettato di cogliere
l'occasione per entrare finalmente nella sua stanza. Come previsto, il primo pomeriggio dopo la
partenza di Ling Tien, arrivai a casa di Akira e lo trovai tutto impegnato a organizzare l'impresa. A quel
punto, dovrei aggiungere, ero nel complesso una persona parecchio pi sicura anche solo di un anno
prima e se ancora provavo in parte l'antico terrore per Ling Tien, di certo non l'avrei mai dato a vedere.
Anzi, credo di essere stato di gran lunga il pi calmo dei due al pensiero di entrare nella stanza:
condizione che senza dubbio il mio amico not e che dovette considerare come una forma di
esaltazione della sfida in corso. Ma per tutto quel pomeriggio la madre di Akira fu occupata a cucire un
vestito, il che la costringeva a spostarsi ripetutamente da una stanza all'altra, cosicch Akira dichiar
troppo rischioso anche solo contemplare la possibilit di procedere. A me non dispiacque di certo, ma
sono sicuro che il pi soddisfatto dell'impedimento fu proprio Akira. L'indomani, tuttavia, era un sabato
e, quando arrivai a casa di Akira verso met mattina, entrambi i suoi genitori erano usciti. Akira non
aveva un'amah come me e, da pi piccoli, avevamo spesso discusso su chi tra noi fosse il pi fortunato.
Lui aveva sempre sostenuto che i bambini giapponesi non avessero bisogno di un'amah in quanto pi
coraggiosi degli occidentali. Nel corso di uno di quei battibecchi gli avevo chiesto chi avrebbe
provveduto ai suoi bisogni nel caso che sua madre fosse fuori e a lui servisse, che so, un bicchiere di
acqua fresca, o se si fosse tagliato. Ricordo la sua risposta: le madri giapponesi non uscivano mai se
non su specifico consenso dei figli, - affermazione che trovai difficile a credersi, dal momento che
sapevo per certo che le signore giapponesi si incontravano al circolo, non meno delle occidentali,
presso l'Hotel Astor o la Marcell's Tea Room su Szechwan Road. Ma quando mi fece notare che in
assenza di sua madre c'era sempre una cameriera pronta a occuparsi delle sue necessit, lasciandolo al
tempo stesso libero di fare quel che voleva senza il perenne controllo, incominciai in effetti a pensare di
essere io quello dei due pi a mal partito.
Stranamente, continuai a pensarla cos sebbene in pratica, quando capitava che giocassimo a
casa sua mentre sua madre era fuori, una domestica a turno era sempre delegata a sorvegliare ogni
nostro movimento. Anzi, soprattutto finch fummo piccoli, questo significava la presenza di una figura
severa, senza dubbio terrorizzata dalle conseguenze nefaste in caso ci fosse accaduto qualcosa, sempre
all'erta a distanza paralizzante, mentre noi facevamo del nostro meglio per riuscire comunque a giocare.
Va da s, tuttavia, che quell'estate ci fosse ormai permesso di agire con molta pi libert. La
mattina in cui entrammo nella stanza di Ling Tien, avevamo giocato in una delle camere sobriamente
arredate alla giapponese al terzo piano della villa di Akira, mentre una domestica anziana - l'unica
persona oltre a noi in casa in quel momento - era impegnata a cucire qualcosa nel locale proprio sotto
di noi.
Ricordo che a un certo punto Akira interruppe quel che stavamo facendo, raggiunse in punta di
piedi la scala e si sporse sul mancorrente tanto da farmi temere che potesse cadere di sotto. Poi, quando
torn di corsa da me, mi resi conto che sulla sua faccia era comparso il ben noto ghigno. La cameriera,
mi rifer in un sussurro, si era addormentata come previsto. - Adesso dobbiamo entrare! Tu hai
spavento, Christopher?
All'improvviso Akira appariva talmente teso che per un istante tornarono a invadermi tutte le
antiche paure riguardo a Ling Tien. Ma a quel punto una ritirata era fuori questione per tutti e due,
perci procedemmo il pi silenziosamente possibile verso gli alloggi della servit finch, per
l'ennesima volta, non ci ritrovammo nel corridoio buio dal pavimento di nudo legno. Se la memoria
non mi inganna, avanzammo lungo il corridoio senza esitazione fino a non pi di tre o quattro metri
dalla porta di Ling Tien. Poi, qualcosa ci indusse a fermarci e, per un momento, nessuno dei due parve
in grado di andare oltre; se a quel punto Akira avesse fatto dietrofront e fosse fuggito, sono sicuro che
l'avrei imitato. Ma il mio amico sembr invece recuperare pi slancio e, tendendomi il braccio, disse: -
Avanti, vecchio mio! Andiamo insieme!
Ci prendemmo a braccetto e percorremmo gli ultimi passi cos allacciati.
Poi Akira apr la porta ed entrambi sbirciammo dentro. Avevamo di fronte una sobria stanzetta
ordinata, con il pavimento spazzato con cura. La finestra era riparata da una persiana, ma la luce
filtrava violenta dai lati. C'era nell'aria un vago profumo di incenso, un altarino in un angolo, un letto
basso e stretto e uno splendido cassettone laccato sorprendentemente grande e ornato di maniglie
penzolanti da ogni cassetto. Varcammo la soglia e, per alcuni secondi, restammo immobili, respirando
appena.
Infine Akira si lasci sfuggire un sospiro e mi rivolse un grande sorriso, evidentemente felice
di aver finalmente superato la vecchia paura. L'attimo dopo, tuttavia, il senso di trionfo sembr lasciare
il posto all'ansia in quanto la palese assenza di qualsiasi oggetto sinistro in quella stanza poteva coprirlo
di ridicolo. Senza darmi il tempo di parlare perci punt un dito sul cassettone e mi bisbigli concitato:
- L! L dentro! Attento, attento, vecchio mio! I ragni, sono dentro l!
Non fu molto convincente e dovette rendersene conto. Eppure, per un paio di secondi, la mia
mente fu attraversata dall'immagine di tutti quei cassettini che si aprivano davanti ai nostri occhi
rivelando creature - a vari stadi di mutazione tra la mano e il ragno - desiderose di mettere fuori aborti
di membra. Akira per mi stava gi indicando una boccetta sul tavolino accanto al letto di Ling Tien: -
Lozione! - sussurr. - Lozione magica che lui usa! Eccola!
Fui tentato di coprire di ridicolo il disperato tentativo di mantenere in vita una fantasticheria che
da tempo entrambi avevamo superato, ma in quel momento ebbi un'altra visione improvvisa dei cassetti
che piano piano si aprivano, e un avanzo della mia vecchia paura mi imped di parlare. Inoltre,
incominciavo a preoccuparmi della possibilit che si verificasse qualcosa di assai pi probabile: vale a
dire che la cameriera o qualche altro adulto inatteso ci sorprendesse l nella stanza. Non riuscivo
nemmeno a immaginare le sventurate conseguenze che ne sarebbero seguite, le punizioni, i lunghi
conciliaboli tra i miei genitori e quelli di Akira. Mi era impossibile anche solo pensare a come
avremmo incominciato a giustificare il nostro comportamento.
Proprio allora, Akira avanz spedito, prese il flacone e se lo strinse al petto.
- Via! Via! - sibil, e d'un colpo fummo entrambi presi dal panico. Tra risatine soffocate, ci
precipitammo fuori dalla stanza, nel corridoio.
Tornati al sicuro nella camera del piano di sopra - la cameriera continuava a dormire da basso
-, Akira ripet che i cassetti dovevano essere pieni di mani mozze. Mi resi conto che ormai temeva sul
serio l'eventualit che schernissi la nostra anacronistica fantasia e per qualche ragione provai anch'io il
bisogno di preservarla. Perci non dissi nulla che potesse smentire la sua affermazione, e non provai
nemmeno a suggerire che la stanza di Ling Tien fosse stata una delusione o che avessimo messo alla
prova il nostro coraggio sulla base di presupposti errati. Sistemammo il flacone su un piatto e lo
poggiammo a terra in mezzo alla camera, poi ci sedemmo a esaminarlo.
Akira rimosse con cautela il tappo. Il flacone conteneva un liquido pallido dal vago aroma di
anice. A tutt'oggi non ho idea dell'uso che potesse farne il vecchio domestico; immagino si trattasse di
un farmaco acquistato allo scopo di curare un disturbo cronico. In ogni caso, il suo aspetto indefinito
era ideale per le nostre imprese. Con la massima prudenza incominciammo a intingerci dei bastoncini
che poi facevamo sgocciolare su un pezzo di carta. Akira disse che non dovevamo per nessun motivo
permettere anche solo a una goccia di sfiorarci le mani, se non volevamo risvegliarci il mattino dopo
con le dita trasformate in ragni. Nessuno dei due ci credeva, ma, di nuovo, per difendere la sensibilit
di Akira, pareva essenziale fingere, perci procedemmo nell'esperimento con esagerata cautela. Alla
fine, Akira richiuse il flacone col tappo e lo ritir nella scatola dove conservava le sue cose speciali,
affermando che desiderava condurre qualche altra prova di laboratorio prima di restituire il liquido. A
conti fatti, quando ci separammo quella mattina, eravamo entrambi parecchio soddisfatti di noi stessi.
Quando per Akira si present a casa mia l'indomani pomeriggio, mi accorsi subito che doveva essere
sorto qualche problema; era tesissimo e incapace di concentrarsi nel gioco. Temendo di sentirgli dire
che i suoi genitori avevano chiss come scoperto della nostra impresa del giorno prima, per un po'
evitai accuratamente di domandargli che cosa lo preoccupasse. Alla fine tuttavia non ressi pi e gli
chiesi di sputare il rospo. Akira neg che i suoi potessero sospettare alcunch, ma poi torn a
sprofondare nel suo mutismo accigliato. Cedette solo dopo molte altre insistenze e finalmente mi
raccont che cosa era successo. Incapace di contenere la sensazione di trionfo, Akira aveva rivelato alla
sorella Etsuko quel che avevamo fatto. Con sua grande sorpresa, Etsuko aveva avuto una reazione di
terrore. Parlo di sorpresa, perch Etsuko - maggiore di noi di quattro anni - non aveva mai accettato la
nostra versione sulla presunta indole sinistra di Ling Tien. Ma a quel punto, udendo la storia di Akira,
lo aveva fissato atterrita come se si aspettasse di vederlo contorcersi a terra e morire stecchito davanti
ai suoi occhi. Poi aveva detto ad Akira che eravamo stati pi che fortunati a cavarcela; che lei aveva
personalmente sentito dire di altri domestici i quali in passato avevano tentato di fare altrettanto e che
di conseguenza erano scomparsi: le loro spoglie erano state in seguito rinvenute nei vicoli oltre i
confini della Concessione. Akira aveva replicato dicendo che sua sorella voleva solo mettergli paura e
che lui perci non credeva a una sola parola di quanto andava affermando. Ma in realt era molto
scosso.
E anch'io sentii un brivido gelido percorrermi tutto, ascoltando la conferma - pronunciata per
di pi da una fonte autorevole come Etsuko - di tutte le nostre vecchie paure riguardo a Ling Tien. Solo
allora compresi il motivo dell'incontenibile ansia di Akira: qualcuno doveva riportare il flacone al suo
posto prima del ritorno del vecchio domestico di l a tre giorni. Era tuttavia palese come gli effetti della
nostra bravata del giorno prima fossero tutt'altro che conclusi, e la prospettiva di rientrare in quella
stanza ci appariva al di l delle nostre forze. Incapaci di dedicarci a uno dei passatempi consueti,
decidemmo di raggiungere il nostro posto segreto oltre il canale. Per tutto il tragitto, analizzammo il
problema da ogni possibile angolazione. Che cosa sarebbe accaduto se non avessimo restituito la
boccetta? Forse il suo contenuto era molto prezioso e la polizia sarebbe stata chiamata a svolgere delle
indagini. O forse Ling Tien non avrebbe detto a nessuno della sua scomparsa e avrebbe deciso di
riversare su di noi la sua personale atroce vendetta. Ricordo che finimmo col confonderci parecchio
riguardo a quanto ci tenessimo a conservare la nostra fantasia sul conto di Ling
Tien e quanto volessimo invece considerare in termini razionali il modo migliore per evitare
guai molto seri. Ricordo, ad esempio, che a un certo punto prendemmo in considerazione l'ipotesi che
la lozione fosse una medicina acquistata da Ling Tien dopo mesi di accorti risparmi e senza la quale
l'anziano domestico si sarebbe ammalato gravemente; ma l'attimo dopo, e senza scartare l'idea
precedente, rivalutavamo la possibilit che il liquido fosse esattamente ci che avevamo sempre
creduto. Il posto segreto oltre il canale, a un quarto d'ora circa di cammino dalle nostre case, si trovava
alle spalle di certi magazzini di propriet della Jardine Matheson Company. Non ci fu mai del tutto
chiaro se stessimo o no violando un divieto di accesso; per arrivare a destinazione attraversavamo un
cancello che di fatto restava sempre aperto e superavamo un cortile in cemento, sotto gli sguardi
sospettosi di alcuni operai cinesi che tuttavia non ci fermarono in nessuna occasione. Poi giravamo
intorno a una malferma casa galleggiante e percorrevamo un pontile, prima di scendere sulla nostra
macchia di terra scura e compatta sulla sponda del canale. Lo spazio era largo abbastanza da ospitare
noi due seduti vicini di fronte all'acqua, ma anche nei giorni pi afosi i magazzini alle nostre spalle ci
garantivano il sollievo dell'ombra, e ogni volta che sul canale transitava una barca o una giunca, l'acqua
veniva a lambirci i piedi.
Sulla sponda opposta si ergevano altri edifici, ma ricordo che proprio dirimpetto a noi si apriva
un varco tra due costruzioni, attraverso il quale potevamo intravedere un viale alberato. Akira e io
andavamo spesso in quel luogo, pur facendo attenzione a non farne parola con i nostri genitori per
paura che non si fidassero di lasciarci giocare tanto vicini all'acqua. Quel pomeriggio, dopo esserci
seduti, cercammo per un momento di dimenticare le nostre ansie. Ricordo che Akira incominci a
chiedermi, come faceva sovente quando eravamo nel nostro posto segreto, se in caso di emergenza
sarei stato in grado di raggiungere a nuoto una delle varie imbarcazioni visibili in lontananza sul corso
d'acqua. Ma non resse molto e all'improvviso, con mio grande stupore, scoppi in lacrime. Non avevo
quasi mai visto il mio amico piangere. Anzi, ancora oggi, quello  l'unico ricordo che ho di lui in
lacrime. Persino quella volta in cui un grosso pezzo di mortaio gli cadde sulla gamba mentre
giocavamo dietro la Missione Americana, Akira si fece pallido come un cadavere, per non pianse. Ma
quel pomeriggio presso il canale, l'ansia fu chiaramente pi forte di lui. Ricordo che aveva in mano un
pezzo di legno fradicio dal quale, tra un singhiozzo e l'altro, sfaldava piccole schegge che poi lanciava
nell'acqua. Avrei tanto desiderato consolarlo, ma non avevo idea di che cosa dirgli, e rammento di
essermi messo a cercare altri pezzi di legno da passargli come se si trattasse di una specie di rimedio
urgente al problema. Alla fine non ci fu pi legno da gettare nel canale, e Akira cerc di controllare la
crisi di pianto. - Quando madre e padre scoprono, - disse alla fine, - loro sono molto arrabbiati. Loro
non mi lasciano stare qui. Allora tutti tornano in Giappone. Continuavo a non sapere che cosa dire. Poi,
fissando una barca di passaggio, il mio amico sussurr: - Io non voglio mai vivere in Giappone. E,
come sempre facevo quando Akira pronunciava quella frase, gli feci eco: - E io non voglio mai andare
in Inghilterra. Dopodich, restammo entrambi in silenzio per qualche minuto. Ma mentre seguitavamo
a fissare l'acqua, sempre pi forte si faceva in me la consapevolezza di come esistesse un unico modo
per evitare il verificarsi di tutte quelle atroci ripercussioni, e alla fine molto semplicemente gli dissi che
sarebbe bastato rimettere il flacone al proprio posto, e tutto sarebbe tornato come prima. Akira parve
non avermi sentito, perci gli ripetei il mio punto di vista. Lui continu a ignorarmi, e fu allora che
capii quanto, a partire dalla nostra avventura del giorno prima, il suo terrore per Ling Tien fosse
diventato autentico; anzi, mi rendevo conto che era tornato ad assumere le stesse proporzioni di quando
eravamo piccoli, con la differenza che adesso Akira non era pi disposto ad ammetterlo. Comprendevo
la sua difficolt e cercai in tutti i modi di escogitare una via d'uscita. Alla fine, dissi in tono pacato: -
Akira-chan. Lo faremo di nuovo insieme. Come l'altra volta. Ci prenderemo sotto braccio, entreremo
nella stanza e rimetteremo il flacone dove l'abbiamo trovato. Se restiamo uniti, saremo al sicuro e non
ci succeder niente. Credimi. Nessuno scoprir mai quel che abbiamo fatto. Akira ci pens su. Poi si
volt a guardarmi e io riconobbi sul suo viso un'espressione di profonda e solenne riconoscenza. -
Domani, pomeriggio, alle tre, - disse. - Madre esce per andare al parco. Se cameriera di nuovo
addormenta, noi possiamo fare. Gli assicurai che la cameriera si sarebbe senz'altro addormentata
ancora, e ripetei che, se entravamo uniti dentro la stanza, non ci sarebbe stato nulla da temere.
- Facciamo insieme, vecchio mio! - disse lui illuminandosi in un sorriso e scattando in piedi.
Durante il tragitto di ritorno, mettemmo a punto il nostro piano. Promisi di essere a casa sua ben prima
che sua madre uscisse; saremmo saliti all'ultimo piano e avremmo aspettato insieme che la domestica si
addormentasse, gi pronti con il flacone di Ling Tien. L'umore di Akira si rasseren parecchio, ma
ricordo che, quando ci salutammo quel pomeriggio, il mio amico si rivolse a me e si raccomand con
una noncuranza assai poco convincente di non fare tardi l'indomani. Il giorno dopo faceva di nuovo
molto caldo e c'era umidit.
Nel corso degli anni ho pi volte riconsiderato tutto ci che di quella giornata riesco a
ricordare, cercando di sistemare i dettagli in una sorta di ordine coerente. Non rammento granch della
prima parte della mattina. Conservo l'immagine di me che saluto mio padre mentre esce di casa per
andare al lavoro. Ero gi fuori e bighellonavo sul vialetto d'accesso alla villa in attesa di vederlo uscire.
Alla fine comparve: indossava un completo bianco, un cappello dello stesso colore e portava un
bastone e una valigetta. Strizz gli occhi e rivolse lo sguardo al cancello. Poi, mentre aspettavo che si
avvicinasse a me, mia madre usc sulla soglia di casa alle sue spalle e gli disse qualcosa. Mio padre
torn indietro di qualche passo, scambi con lei alcune parole, sorrise, le sfior la guancia con un bacio
e torn ad avviarsi nella mia direzione. E tutto ci che ricordo di come se ne and quel giorno. Non so
se mi strinse la mano, se mi batt su una spalla, se si volt ancora al cancello per un ultimo gesto di
saluto. L'impressione che mi  rimasta dentro  che nulla differenziasse il congedo di quel mattino dal
modo in cui ogni altro giorno mio padre usciva per andare a lavorare.
Del resto della mattinata ricordo solo che giocai con i soldatini sul tappeto della mia stanza, con
la mente tutta occupata dal pensiero del compito intrepido che ci aspettava pi tardi. Rammento che a
un certo punto mia madre usc e che io consumai il pranzo in cucina ih compagnia di Mei Li. Dopo
mangiato, dovendo ingannare l'attesa fino alle tre, mi recai lungo la via di casa fino al punto in cui,
poco lontano dalla strada, ma in prossimit del muro di cinta, si ergevano due grandi querce. Forse
dipese dal fatto che gi stavo mettendo alla prova il mio coraggio, ma quel giorno riuscii ad
arrampicarmi su uno degli alberi fino a un'altezza mai raggiunta in passato. Appollaiato trionfante tra i
rami, scoprii di godere da quel punto la vista di tutte le siepi e i giardini delle case del vicinato. Ricordo
di essere rimasto seduto lass per un po', con il vento sulla faccia e nel cuore l'ansia crescente per
l'impresa che mi aspettava. Capivo che, a dispetto di tutta la mia apprensione, la paura di Akira per la
stanza di Ling Tien era adesso di gran lunga maggiore della mia e che perci, quella volta, sarebbe
toccato a me il ruolo di guida. Mi rendevo conto della responsabilit che ci comportava e decisi di
mostrarmi il pi sicuro possibile al momento di presentarmi a casa sua. Ma mentre stavo seduto
sull'albero, non facevo che pensare alla miriade di imprevisti che avrebbero potuto impedirci di agire:
la cameriera poteva non addormentarsi; poteva addirittura aver scelto proprio quel giorno per pulire il
corridoio fuori della stanza di Ling Tien; o magari la madre di Akira avrebbe cambiato idea e non
sarebbe uscita come previsto. Senza contare gli altri timori, pi antichi e irrazionali che, nonostante
tutti i miei sforzi, non riuscivo a bandire dalla mia mente. Alla fine, scesi dall'albero: volevo andare a
casa a bere un bicchiere d'acqua e a controllare l'ora. Attraversando il cancello, vidi due automobili
parcheggiate sul nostro viale. La faccenda mi incurios un poco, ma ormai ero troppo preoccupato per
prestare attenzione ad altro. Di passaggio nell'ingresso, lanciai un'occhiata in salotto e vidi tre uomini
che, in piedi col cappello in mano, parlavano con mia madre. Non vi era nulla di infausto in tutto ci:
era perfettamente plausibile che fossero venuti a discutere delle campagne di mia madre, ma qualcosa
aleggiante nell'atmosfera mi fece fermare un momento in ingresso. Subito le voci si spensero e vidi le
loro facce voltarsi verso di me. In uno degli uomini riconobbi il signor Simpson, collega di mio padre
alla Byatt; gli altri due mi erano sconosciuti. Poi comparve alla vista mia madre e anche lei si chin in
avanti per guardarmi. Forse fu in quell'istante che sentii che si stava verificando qualcosa di molto
insolito. In ogni caso, l'attimo dopo, correvo gi verso la cucina. Vi ero appena entrato, quando sentii
un rumore di passi: era mia madre che mi raggiungeva. Spesso ho tentato di riportare alla memoria il
suo viso - l'esatta espressione che vi si leggeva -, ma non ci sono mai riuscito. Forse l'istinto mi sugger
di non guardare. Quel che ricordo invece  la sua presenza che mi appariva solenne e imponente, come
se io fossi tornato piccino, e la consistenza leggera dell'abito estivo che aveva indosso. Con voce bassa,
ma perfettamente composta mi disse: - Christopher, i signori che sono qui con il signor Simpson sono
della polizia. Devo finire di parlare con loro. Subito dopo voglio parlare con te. Vuoi aspettarmi in
biblioteca, per favore?
Ero sul punto di protestare, ma mia madre mi punt addosso uno sguardo che mi ammutol. -
Allora, intesi, in biblioteca, - disse, voltandosi.
- Verr appena avr finito con questi signori.
-  successo qualcosa a mio padre? - chiesi. Mia madre torn a voltarsi verso di me. - Tuo padre
non  mai arrivato in ufficio questa mattina.
Ma sono certa che tutto si chiarir presto. Aspettami in biblioteca.
Non ci metter molto. La seguii fuori dalla cucina e mi diressi in biblioteca. Mi sedetti al
tavolo dove di solito facevo i compiti e attesi, pensando non a mio padre, bens ad Akira e a come fossi
gi in ritardo rispetto ai nostri piani. Mi chiesi se avrebbe avuto il coraggio di restituire il flacone da
solo; se anche l'avesse fatto, sarebbe stato comunque molto in collera con me. In quel momento
provavo una tale angoscia riguardo alla situazione di Akira che arrivai a considerare l'ipotesi di
disobbedire a mia madre e di andarmene senza avvertire. Frattanto, la discussione in salotto sembrava
protrarsi in eterno. C'era un orologio sulla parete della biblioteca e io non facevo che fissarne le
lancette. A un certo punto andai in ingresso, nella speranza di incrociare lo sguardo di mia madre per
chiederle il permesso di uscire, ma scoprii che le porte del salotto questa volta erano state chiuse. Poi,
mentre mi attardavo in ingresso, valutando di nuovo la possibilit di andarmene di soppiatto, apparve
Mei Li che mi indic severa la biblioteca. Appena fui rientrato, lei chiuse la porta alle mie spalle, e la
sentivo passeggiare di fuori. Tornai a sedermi e ripresi a contemplare l'orologio. Quando le lancette
superarono le tre e mezza, sprofondai nel pi nero degli umori, pieno di astio verso mia madre e Mei
Li. Poi, finalmente, udii dei saluti di commiato. Uno degli uomini disse: - Faremo tutto il possibile,
signora Banks. Speriamo in bene e confidiamo in Dio. Non riuscii a sentire la risposta di mia madre.
Non appena gli uomini se ne furono andati, mi precipitai fuori e chiesi il permesso di andare a casa di
Akira. Ma mia madre, scatenando la mia furia, ignor del tutto la richiesta e disse: - Torniamo in
biblioteca.
A dispetto della mia violenta irritazione, obbedii e fu l, nella biblioteca, che lei mi fece
sedere, si accovacci accanto a me e mi disse, calmissima, che mio padre era scomparso da quella
mattina. La polizia, avvertita dai colleghi d'ufficio, stava conducendo delle indagini, ma queste non
avevano ancora dato alcun esito. - Potrebbe benissimo farsi vivo entro l'ora di cena, - disse con un
sorriso. - Ma certo, - replicai io con una voce che speravo tradisse tutto il mio fastidio per tanto
trambusto. Poi mi alzai dalla sedia e domandai ancora una volta il permesso di andarmene. Ma lo feci
ormai con meno fervore, poich capivo io stesso, controllando l'ora, che ormai non aveva alcun senso
andare a casa di Akira. Sua madre era di sicuro tornata; di l a poco per lui sarebbe stata ora di cena.
Provai un rancore immenso al pensiero che mia madre mi avesse trattenuto l al solo scopo di
raccontarmi qualcosa che a grandi linee avevo gi appreso in cucina almeno un'ora e mezza prima.
Quando alla fine mi disse che potevo andare, mi limitai a raggiungere camera mia, disposi i soldatini
sul tappeto e feci del mio meglio per non pensare ad Akira e ai suoi sentimenti verso di me. Ma non
facevo altro che riandare con la mente a tutto quello che ci eravamo detti sul canale, e allo sguardo
carico di gratitudine che mi aveva rivolto. Inoltre, detestavo l'idea che Akira tornasse in Giappone
almeno quanto lui. Rimasi incupito fino a tarda sera, ma ovviamente il fenomeno fu interpretato come
una reazione alla vicenda di mio padre. Per tutto il tempo mia madre non fece che ripetere cose come: -
Non lasciamoci abbattere. Ci sar di sicuro una spiegazione semplicissima -. Mei Li dal canto suo si
mostr stranamente gentile con me mentre mi aiutava a fare il bagno. Ricordo anche per che, col
procedere della serata, mia madre incominci a manifestare quei momenti di assenza ai quali dovetti
abituarmi nel corso delle settimane successive. Credo anzi sia stato proprio quella stessa sera, mentre
mi rigiravo nel letto ancora in ansia per quello che avrei raccontato ad Akira al nostro prossimo
incontro, che mia madre mormor, fissando il vuoto in fondo alla stanza: - Qualsiasi cosa accada, puoi
essere fiero di lui, Pulcino. Potrai andare sempre fiero di ci che ha fatto.
...
.
...
CAPITOLO OTTAVO.
.
Non ricordo molto dei giorni che seguirono la scomparsa di mio padre, se non che spesso ero
talmente preoccupato per Akira - soprattutto per quello che gli avrei detto al nostro successivo incontro
- da non riuscire a concentrarmi su nulla. Ciononostante mi ritrovai a rimandare di continuo il momento
di una visita a casa sua, arrivando al punto di contemplare l'ipotesi che non avrei dovuto rivederlo mai
pi: forse i suoi genitori, infuriati per la nostra imperdonabile infrazione, stavano addirittura gi
facendo i bagagli per tornare in Giappone. Durante quelle giornate bastava qualsiasi clamore
proveniente dall'esterno a farmi precipitare alle finestre del piano di sopra dalle quali potevo scrutare il
cortile adiacente al nostro a caccia di segnali di una partenza imminente. Dopo circa tre o quattro
giorni, in una mattina di cielo coperto, stavo giocando da solo sul prato rotondo davanti alla villa,
quando mi accorsi che dal lato opposto della siepe che divideva i nostri giardini proveniva un rumore.
Di l a poco, capii che Akira percorreva il vialetto di casa sulla bicicletta di sua sorella; l'avevo gi visto
parecchie volte tentare di pedalare su quella bici decisamente troppo grande per lui, e riconobbi il
suono che facevano le ruote strisciando mentre il mio amico cercava di mantenersi in equilibrio. A un
certo punto udii un baccano seguito da un grido: era evidentemente caduto. Ritenni possibile che Akira
mi avesse visto dalla finestra e fosse uscito in bicicletta allo scopo preciso di attirare la mia attenzione.
Dopo altri svariati minuti di incertezza - nel corso dei quali Akira continu a far rumore dalla sua parte
della siepe - finalmente uscii dal cancello, svoltai e mi misi a guardare nel suo giardino.
In effetti Akira stava sulla bicicletta di Etsuko, impegnato nel tentativo di eseguire chiss quale
numero di equilibrismo da circo che prevedeva l'abbandono del manubrio mentre le ruote
completavano un giro strettissimo. Pareva troppo assorto per accorgersi di me, e anche quando mi
avvicinai, non diede alcun segno di avermi notato. Alla fine, gli dissi semplicemente: - Mi dispiace di
non essere potuto venire l'altro giorno. Akira mi rivolse uno sguardo scontroso, senza interrompere le
sue manovre. Ero sul punto di offrirgli la mia spiegazione dell'accaduto, ma scoprii che per qualche
ragione non riuscivo a dire altro. Restai l a guardarlo ancora per un po'. Poi, avvicinandomi di un altro
passo, abbassai la voce fino a un bisbiglio e gli chiesi: - Com' andata a finire? L'hai rimessa a posto? Il
mio amico mi lanci un'occhiata che escludeva ogni forma di confidenza, e torn a girare in tondo con
la bicicletta. Mi sentii gli occhi riempirsi di lacrime, ma ricordando per tempo la nostra lunga diatriba
su chi, tra giapponesi e inglesi, fosse pi incline al pianto, riuscii a reprimerle. Pensai di nuovo di
raccontargli della scomparsa di mio padre, che all'improvviso mi parve un'ottima ragione non solo per
averlo abbandonato quel giorno, ma anche per compatirmi moltissimo. Immaginavo lo stupore e la
vergogna dipingersi sulla faccia di Akira mentre io pronunciavo le parole: - Non sono potuto venire
l'altro giorno perch... perch mio padre  stato rapito, - ma chiss come, non riuscii a dirle. Mi limitai
invece a fare dietrofront e a tornare di corsa a casa. Non rividi Akira per alcuni giorni. Poi un
pomeriggio si present alla nostra porta di servizio e chiese di me a Mei Li come faceva di solito. Ero
impegnato in qualcosa, ma lasciai subito tutto e mi precipitai dal mio amico. Mi salut sorridendo e,
mentre mi conduceva nel suo giardino, mi batt affettuosamente su una spalla. Io ero ansiosissimo di
sapere come fosse finita la vicenda di Ling Tien, ma desiderando ancora di pi non riaprire vecchie
ferite, resistetti alla smania di fargli domande.
Ci recammo sul retro del suo giardino - verso i fitti cespugli da noi definiti la giungla - e ben
presto ci ritrovammo coinvolti in uno dei nostri soliti giochi. Ho la sensazione che potremmo aver
recitato alcune scene da Ivanhoe, che al tempo stavo leggendo - o forse si trattava di una delle sue
avventure di samurai. In ogni caso, dopo pi o meno un'ora, il mio amico si interruppe di colpo e mi
guard in modo strano.
Poi disse: - Se ti piace, noi facciamo gioco nuovo. - Un gioco nuovo?
- Gioco nuovo. Su padre di Christopher. Se ti piace. Colto alla sprovvista, non ricordo che cosa
replicai. Lui si avvicin di qualche passo nell'erba alta e mi accorsi che mi osservava quasi con
tenerezza. - S, - disse. - Se ti piace, noi facciamo investigatori. Cerchiamo padre. Salviamo padre.
Compresi allora di dovere alla notizia della scomparsa di mio padre - che nel frattempo aveva
incominciato a circolare in tutto il quartiere - se Akira era tornato alla porta di casa mia. E capii anche
che quella proposta di gioco era il suo modo di manifestarmi la preoccupazione e il desiderio di
offrirmi aiuto, e sentii crescermi dentro un'ondata di affetto per lui. Alla fine, per, dissi in tono
disinvolto: - D'accordo. Se ti va quel gioco, possiamo farlo. E fu cos che ebbe inizio ci che nella mia
memoria di oggi si configura come un'era completa - anche se  possibile che sia durata soltanto due
mesi -, nel corso della quale giorno dopo giorno inventavamo interminabili variazioni sul tema del
salvataggio di mio padre. Frattanto le indagini vere sulla sua scomparsa proseguivano. Lo sapevo dalle
visite di uomini che si stringevano il cappello tra le mani e conferivano solennemente con mia madre;
dalle sue conversazioni a mezza voce con Mei Li, quando rientrava nel tardo pomeriggio con la faccia
tesa; e in particolare, da quel discorso che mi fece ai piedi della scala.
Non ho alcun ricordo preciso di quello che ciascuno di noi due stesse facendo un attimo prima.
Mentre correvo di sopra per andare a prendere qualcosa nella mia stanza, vidi mia madre in cima alle
scale e capii che stava per scendere.
Doveva essere in procinto di uscire, perch indossava il vestito beige, quello speciale che
emanava un particolare aroma di foglie bagnate.
Credo di aver colto qualcosa nel suo atteggiamento, perch mi bloccai al terzo o quarto gradino,
e aspettai che scendesse. Avvicinandosi, mia madre sorrise e mi tese una mano. Lo fece quando era
ancora parecchio pi in alto, tanto che per un momento pensai mi stesse invitando ad aiutarla a
scendere, come qualche volta faceva mio padre quando l'aspettava al fondo della scala. Ma mentre mi
voltavo, lei si limit a cingermi le spalle e insieme scendemmo gli ultimi gradini. Poi mi lasci e si
diresse all'appendiabiti dall'altra parte dell'ingresso. Fu allora che incominci a dire: - Pulcino, mi
rendo conto di quanto difficili siano stati per te questi ultimi giorni. Probabilmente ti senti come se il
mondo ti crollasse addosso. Be',  stata dura anche per me. Ma devi comportarti come faccio io.
Dobbiamo continuare a pregare e non perdere le speranze. Non ti stai dimenticando le tue preghiere,
vero, Pulcino?
- No, certo, - replicai sbrigativo. - E triste, - prosegui lei, - che in una citt come questa, di
quando in quando qualcuno venga rapito. A
dire la verit, accade piuttosto spesso e molte volte, oserei dire il pi delle volte queste persone
tornano a casa sane e salve. Perci abbiamo il dovere di essere pazienti. Mi stai ascoltando, Pulcino?
- Certo che ti ascolto -. A quel punto le davo le spalle e ciondolavo le braccia gi dal
mancorrente. - Ci che dobbiamo apprezzare, - disse mia madre dopo una pausa, -  che il caso sia stato
affidato ai migliori investigatori della citt. Ho parlato con questi signori, e li ho sentiti ottimisti
riguardo a una prossima soluzione del caso. - Ma quanto tempo ci vorr? - chiesi io scontroso. -
Dobbiamo sperare. Avere fiducia negli investigatori. Magari ci vorr un po' di tempo, ma dobbiamo
avere pazienza. Alla fine le cose si sistemeranno, e tutto torner come prima. Dobbiamo pregare il
Signore e non perdere le speranze. Che stai facendo, Pulcino? Mi hai sentita?
Non risposi subito, perch stavo cercando di verificare quanti gradini riuscissi a fare senza
staccare le braccia dal mancorrente. Poi chiesi: - E se gli investigatori avessero troppo da fare? Con
tutti gli altri casi che devono risolvere. Omicidi, rapine. Non possono fare tutto.
Udii mia madre riavvicinarsi di alcuni passi e, quando riprese a parlare, il tono della sua voce
era attento e determinato: - Pulcino, non esiste assolutamente la possibilit che gli investigatori siano
troppo occupati. Tutta Shanghai, la gente pi illustre di questa citt  in ansia per tuo padre e non
vede l'ora che la faccenda sia chiarita. Mi riferisco a gentiluomini come il signor Forrester. E il signor
Carmichael. Persino il console in persona. So per certo che si sono impegnati a far tutto il possibile
affinch tuo padre torni a casa sano e salvo al pi presto. Perci come vedi, Pulcino, gli investigatori
non potranno che dare il meglio di s. Ed  quello che stanno facendo adesso, in questo preciso
momento. Ti rendi conto, Pulcino, che la responsabilit del caso  stata affidata niente meno che
all'ispettore Kung? S, proprio lui, l'ispettore Kung. Tu capisci, dunque, che abbiamo tutte le ragioni di
continuare a sperare. Quella conversazione non manc di avere su di me un certo effetto, perch
ricordo di essermi preoccupato immensamente di meno per parecchi giorni. Persino la sera, quando
l'ansia tendeva ad avere una recrudescenza, mi capitava spesso di andare a dormire pensando agli
investigatori di Shanghai in giro per le vie della citt, determinati a chiudere sempre di pi il cerchio
intorno ai rapitori di mio padre. Certe volte, sdraiato nel buio, mi ritrovavo a tessere complicatissime
trame prima del sonno, e molte di quelle fantasie diventavano poi materiale di gioco per me e Akira
l'indomani.
Non voglio dire, s'intende, che per tutto quel periodo il mio amico e io non facessimo mai
giochi del tutto slegati dalla vicenda di mio padre; capitava che ci perdessimo per ore appresso a una
delle nostre pi tradizionali avventure. Ma ogni volta che Akira mi sentiva preoccupato, o si accorgeva
che il mio cuore era lontano da ci che stavamo facendo, diceva: - Vecchio mio. Noi giochiamo che
salviamo tuo padre.
I racconti sul tema del rapimento subivano, come ho gi detto, innumerevoli variazioni, ma
quasi subito escogitammo una struttura base ricorrente che li accomunava. Mio padre era prigioniero in
un edificio oltre i confini della Concessione. I rapitori erano parte di una banda decisa a estorcere un
enorme riscatto. Molti dettagli marginali della vicenda assunsero presto la caratteristica di elementi
fissi. Succedeva sempre, ad esempio, che, pur essendo circondata dagli orrori del quartiere cinese, la
casa in cui era costretto mio padre fosse pulita e confortevole. Ricordo persino come accadde che
questa convenzione narrativa in particolare diventasse elemento invariabile. Doveva essere la seconda
o la terza volta che provavamo a giocare e Akira e io facevamo i turni nel ruolo del leggendario
ispettore Kung - di cui entrambi conoscevamo bene dalle fotografie sui giornali il fascino e il modo
inconfondibile di indossare il cappello. Eravamo ormai tutti assorti nell'emozione della nostra
fantasticheria quando all'improvviso, nel momento in cui doveva entrare in scena mio padre, Akira mi
fece un cenno per indicarmi che sarebbe toccata a me la sua parte e disse: - Tu stai legato a sedia. Il
gioco era gi in pieno corso, ma io mi bloccai. - No, - dissi. - Mio padre non  legato. Come farebbe a
restare legato tutto il tempo?
Akira, che non amava essere contraddetto durante un racconto, ripet che mio padre era legato e
che io avrei dovuto immediatamente recitare il suo ruolo ai piedi di un albero. Io gridai di rimando un
No secco e mi allontanai. Non uscii tuttavia dal giardino di Akira. Ricordo di essermi fermato dove
iniziava il suo prato - l dove finiva la nostra giungla - e di essermi messo a fissare una lucertola che
si arrampicava sul tronco di un olmo. In capo a un momento sentii alle mie spalle i passi di Akira e mi
preparai a sostenere una lite coi fiocchi. Ma con mia sorpresa, voltandomi, vidi il mio amico che mi
guardava in modo conciliante. Mi venne pi vicino e mi disse in tono gentile: - Tu hai ragione. Padre
non  legato. Lui molto comodo. Casa dei rapitori comoda. Molto comoda. In seguito a questo
episodio, Akira mostr sempre gran cura nell'assicurare a mio padre comfort e dignit in tutti i nostri
racconti.
I rapitori gli si rivolgevano sempre come se fossero suoi domestici, e gli portavano cibo, da bere
e giornali non appena lui ne facesse richiesta. Di conseguenza i malviventi stessi andarono
addolcendosi; si scopr che non erano malvagi, ma solo uomini le cui famiglie morivano di fame.
Spiegavano a mio padre che non avrebbero mai voluto vedersi costretti a commettere un gesto tanto
violento, ma che non tolleravano il pensiero dei loro bambini affamati. Le loro azioni non erano giuste,
se ne rendevano conto, ma che altro potevano fare?
Avevano scelto il signor Banks proprio perch le sue opinioni magnanime nei riguardi delle
condizioni di indigenza dei cinesi erano note a tutti, e perch probabilmente avrebbe compreso il
disagio che erano costretti a infliggergli. A quelle parole mio padre - immancabilmente rappresentato
da me - reagiva con un sospiro indulgente, prima di sostenere che per quante difficolt la vita
imponesse, il crimine non poteva comunque essere giustificato. Inoltre, presto o tardi, l'ispettore Kung
sarebbe arrivato ad arrestarli e allora li avrebbero gettati in galera, forse persino giustiziati. E che ne
sarebbe stato a quel punto delle loro famiglie? I rapitori - rappresentati da Akira - replicavano che
qualora la polizia avesse scoperto il loro nascondiglio, si sarebbero consegnati alla giustizia senza fare
storie, augurando al signor Banks ogni bene ora che poteva ricongiungersi ai suoi cari. Ma fino a quel
momento, erano obbligati a fare del loro meglio per portare a termine il piano. Poi domandavano a mio
padre che cosa gradisse per cena, e io ordinavo in sua vece un lauto pasto a base dei suoi piatti preferiti:
arrosto di manzo, pastinaca al burro e nasello in bianco non mancavano mai. Come ho detto, era Akira
pi ancora di me quello dei due che tendeva a sottolineare gli aspetti sontuosi della vicenda, ed era
ancora lui ad aggiungervi altri dettagli piccoli ma significativi: dalla stanza di mio padre si godeva il
panorama dei tetti della citt fino al fiume; il suo letto era stato rubato apposta per lui da uno dei
rapitori al Palace Hotel ed era perci il massimo del moderno comfort. Nel corso del gioco, Akira e io
assumevamo il ruolo degli investigatori - sebbene di quando in quando preferissimo recitare la parte di
noi stessi - finch, dopo inseguimenti, risse e sparatorie nei vicoli del quartiere cinese, angusti come
gabbie per conigli, i nostri racconti, a dispetto di ogni possibile variante e modifica, immancabilmente
si concludevano con una cerimonia fastosa in Jessfield Park, cerimonia che avrebbe visto noi tutti - mia
madre, mio padre, Akira, l'ispettore Kung e me stesso - salire a turno su un palco appositamente eretto
per salutare una vasta folla esultante. Come ho detto, questo era l'intreccio di base della nostra storia e
suppongo, per inciso, che fosse pi o meno lo stesso che continuai a recitarmi innumerevoli volte da
solo in quei primi giorni piovigginosi in Inghilterra, quando per riempire le eterne ore vuote vagavo tra
le felci intorno al cottage di mia zia, mormorando sotto voce anche le battute di Akira. Fu solo circa un
mese dopo la scomparsa di mio padre che finalmente trovai il coraggio di domandare ad Akira come
fosse finita la vicenda del flacone di Ling Tien. Ci stavamo concedendo un momento di intervallo dal
gioco e sedevamo insieme all'ombra dell'acero in cima alla collina, bevendo l'acqua ghiacciata che Mei
Li ci aveva portato fuori in due tazze da t. Con mio grande sollievo, Akira non mostr alcun
risentimento.-
Etsuko riporta a posto flacone. In un primo momento sua sorella era stata molto compiacente.
In seguito per, ogni volta che voleva costringere Akira a fare qualche cosa, lo minacciava di rivelare
ai genitori il suo segreto. Akira non pareva comunque troppo angustiato da quella manovra. - Lei anche
entrata in stanza. Cos lei cattiva come me. Lei non dice a nessuno. - Dunque non ci sono stati
problemi, - dissi io.
- Nessun problema, vecchio mio. - Allora non dovrai andare a vivere in Giappone. - Niente
Giappone -. Si volt verso di me e mi sorrise. - Io resto in Shanghai per sempre -. Quindi si fece
solenne e domand: - Se non trovano padre. Tu devi andare a Inghilterra?
Per qualche ragione quell'ipotesi allarmante non mi era mai balenata. Ci pensai, e dissi: - No.
Anche se non si trova mio padre, vivremo qui per sempre. Mia madre non vorr mai tornare in
Inghilterra, e poi non ci vorrebbe andare Mei Li. Lei  cinese. Per un momento, Akira continu a
riflettere, fissando i cubetti di ghiaccio che galleggiavano nella sua tazza. Infine, sollev lo sguardo e
con un sorriso radioso esclam: - Vecchio mio! Noi viviamo qui insieme, sempre!
- Esatto! - replicai. - Vivremo a Shanghai per sempre. - Vecchio mio!
Sempre!
Nelle settimane che seguirono la scomparsa di mio padre, si verific un altro piccolo episodio
che sono giunto a considerare estremamente significativo. Non l'ho pensata sempre cos, anzi, l'avevo
scordato quasi del tutto finch, alcuni anni orsono, un casuale imprevisto non soltanto me lo riport alla
memoria, ma per la prima volta mi fece riconoscere le implicazioni profonde del fatto di cui ero stato
testimone.
Fu nel periodo immediatamente successivo al caso Mannering, mentre stavo svolgendo una
serie di ricerche generiche sugli anni del mio soggiorno a Shanghai. Credo di aver gi accennato a
quegli studi, che svolsi per lo pi presso il British Museum. Suppongo si trattasse, almeno in parte, di
un mio tentativo di comprendere da adulto la natura di certi giochi di forza che da bambino non avevo
avuto modo di spiegarmi. Era inoltre mia intenzione preparare il terreno per il giorno in cui avrei deciso
di intraprendere delle indagini serie sull'intera vicenda riguardante i miei genitori che, a dispetto degli
instancabili sforzi della polizia di Shanghai, non  stata a tutt'oggi ancora chiarita. Il progetto di
intraprendere tale indagine in un prossimo futuro rimane, fra l'altro, un mio fermo proposito. Immagino
anzi, che mi ci sarei gi dedicato, se gli incessanti impegni di lavoro non me lo avessero impedito. In
ogni caso, come dicevo, qualche anno fa trascorsi un cospicuo numero di ore nel British Museum a
raccogliere materiale storico sul commercio dell'oppio in Cina, sulle iniziative della Morganbrook &
Byatt, e sulla complicata situazione politica di Shanghai in quel periodo. Scrissi anche a pi riprese in
Cina per ottenere informazioni introvabili a Londra. E fu cos che un giorno ricevetti un articolo
ingiallito ritagliato dal North China Daily News recante la data di tre anni dopo la mia partenza da
Shanghai. Il mio corrispondente mi aveva inviato uno scritto riguardante alcune modifiche nella
normativa delle concessioni portuali - che senza dubbio gli avevo richiesto -, ma fu la fotografia che
casualmente si trovava sul retro dell'articolo ad attirare all'istante la mia attenzione. Ho conservato
quella vecchia foto nel cassetto della mia scrivania, dentro una scatola da sigari, e di quando in quando
la tiro fuori e la osservo. Mostra tre uomini in un viale alberato, in piedi davanti a una elegante
automobile. Sono cinesi tutti e tre. I due esterni indossano abiti occidentali dai colletti rigidi e tengono
in mano bombetta e bastone da passeggio. L'uomo al centro, paffuto,  invece abbigliato secondo la
tradizione cinese: tunica scura, codino, copricapo senza falda. Come in quasi tutte le fotografie
giornalistiche dell'epoca, l'immagine trasuda innaturalezza e le forbici del mio corrispondente ne hanno
mutilato un buon quarto sul lato sinistro. Ciononostante, dal primo momento in cui il mio sguardo vi si
 posato, quella foto - per essere precisi la figura centrale in tunica scura - ha esercitato su di me una
enorme attrazione. Insieme all'articolo, nella scatola dei sigari conservo la lettera che ricevetti dallo
stesso informatore circa un mese dopo, in risposta alla mia richiesta di ulteriori chiarimenti. Vi si legge
che l'uomo paffuto in tunica e copricapo cinese  Wang Ku, un signore della guerra che al tempo in cui
fu scattata l'istantanea gestiva un enorme potere nella provincia di Hunan dove aveva reclutato un
eterogeneo esercito di quasi trecento individui. Come la maggior parte dei personaggi di quel genere,
Wang Ku perse quasi tutta la sua influenza in seguito alla presa del potere da parte di Chiang Kai-shek,
ma si dice che fosse comunque riuscito a sopravvivere e che se la passasse tutt'altro che male in un suo
rifugio nei pressi di Nanchino. Riguardo alla mia specifica richiesta, il corrispondente dichiara di non
essere stato in grado di stabilire se Wang Ku avesse o no dei rapporti riconosciuti con la Morganbrook
& Byatt. A suo giudizio tuttavia non ci sono ragioni di escludere che avesse a un certo punto avuto a
che fare con la sunnominata azienda. In quei giorni, sottolinea l'autore della lettera, qualsiasi partita di
oppio - come di altri merci pregiate - in viaggio lungo lo Yangtze attraverso la provincia di Hunan,
avrebbe rischiato le incursioni di banditi e pirati che terrorizzavano la regione. Gli unici a poter
garantire autentica protezione ai carichi di passaggio erano per l'appunto i signori della guerra dei
territori attraversati, e una ditta come la Morganbrook & Byatt faceva sicuramente di tutto per
assicurarsi l'alleanza di questi potenti. Al tempo della mia infanzia a Shanghai, l'appoggio di Wang Ku
doveva essere reputato di estrema importanza, date le proporzioni del potere da lui esercitato. La lettera
del mio corrispondente si chiude con le sue scuse per non essere in grado di fornirmi dettagli pi
concreti.
Come ho gi detto, non avevo sollecitato l'invio di ulteriori informazioni che cinque o sei
settimane dopo la scoperta della fotografia sul ritaglio. La ragione di tale ritardo da parte mia nasceva
dal fatto seccante di non riuscire a ricordare dove avessi gi visto quell'uomo paffuto in passato, pur
essendo certo di riconoscerne la figura. Quel tale era legato al ricordo di una scena imbarazzante o
sgradevole, ma al di l di questo la mia memoria si rifiutava di collaborare. Poi una mattina, del tutto
inaspettatamente, mentre percorrevo Kensington Road in cerca di un taxi, ogni cosa mi torn in mente.
In un primo momento non avevo prestato molta attenzione al signore paffuto, quando si era presentato
a casa nostra. Dopo tutto erano passate appena due o tre settimane dalla scomparsa di mio padre e si era
verificato un continuo viavai di estranei: agenti di polizia, funzionari del Consolato britannico,
impiegati della Byatt, signore che appena entrate cercavano con lo sguardo mia madre per poi tenderle
le braccia dando in un grido di angoscia. A queste ultime, ricordo, mia madre reagiva sempre con un
sorriso composto; le avvicinava ma ne evitava l'abbraccio, dichiarando invece con tono di pacata
fermezza: - Agnese, che piacere -. Poi afferrava la mano dell'ospite - magari ancora tesa a mezz'aria in
un gesto impacciato - e la conduceva con s in salotto. In ogni caso, come ho detto, l'arrivo dell'uomo
paffuto quel giorno non suscit in me alcuna particolare emozione. Ricordo di aver sbirciato dalla
finestra della mia stanza dei giochi e di averlo visto scendere dall'automobile. Mi pare che il suo
aspetto fosse assai simile a quello che se ne ricava dalla foto sul giornale: tunica scura, copricapo,
codino. Notai le dimensioni e lo sfavillio dell'auto, notai che lo assistevano ben due uomini, oltre allo
chauffeur, ma nemmeno questo mi parve sensazionale; nel corso di quelle giornate dopo la scomparsa
di mio padre a casa nostra si era gi presentato un discreto numero di personaggi illustri. Fui tuttavia
lievemente colpito dal fatto che lo zio Philip, il quale era da noi da circa un'ora, uscisse per andare
incontro all'uomo paffuto. I due si scambiarono saluti molto calorosi - come se fossero amici di vecchia
data -, poi lo zio Philip fece strada all'ospite e lo accompagn in casa. Non ricordo che cosa feci subito
dopo. Di sicuro non andai fuori - ma non per via di quel tizio paffuto che, come ho detto, non mi aveva
molto incuriosito. Anzi, quando udii finalmente il trambusto che si stava verificando da basso, ricordo
di essermi stupito che l'ospite fosse ancora da noi. Precipitandomi alla finestra della mia stanza, vidi la
sua automobile sempre ferma sul viale, e i tre domestici rimasti a bordo che - avendo a loro volta
sentito il clamore - scendevano dal veicolo con espressione allarmata. Poi vidi l'uomo paffuto
procedere in tutta calma verso la vettura, facendo segno ai domestici di non preoccuparsi. Lo chauffeur
gli tenne aperta la portiera dell'auto e, mentre l'uomo saliva a bordo, comparve alla vista mia madre. In
effetti, a farmi correre alla finestra, era stata proprio la sua voce. Avevo cercato di convincermi che
avesse il tono che riservava sempre a me o ai servi quando era in collera, ma mentre la sua figura
appariva sotto la finestra, e le parole diventavano udibili, ogni sforzo di tranquillizzarmi risult vano.
Era chiaro che aveva perso il controllo, c'era in lei qualcosa che non le avevo mai visto e che tuttavia
avrei dovuto accettare come conseguenza della scomparsa di mio padre. Stava letteralmente urlando
invettive contro l'uomo paffuto e lo zio Philip era costretto a trattenerla. Mia madre gridava chiamando
quell'uomo traditore della sua gente, emissario del demonio, diceva di non sapere che farsene dell'aiuto
di individui come lui e che se mai si fosse azzardato a rimettere piede in casa nostra gli avrebbe
sputato addosso, com'era giusto fare con le bestie sue pari. L'uomo paffuto incass tutto quanto,
impassibile. Fece cenno ai domestici di salire in auto e infine, mentre l'autista girava la manovella
dell'accensione, rivolse a mia madre un sorriso quasi compiaciuto, come se gli si stesse esprimendo il
pi cordiale dei saluti di commiato. Poi l'auto si avvi e lo zio Philip convinse mia madre a rientrare in
casa. Quando furono nell'ingresso, la mamma era gi ammutolita. Sentivo lo zio Philip che diceva: -
Ma dobbiamo provare tutte le vie, non lo capisci? - Il rumore dei suoi passi segu quello di mia madre
in salotto, quindi la porta si chiuse e io non riuscii a sentire pi nulla. Ovviamente, vedere mia madre
comportarsi in quel modo non manc di turbarmi moltissimo. Ma se per lei quello sfogo di urla rivolte
al visitatore rappresent una liberazione dopo settimane di sentimenti tenuti a freno, allora  vero che
anch'io provai qualcosa di analogo. Fu assistere al suo cedimento a consentirmi di riconoscere la
gravit estrema di quanto ci era accaduto, e ne ricavai una sensazione di enorme sollievo. Mi vedo
costretto ad ammettere, per inciso, di non poter dichiarare con assoluta certezza se l'uomo che vidi quel
giorno fosse lo stesso della fotografia sul giornale - l'uomo attualmente identificato come il signore
della guerra Wang Ku. Posso solo affermare che dal momento in cui vi ho posato lo sguardo, quella
faccia - perch  stata la faccia, non tanto la tunica, il copricapo o il codino che, senz'altro, potevano
appartenere a qualsiasi gentiluomo cinese - mi ha colpito come un dettaglio sicuramente legato ai
ricordi dei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di mio padre. E quanto pi ho riflettuto su
quell'episodio, tanto pi mi sono convinto che l'uomo della foto fosse in effetti lo stesso che ci fece
visita quel giorno. Ritengo questa scoperta estremamente importante - tale da contribuire parecchio a
gettare una luce sul mistero dei miei genitori e da rivelarsi cruciale nel corso delle indagini, che, come
ho detto,  mia intenzione svolgere in un prossimo futuro.
...
.
...
CAPITOLO NONO.
.
Ci sarebbe un ulteriore aspetto legato all'episodio appena descritto, ma ho qualche esitazione a
farne parola in questa sede non essendo certo della sua rilevanza. Ha a che fare con il modo in cui lo
zio Philip tent di trattenere mia madre quel giorno davanti a casa; come pure qualcosa nel suo tono di
voce mentre le diceva, rientrando: - Ma dobbiamo provare tutte le vie, non lo capisci? - Non vi  nulla
di concreto su cui potrei puntare il dito, e tuttavia i bambini talvolta rivelano una particolare sensibilit
nei riguardi di certe inafferrabili minuzie. In ogni caso, registrai qualcosa di decisamente insolito nel
comportamento dello zio quel giorno. Non so come mai, ma ebbi la netta sensazione che in quella
circostanza lo zio Philip non fosse per cos dire dalla nostra; che la confidenza con la quale trattava
l'uomo paffuto fosse superiore a quella riservata a noi; addirittura - ma molto probabilmente qui si
tratta davvero solo di una mia fantasia - che lui e l'uomo paffuto si fossero scambiati un'occhiata mentre
l'automobile si allontanava. Come dico, non dispongo di alcun argomento valido per sostenere tali
impressioni, ed  invece pi che verosimile che io stia proiettando retrospettivamente certe sensazioni
alla luce di ci che in seguito accadde tra me e lo zio Philip. Ancora oggi, scopro che mi addolora
ricordare il modo in cui si concluse il mio rapporto con lui. Come credo di avere gi chiarito, nel corso
degli anni lo zio era diventato ai miei occhi un modello da idolatrare, al punto che nei primi giorni che
seguirono la scomparsa di mio padre, rammento di avere pensato che non era il caso mi preoccupassi
oltre misura, dal momento che lo zio Philip avrebbe sempre potuto prendere il suo posto.
Devo ammettere che quell'idea fin col sembrarmi assai poco plausibile, ma resta il fatto che lo
zio era per me una persona molto speciale e non sorprende perci che io abbia potuto in quell'occasione
abbassare la guardia e seguirlo. Uso l'espressione abbassare la guardia perch, per un certo
periodo, prima di quella giornata conclusiva, avevo continuato a osservare mia madre con crescente
apprensione. Anche quando esigeva di essere lasciata sola, non smettevo mai di tenere d'occhio la
stanza nella quale si era rifugiata, nonch porte e finestre dalle quali eventuali rapitori sarebbero potuti
entrare. La sera rimanevo sveglio ad ascoltare i suoi spostamenti in casa, e tenevo costantemente a
portata di mano la mia arma: un bastone dalla punta acuminata che mi aveva regalato Akira. Tuttavia, a
ben pensarci, ho l'impressione che in quella fase non credessi ancora alla possibilit che le mie paure si
realizzassero. Anche il solo fatto di considerare un bastone appuntito un deterrente adeguato per dei
rapitori - di addormentarmi spesso fantasticando di essere impegnato a ricacciare gi dalla scala
dozzine di malviventi che io atterravo uno dopo l'altro con il mio bastone - testimonia forse del modo
assai poco realistico in cui le mie paure al tempo mi condizionavano.
Ciononostante, rimane senza dubbio l'ansia che provavo per la sicurezza di mia madre,
accompagnata dallo stupore di fronte al fatto che nessuno degli altri adulti prendesse delle misure atte a
proteggerla. In quel periodo non mi piaceva perdere di vista la mamma e, come ho detto, non avrei mai
abbassato la guardia anche quel giorno, se si fosse trattato di chiunque altro anzich dello zio Philip.
Era una mattina ventosa e soleggiata. Ricordo di aver osservato dalle finestre della mia stanza lo
stormire delle foglie nel giardino intorno al passo carraio. Lo zio Philip era di sotto con la mamma sin
da poco dopo la colazione e io mi concedevo qualche momento di sollievo, convinto che non potesse
accaderle nulla fintanto che lui era in sua compagnia. Poi, verso met mattinata, udii lo zio chiamarmi.
Uscii sul pianerottolo e, guardando dalla ringhiera della scala, vidi mia madre e lo zio Philip
nell'ingresso con lo sguardo rivolto verso di me. Per la prima volta da settimane mi parve di scorgere
un po' di allegria nelle loro espressioni, come se avessero appena riso di una battuta scherzosa. La porta
d'entrata era socchiusa e ne filtrava una lunga striscia di luce. Lo zio Philip disse: - Ascolta, Pulcino.
Hai sempre detto che ti piacerebbe avere una fisarmonica. Ebbene, ho deciso di comprartene una. Ne
ho intravista una bellissima di modello francese su Hankow Road, ieri. Ovviamente il negoziante non
ha idea di quanto possa valere. Propongo che tu e io andiamo insieme a vederla. Se ti va a genio,  tua.
Ti pare un buon programma?
A quelle parole mi precipitai gi dalle scale. Saltai con un balzo gli ultimi quattro gradini e
presi a correre intorno agli adulti a braccia spalancate, imitando un uccello da preda. Intanto, con mia
immensa gioia, udivo mia madre ridere - ridere come non l'avevo pi sentita fare da un pezzo. E
persino possibile che sia stata proprio quell'atmosfera - la sensazione che le cose potessero
incominciare a essere di nuovo come prima - a svolgere un ruolo significativo nel convincermi ad
abbassare la guardia. Chiesi allo zio Philip quando saremmo andati, e lui, stringendosi nelle spalle,
replic: - Perch non ora? Se non ci affrettiamo, potrebbe notarla qualcun altro. Magari la stanno gi
addirittura comprando, mentre noi perdiamo tempo a parlarne. Volai alla porta, e mia madre rise di
nuovo. Poi mi disse che avrei dovuto cambiarmi le scarpe e infilarmi una giacca.
Ricordo di aver considerato l'ipotesi di protestare riguardo alla giacca, ma di avere poi
rinunciato per evitare che gli adulti potessero cambiare idea, non solo sull'acquisto della fisarmonica,
ma proprio su tutto quel miracolo di spensieratezza che ci stavamo godendo. Rivolsi a mia madre un
distratto cenno con la mano, mentre lo zio Philip e io procedevamo verso il fondo del giardino. Dopo
qualche passo, mentre mi precipitavo verso la nostra vettura in attesa, lo zio mi afferr per la spalla,
dicendo: - Ehi! Saluta tua madre! - nonostante lo avessi gi fatto. Ma sul momento non ci badai e,
voltandomi, gli obbedii agitando di nuovo la mano verso la figura elegante della mamma, ferma sulla
porta. Per un buon tratto, il carrozzino segu il percorso abituale che percorrevamo mia madre e io
quando eravamo diretti in citt. Lo zio Philip fu taciturno durante il viaggio, il che mi sorprese un poco,
ma non ero mai stato solo con lui in vettura e pensai che potesse essere avvezzo a comportarsi cos.
Ogni volta che gli indicavo qualcosa, reagiva con una certa cordialit, ma subito dopo tornava a fissare
in silenzio il panorama esterno. I viali fronzuti lasciarono il posto a vicoli affollati e il vetturino prese a
inveire contro risci e passanti che gli bloccavano il passo. Superammo svariate botteghe di oggetti rari
su Nanking Road e ricordo di avere allungato il collo per riuscire a vedere la vetrina di un negozio di
giocattoli all'angolo con Kwangse Road. Incominciavo a prepararmi al tanfo di marciume del mercato
alimentare che stavamo per raggiungere, quando all'improvviso lo zio Philip batt con la canna da
passeggio per fermare il carrozzino. - Da qui, proseguiremo a piedi, - mi disse. - Conosco una buona
scorciatoia. Faremo molto pi in fretta. Era del tutto plausibile. Sapevo per esperienza come le viuzze
intorno a Nanking Road potessero rivelarsi tanto stipate di gente da impedire il passaggio di una
carrozza o di un'automobile anche per cinque, dieci minuti. Perci, lasciai che mi aiutasse a scendere
dalla vettura senza protestare. Ma fu proprio allora, ricordo, che ebbi il mio primo presentimento che
qualcosa non andasse. Forse c'entrava il modo in cui lo zio Philip mi prese per mano per farmi
scendere; o forse fu un altro dettaglio del suo comportamento. Poi per lui sorrise e disse qualcosa che
il clamore circostante mi imped di udire. Indic un vicolo poco lontano e io gli rimasi vicinissimo
mentre ci aprivamo un varco in quella folla chiassosa. Ci spostammo dal pieno sole nell'ombra, quindi
lo zio si ferm e si rivolse a me, proprio l, in mezzo alla baraonda. Mi appoggi una mano sulla spalla
e mi chiese: - Christopher, sai dove siamo adesso? Riesci a indovinarlo?
Mi guardai intorno. Poi, indicando un arco di pietra sotto il quale la gente si ammassava diretta
ai banchi di frutta e verdura, risposi: - S. Quella laggi  Kiukiang Road. - Ah. Dunque sai
perfettamente dove ci troviamo -. E diede in una risata strana. - Sai orientarti bene da queste parti.
Assentii col capo e rimasi in attesa, mentre dalla bocca dello stomaco saliva in me la sensazione che
stesse per verificarsi qualcosa di atroce. Forse lo zio Philip era sul punto di dire qualcos'altro, forse
aveva programmato tutto quanto in modo completamente diverso, ma in quel momento, con la folla che
ci premeva da ogni lato, credo mi abbia letto in faccia che la partita era giunta alla fine. Il suo viso fu
attraversato da un tremendo imbarazzo e infine disse con voce appena udibile in quel baccano: - Bravo
bambino. Mi afferr di nuovo la spalla e vag tutto intorno con lo sguardo. Infine parve giungere alla
decisione che io ormai avevo previsto: - Bravo bambino! - ripet, questa volta a volume pi alto, con
voce rotta dall'emozione. E infine aggiunse: - Non volevo che ti facessero del male. Lo capisci? Non
volevo che ti facessero del male. Detto questo, gir sui tacchi e spar nella folla. Feci un tentativo poco
convinto di stargli dietro, e di l a un attimo intravidi il bianco della sua giacca muoversi rapido tra la
gente. Subito dopo, pass sotto l'arco e spar dalla mia vista. Per qualche minuto, rimasi immobile in
mezzo alla ressa, sforzandomi di non riflettere su quanto era accaduto.
Poi, d'improvviso mi avviai, tornando nella direzione dalla quale eravamo venuti, verso la
strada dove avevamo lasciato la carrozza.
Rinunciando a qualsiasi senso del decoro, mi feci largo tra la folla, talvolta spingendo con
violenza, talvolta infilandomi tra brecce anguste, tanto che la gente rideva o mi lanciava invettive.
Raggiunsi la strada solo per scoprire che, ovviamente, la vettura se n'era andata da un pezzo. Per pochi
secondi di smarrimento, restai piantato in mezzo alla via, sforzandomi di costruirmi nella mente una
mappa del percorso verso casa. Poi presi a correre a perdifiato.
Percorsi Kiukiang Road, attraversai le pietre sconnesse di Yunnan Road, mi feci largo tra altre
folle su Nanking Road. Quando infine raggiunsi Bubbling Well Road, ero ormai quasi a corto di fiato,
ma mi incoraggi il pensiero di avere di fronte solo quel lungo tratto di strada, relativamente sgombro.
Forse  perch conoscevo benissimo la natura affatto privata delle mie paure - o forse perch gi si
stava verificando in me un profondo mutamento di punto di vista -, ma nemmeno per un attimo pensai
di chiedere aiuto a un passante, n di fermare una carrozza o un'auto per strada. Affrontai. di corsa il
rettilineo e, sebbene di l a poco ansimassi penosamente, sebbene fossi consapevole dello spettacolo
patetico che dovevo offrire agli astanti, sebbene calore e stanchezza. riducessero a tratti la mia andatura
a poco pi di un passo di marcia, credo di non essermi mai fermato. Poi, finalmente, superai la
residenza del console americano e la villa dei Robertson.
Svoltai su Bubbling Well Road e una seconda volata mi port fino a casa. Seppi, appena
varcato il cancello - bench nulla di ovvio lo suggerisse -, che ormai era tardi, che era gi tutto finito da
un pezzo. Trovai la porta sprangata. Mi precipitai all'ingresso sul retro, che invece si apr, e corsi di
stanza in stanza chiamando stranamente non mia madre, ma Mei Li - forse gi allora non volevo
riconoscere con me stesso che cosa avrebbe significato accettare l'idea di cercarla. La casa sembrava
deserta. Poi, mentre indugiavo stupefatto in ingresso, udii delle risa soffocate. Provenivano dalla
biblioteca e, mentre mi dirigevo da quella parte, attraverso la porta semiaperta intravidi Mei Li al mio
tavolo di studio. Sedeva molto eretta e, quando comparvi sulla soglia, mi osserv e diede in un'altra
risatina, quasi si stesse divertendo per una battuta segreta e cercasse di reprimere il riso. Mi venne il
sospetto che Mei Li stesse invece piangendo e seppi, come avevo sempre saputo, per tutta la corsa
terribile verso casa, che mia madre non c'era pi. Mi prese allora una furia gelida nei riguardi di Mei
Li, ormai consapevole che, malgrado anni di timore reverenziale e rispetto provati per lei, non era altro
che un'impostora: una persona del tutto incapace di esercitare un controllo sul mondo sconvolgente che
si dispiegava di fronte a me; una patetica donnicciola che si era costruita una reputazione ai miei occhi
sulla base di presupposti del tutto infondati, che non valeva nulla dinanzi all'infuriare violento delle
grandi forze della vita. Restai sulla porta e la fissai con assoluto disprezzo. Adesso  tardi -  trascorsa
pi o meno un'ora da quando ho scritto quell'ultima frase -, eppure sono rimasto qui, seduto alla
scrivania. Suppongo di aver riconsiderato questi ricordi, alcuni dei quali da anni non riportavo alla
mente. Ma ho anche gettato uno sguardo avanti, al giorno in cui finalmente far ritorno a Shanghai; a
tutto ci che Akira e io faremo insieme. La citt, ovviamente, sar molto cambiata. Ma sono certo che
Akira sar felicissimo di portarmi in giro, ostentando la sua conoscenza dei pi riposti meandri del
luogo. Sapr senz'altro dove andare a mangiare, a bere, a passeggiare; conoscer i migliori locali nei
quali potremo rifugiarci dopo una giornata faticosa, dove sedere a chiacchierare fino a tarda sera,
scambiandoci storie su tutto ci che  accaduto dal nostro ultimo incontro. Ora per devo dormire un
po'. Ho un mucchio di lavoro da sbrigare domattina, e dovr recuperare il tempo perso oggi pomeriggio
a girare per Londra con Sarah sull'autobus a due piani.
...
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PARTE TERZA.
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LONDRA, 12 aprile 1937.
...
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...
CAPITOLO DECIMO.
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Quando ieri la piccola Jennifer  rientrata dal giro di acquisti con la signorina Givens, la luce
nel mio studio si era gi fatta cinerea.
Questa casa alta e stretta, comprata con l'eredit della zia, affaccia su una piazza che, pur
godendo di un discreto prestigio, prende meno sole di tutto il resto del vicinato. Ho osservato la
bambina dalla finestra dello studio: andava avanti e indietro dal taxi, allineando pacchi, mentre la
signorina Givens frugava nella borsetta cercando il denaro per la corsa. Quando alla fine sono entrate,
le ho udite discutere e, sebbene abbia urlato un saluto dal pianerottolo, ho deciso di non scendere. Il
battibecco sembrava cosa di poco conto - riguardava un articolo che avevano o non avevano acquistato
-, ma in quel momento ero ancora emozionato per la lettera del mattino, e per le conclusioni alle quali
mi aveva condotto, e non intendevo guastarmi l'umore. Quando sono sceso da basso, avevano da un
pezzo cessato di discutere, e ho trovato Jennifer che si aggirava per il salotto con gli occhi bendati,
tenendo le braccia tese in avanti. - Ciao, Jenny, - le ho detto, come se non notassi nulla di insolito in lei.
- Hai preso tutto quel che ti occorre per la scuola?
Si dirigeva pericolosamente verso la cristalliera, ma ho resistito alla tentazione di dare in
un'esclamazione allarmata. Si  fermata appena in tempo, l'ha sfiorata con le mani ed  scoppiata a
ridere. - Oh, zio Christopher, Perch non mi hai avvertita?
- Avvertita? E di che?
- Sono cieca! Non lo vedi? Cieca! Guarda!
-Ah, gi! Lo vedo. L'ho lasciata brancolare tra i mobili e mi sono diretto in cucina, dove la
signorina Givens stava svuotando una borsa sul tavolo. Mi ha salutato educatamente, ma si  assicurata
che notassi il suo sguardo rivolto agli avanzi del pranzo che avevo lasciato sul lato opposto della tavola.
Da quando la scorsa settimana se n' andata Polly, la cameriera, la signorina Givens ha con ogni cura
evitato di prendere in considerazione l'ipotesi di sostituirla anche solo temporaneamente. - Signorina
Givens, - le ho detto, - c' qualcosa di cui vorrei parlarle -. Poi, senza voltarmi del tutto, ho aggiunto
abbassando la voce: - Si tratta di una questione di una certa importanza per Jennifer. - Certo, signor
Banks. - Anzi, signorina Givens, mi domando se non faremmo meglio a trasferirci nella veranda.
Come le ho detto, si tratta di una cosa piuttosto seria. Ma proprio in quel momento ci  giunto
all'orecchio un baccano proveniente dal salotto. La signorina Givens, passandomi accanto, ha urlato
dalla porta: - Jennifer, basta! Te l'avevo detto che sarebbe finita cos. - Ma sono cieca! -  stata la
risposta. - Che posso farci? Ricordando la mia richiesta, la signorina Givens  parsa presa tra due
fuochi. Alla fine,  tornata sui propri passi e mi ha detto sottovoce: - Chiedo scusa, signor Banks,
diceva?
- Ripensandoci, signorina, ritengo che potremo parlare pi liberamente questa sera, quando
Jennifer sar andata a letto. - Benissimo, verr a cercarla allora. Se la signorina Givens nutriva un
presentimento riguardo a ci di cui intendevo parlarle, a quel punto non ne ha dato mostra. Mi ha
rivolto uno dei suoi sorrisi inespressivi e si  diretta in salotto per tornare al proprio dovere. Sono ormai
trascorsi quasi tre anni dalla prima volta che sentii parlare di Jennifer. Ero stato invitato a una cena da
Osbourne, il mio vecchio compagno di scuola che non vedevo da un po'. Al tempo abitava ancora in
Gloucester Road, e fu quella sera che conobbi la giovane donna che sarebbe poi diventata sua moglie.
Tra gli ospiti in quella occasione c'era anche Lady Beaton, la vedova del celebre filantropo. Forse
dipese dal fatto che i presenti mi erano tutti sconosciuti - gran parte della serata trascorse in chiacchiere
su persone di cui non sapevo nulla -, ma mi trovai a conversare parecchio con Lady Beaton, al punto da
avere persino timore di averla a tratti annoiata. In ogni caso, fu solo dopo che ci ebbero servito la
minestra che lei prese a dirmi di una triste vicenda della quale era di recente venuta a conoscenza, in
qualit di tesoriera di una associazione benefica che si occupava di orfani. Due anni prima, in un
incidente nautico in Cornovaglia erano morti due coniugi; da quel momento la loro figlia, una
ragazzina di dieci anni, viveva in Canada, ospite della nonna. L'anziana signora a quanto pare non
godeva di buona salute, e assai di rado usciva di casa o riceveva visite. -
Quando sono stata a Toronto il mese scorso, - mi disse Lady Beaton, - ho deciso di andare a
trovarle. La povera creatura versava in condizioni terribili; l'Inghilterra le manca moltissimo. Quanto
alla vecchia signora,  appena in grado di badare a se stessa, figuriamoci occuparsi di una bambina. -
La sua associazione riuscir ad aiutarla?
- Far quanto posso. Ma abbiamo cos tanti casi, lei capisce. E, a rigor di termini, il suo non
rappresenta neppure una priorit. In fondo, un tetto ce l'ha, e i suoi genitori le hanno lasciato di che
vivere decorosamente. In questo genere di iniziative  essenziale non lasciarsi coinvolgere troppo a
livello personale. Quella bambina ha una vitalit davvero insolita, sebbene debba essere molto infelice.
E possibile che mi abbia riferito ulteriori dettagli sul conto di Jennifer nel corso della cena. Ricordo di
aver ascoltato educatamente, ma di essere intervenuto ben poco. Fu solo parecchio pi tardi, in
ingresso, mentre ormai gli ospiti si congedavano e Osbourne insisteva con tutti noi affinch ci
trattenessimo un altro poco, che presi Lady
Beaton da parte. - Mi auguro che non mi giudicher inopportuno, - le dissi. - Ma quella
ragazza di cui mi diceva poc'anzi. Questa Jennifer.
Vorrei fare qualcosa per aiutarla. Anzi, Lady Beaton, sarei disposto a prenderla in casa con me.
Non credo che dovrei volergliene, ma la sua prima reazione fu di indietreggiare, lanciandomi uno
sguardo carico di diffidenza. O per lo meno, cos mi parve. Infine disse: -  molto generoso da parte
sua, signor Banks. Se mi consente, mi metter in contatto con lei per discuterne. - Dico sul serio, Lady
Beaton. Di recente sono venuto in possesso di un'eredit, e sarei quindi perfettamente in grado
di provvedere alla bambina. - Non ne dubito, signor Banks. Ebbene, riparliamone -. E con quelle
parole, si rivolse ad altri ospiti per uno scambio di saluti cordiali. Ma Lady
Beaton non si mise in contatto con me che una settimana pi tardi. E possibile che avesse
frattanto raccolto informazioni sul mio conto; o forse si era solo concessa un po' di tempo per pensarci;
in ogni caso, il suo atteggiamento era del tutto cambiato. Durante una colazione al Caie Royal e nel
corso dei nostri successivi incontri, non avrebbe potuto mostrarsi pi affettuosa; Jennifer fece in effetti
il proprio ingresso nella mia nuova dimora appena quattro mesi dopo la cena in casa Osbourne.
L'accompagnava una governante canadese, una certa signorina Hunter che ripart in capo a una
settimana, dopo aver teneramente baciato la piccola sulle guance e averle raccomandato di scrivere alla
nonna. Jennifer prese in seria considerazione la scelta delle tre camere da letto che le proposi, e infine
si decise per la pi piccola perch, disse, la mensola di legno che correva lungo una parete sarebbe stata
perfetta per la sua collezione. Quest'ultima, come scoprii di li a poco, comprendeva alcune
conchiglie accuratamente selezionate, noci, foglie secche, sassi e qualche altro articolo raccolto nel
corso degli anni. La bambina sistem con cura gli oggetti sulla mensola e un giorno mi convoc in
camera per mostrarmeli. - Ho dato un nome a ciascuno, - mi spieg. - Mi rendo conto che  un po'
sciocco, ma mi sono tanto cari. Un giorno, zio Christopher, se avr meno da fare, voglio raccontarti
tutta la loro storia. Per favore, potresti dire a Polly di fare molta attenzione quando pulisce qui?
Lady Beaton venne ad assistermi durante i colloqui per l'assunzione di una bambinaia, ma fu la
stessa Jennifer che, origliando dalla stanza attigua, si rivel determinante nella scelta. Si presentava non
appena la candidata di turno si era congedata e pronunciava il suo impietoso verdetto. - Un mostro, -
sentenzi a proposito di una di esse. - E chiaro che mente riguardo alla morte per polmonite dell'ultima
poveretta che le  stata affidata. E stata lei ad avvelenarla -. Di un'altra disse: - Non possiamo
assolutamente assumerla. E troppo nervosa. Durante il colloquio, la signorina Givens mi parve apatica
e piuttosto fredda, ma per qualche ragione fu lei a guadagnarsi l'immediata approvazione di Jennifer e
bisogna ammettere che, nel corso di questi due anni e mezzo, si  mostrata ampiamente degna della
fiducia accordatale dalla bambina. Quasi tutte le persone alle quali presentai Jennifer rimasero colpite
dalla sua sicurezza, specie considerando la gravit della tragedia vissuta. In effetti, la piccola aveva
modi estremamente decisi e, soprattutto, un particolare talento nell'affrontare con serenit contrattempi
che avrebbero ridotto in lacrime molte sue coetanee. Ne fu un buon esempio la reazione che ebbe
nell'episodio riguardante il suo baule. Per parecchie settimane dopo l'arrivo dal Canada, aveva fatto
ripetuti accenni al baule che doveva arrivare per lei via mare. Ricordo che una volta mi descrisse ad
esempio in modo dettagliato una giostrina di legno che qualcuno le aveva costruito e che sarebbe giunta
dentro il baule. In un'altra occasione, mentre mi congratulavo con lei per un certo abito che, insieme
alla signorina Givens, aveva acquistato da Selfridge's, Jennifer mi aveva guardato con solennit e aveva
detto: - Ho una fascia per capelli che ci star benissimo. Arriver col baule. Un giorno tuttavia ricevetti
una lettera dallo spedizioniere; conteneva le scuse per lo smarrimento del baule in mare e l'offerta di un
risarcimento in denaro. Quando le riferii dell'incidente, dapprima Jennifer ammutol fissando lo
sguardo nel vuoto. Poi, diede in una breve risata e disse: - Be', vorr dire che la signorina Givens e io ci
daremo alle spese folli.
Due o tre giorni dopo, constatando che la bambina ancora non dava segni di tristezza, pensai di
doverle parlare e cos una mattina, dopo colazione, vedendola vagare in giardino da sola, la raggiunsi.
Era una bella giornata dall'aria frizzante. Il mio giardino  piuttosto modesto, persino rispetto ad
analoghi cittadini - un rettangolo d'erba su cui si affaccia un cospicuo numero di vicini di casa -, ma 
anche ben curato e comunica, a dispetto di tutto, una gradevole sensazione di intimit. Quando uscii,
Jennifer stava giocando con un cavallino che faceva saltare fantasiosamente sulla cima di siepi e
cespugli. Ricordo di aver pensato con una certa apprensione che la rugiada avrebbe potuto rovinare il
giocattolo, e fui sul punto di farglielo notare. Ma alla fine, avvicinandomi, mi limitai a dirle: - Che
peccato, quello che  capitato alle tue cose. Hai reagito benissimo, ma devi aver patito molto. - Oh... -
Non smise di far saltare distrattamente il cavallino. - E stata un po' una seccatura, in effetti. Ma posso
ricomprarmi tutto con il denaro del risarcimento. La signorina Givens mi ha detto che marted andremo
a fare acquisti. -
Ciononostante... Sai, penso che tu sia stata molto, molto coraggiosa.
Ma non occorre che tu finga, mi spiego? Se ti va di abbassare un po' la guardia, dovresti farlo.
Io non ne far parola con nessuno e sono certo che lo stesso far anche la signorina Givens. - E tutto a
posto. Non sono sconvolta. In fondo, erano solo delle cose. Quando uno perde padre e madre, non pu
prendersela troppo per delle cose, non credi? - E di nuovo, diede nella sua breve risata. Fu uno dei
pochi casi che io riesca a ricordare in cui Jennifer nomin i genitori. Risi anch'io e, ribattendo, -
Immagino di no, - mi incamminai verso casa. Poi per mi voltai verso di lei e dissi: - Sai una cosa,
Jenny? Non sono certo che sia vero. Puoi dirlo a un mucchio di persone, e saranno tutte disposte a
crederti. Ma, vedi, io so che non  cos. Quando sono venuto qui da Shanghai, le cose che avevo nel
mio baule, proprio quelle cose, erano importantissime per me.
E lo sono ancora.
- Me le fai vedere?
- Fartele vedere? Ma ti sembrerebbero quasi tutte insignificanti. - A me piacciono tanto le
cineserie. Vorrei vederle. - Per lo pi non sono cineserie, - dissi. - Insomma, sto solo cercando di dire
che per me il baule era prezioso. Se l'avessi perso, sarei stato sconvolto. Si strinse nelle spalle e si port
il cavallino alla guancia. - Sono stata sconvolta anch'io, ma ormai  passato. Bisogna guardare avanti
nella vita. - S. Chiunque te l'abbia detto, in un certo senso aveva ragione.
Va bene, come vuoi tu. Non pensare pi al baule, per ora. Ma ricorda...
- E indugiai, non sapendo pi che cosa intendessi dirle. - Che cosa?
- Oh, niente. Ricordati solo che qualunque cosa tu voglia dirmi, qualunque cosa ti turbi, io ci
sar sempre. - D'accordo, - replic lei in tono spigliato. Mentre rientravo in casa, lanciai un'occhiata
alle mie spalle e la vidi vagare di nuovo per il giardino facendo eseguire al suo cavallo sognanti
giravolte nell'aria. Non c'era alcuna leggerezza nelle promesse che feci a Jennifer. Al tempo ero
fermamente deciso a mantenerle, e il mio affetto per la bambina continu a crescere nel periodo
successivo. Eppure, eccomi qua, in procinto di abbandonarla, senza neppure sapere per quanto. E anche
possibile, ovviamente, che io tenda a esagerare la sua dipendenza da me. Inoltre, se tutto va per il
meglio,  probabile che possa essere di ritorno a Londra entro le prossime vacanze scolastiche; in tal
caso la bambina avr a mala pena il tempo di accorgersi della mia assenza. Ciononostante, sono
costretto ad ammettere, come ho gi fatto rispondendo alla domanda diretta della signorina Givens ieri
sera, che potrei stare via molto di pi. E proprio questa indeterminatezza a tradire le mie priorit, e non
ho dubbi che Jennifer impiegher assai poco a trarre le sue conclusioni.
Per quanto spavalda sia l'espressione che decider di assumere, so che interpreter la mia
partenza come un tradimento.
Non  facile spiegare come si sia giunti a questo punto. Posso solo dire che la cosa ha avuto
inizio qualche anno fa - ben prima dell'arrivo di Jennifer - sotto forma di una sensazione vaga che di
quando in quando mi invadeva; la sensazione che qualcuno, chiss chi, mi disapprovasse e a stento
riuscisse a non darlo a vedere. Per qualche strana ragione, tali momenti tendevano a verificarsi proprio
in presenza di quelle persone dalle quali avrei dovuto aspettarmi la maggiore soddisfazione per i miei
successi. Mi capitava ad esempio di trovarmi a cena con uno statista, un funzionario di polizia, o
persino un cliente e di essere all'improvviso sorpreso dalla freddezza della sua stretta di mano, da un
commento brusco inserito in una serie di espressioni cortesi, da una educata alterigia laddove
soprattutto avrei ritenuto logico ricevere manifestazioni di entusiastica gratitudine. In un primo tempo,
al verificarsi di simili incidenti, scandagliavo la mia memoria alla ricerca di eventuali offese che potessi
mio malgrado aver arrecato al singolo individuo; ma infine fui costretto a concludere che tali reazioni
avevano a che fare pi genericamente con la percezione che la gente aveva di me. Poich ci di cui
parlo  davvero molto vago, non risulta facile rievocare episodi che possano fornirne dimostrazioni
inequivocabili. Immagino tuttavia che un esempio possa essere il curioso scambio di battute che ebbi
l'autunno scorso con l'ispettore di polizia di Exeter in quel tetro vicolo appena fuori del villaggio di
Coring, nel Somerset. Fu uno dei crimini pi deprimenti di cui mi sia capitato di occuparmi. Non giunsi
sul luogo dell'omicidio che quattro giorni dopo il ritrovamento dei cadaveri dei bambini nel vicolo, e la
pioggia incessante aveva trasformato il fossato nel quale i corpi erano stati rinvenuti in un corso
d'acqua fangosa, rendendo piuttosto complessa la raccolta di eventuali prove. Ciononostante, quando
udii i passi dell'ispettore che si avvicinava, disponevo gi di un'idea abbastanza precisa di come
potevano essersi svolti i fatti. - Una vicenda estremamente inquietante, - gli dissi quando mi fu accanto.
-
Mi ha disgustato, signor Banks, - replic l'ispettore. - Non ho altre parole.
Ero accovacciato a terra per esaminare il margine della fossa, ma a quel punto mi alzai e ci
ritrovammo uno di fronte all'altro sotto la pioggia sottile. Poi l'ispettore disse: - Sa una cosa, signore, in
questo momento vorrei tanto essere un falegname. Come desiderava mio padre.
Dico sul serio, sa? Dopo un fatto come questo, lo vorrei davvero. - E atroce, sono d'accordo.
Ma non bisogna cedere. E nostro dovere far prevalere la giustizia. Scosse il capo con aria sconsolata.
Poi disse: - Sono venuto fin qui per chiederle se si era gi fatto un'idea del caso, signore. Perch vede...
- Sollev lo sguardo verso le cime degli alberi, poi riprese con voce affaticata. - Vede, le mie indagini
suggeriscono una certa conclusione, che mi ripugna considerare. Lo guardai e annuii gravemente. -
Temo si tratti della conclusione corretta, - sentenziai. - Quattro giorni fa, questo pareva il crimine pi
orrendo che si potesse immaginare. Ma a quanto pare, la verit  ancora pi atroce. - Come  possibile,
signore? - L'ispettore si era fatto pallidissimo. - Come possono accadere cose simili? Anche dopo tutti
questi anni non riesco a capacitarmi... - Ammutol e distolse lo sguardo da me. - Purtroppo, non vedo
alternative, - dissi sottovoce. -
In effetti  sconvolgente. E come guardare dentro gli abissi delle tenebre. - Un folle di
passaggio, qualcuno del genere, l'avrei accettato. Ma questo... ancora mi rifiuto di crederci. - Temo che
dovr farlo, - dissi. - Dobbiamo accettare l'idea. Perch  quello che  accaduto. - Ne  certo, signore?
- Ne sono certo. Fissava lo sguardo oltre i campi, su una fila di villini in lontananza. - In
circostanze simili, - dissi, - mi rendo ben conto che ci si pu sentire molto scoraggiati. Ma se lei mi
permette,  stato un bene che non abbia seguito il consiglio di suo padre. Perch uomini del suo calibro,
ispettore, sono una rarit. E chi come noi ha il dovere di combattere il male, ... come posso dire? E
come lo spago che tiene unite le lamelle di legno di una persiana.
Se smettiamo di tenere duro noi, finir tutto a catafascio.  importantissimo che lei resista,
ispettore. Rest in silenzio per un altro po'. Quando riprese a parlare, fui molto sorpreso dal tono severo
della sua voce. - Io sono un piccolo uomo, signore.
Perci rester qui e far tutto quello che posso. Rester qui e far del mio meglio per
combattere contro il serpente. Ma quella  una bestia a tante teste. Ne tagli via una, e se ne riformano
tre. A me sembra che vada cos, signore. Sta peggiorando. Di giorno in giorno.
Prenda quel che  successo qui, a questi poveri bambini... - Si volt e gli lessi in faccia il
furore. - Io sono solo un piccolo uomo. Ma se fossi pi grande, - e a quel punto, senz'ombra di dubbio,
mi rivolse uno sguardo carico di rimprovero, - se fossi pi grande, allora le garantisco, signore, che non
avrei la minima esitazione. Andrei dritto al cuore. - Al cuore?
- Al cuore del serpente. Ci andrei dritto. Perch sprecare tempo prezioso lottando con tutte
quelle teste? Andrei oggi stesso al cuore della bestia e ci affonderei dentro il coltello una volta per tutte
prima che... prima che... Sembr non avere parole e rimase l fermo a fissarmi. Non ricordo esattamente
che cosa ribattei. Devo aver mormorato qualcosa come: - Ebbene, un gesto simile le farebbe molto
onore, davvero -. E distolsi lo sguardo. Ci fu poi l'altro incidente accaduto l'estate scorsa, quando mi
recai alla Royal Geographical Society in occasione della conferenza di H. L. Mortimer. Era una serata
molto calda. Il pubblico in sala, un centinaio di persone tutte espressamente invitate, era composto di
rappresentanti di ogni professione. Riconobbi, tra gli altri, un pari del Partito liberale, e un celebre
storico oxoniense. Il professor Mortimer parl per poco pi di un'ora, mentre la sala si andava facendo
sempre pi gremita. Nel suo saggio dal titolo Pu il Nazismo costituire una minaccia per la Cristianit?,
l'autore in realt prendeva polemicamente le distanze dal suffragio universale, responsabile a suo
giudizio di un netto indebolimento della Gran Bretagna sul fronte delle questioni internazionali. Al
termine della conferenza, il pubblico fu invitato a porre delle domande dalle quali nacque un acceso
dibattito non tanto sulle idee esposte dal professor Mortimer, quanto sull'entrata delle truppe tedesche
in Renania. Si levarono pareri concitati sia di assoluzione sia di condanna dell'azione tedesca, ma io ero
troppo stanco quella sera, dopo settimane di intenso lavoro, e non feci neppure il tentativo di seguire la
discussione in corso. Alla fine, fummo invitati a trasferirci in un locale attiguo, dove ci vennero serviti
dei rinfreschi. La sala era decisamente troppo piccola, perci quando la raggiunsi, pur non essendo
affatto tra gli ultimi a farlo, vi trovai gi gli ospiti scomodamente stipati gli uni contro gli altri.
Conservo di quella serata l'immagine di certe cameriere ingombranti che si facevano strada con
malgarbo tra la folla con i loro vassoi carichi di bicchieri di sherry, e di tetre figure grifagne di
professori che conversavano a coppie tenendo il capo inclinato all'indietro per mantenere una distanza
appena civile dal proprio interlocutore. Mi parve impossibile trattenermi in un ambiente del genere, e
stavo perci guadagnando l'uscita quando mi sentii battere su una spalla. Mi voltai e mi ritrovai di
fronte il canonico Moorly, un ecclesiastico che mi era stato di immenso aiuto nella soluzione di un caso
recente. Non ebbi dunque altra scelta che fermarmi a salutarlo. - Una serata davvero interessantissima, -
disse lui. -
Avr cos tanto materiale su cui riflettere, ora. - S, davvero interessante. - Devo ammettere
tuttavia, signor Banks, che quando l'ho vista in fondo alla sala, ho proprio sperato in un suo intervento.
-
Temo di essere piuttosto stanco questa sera. Inoltre, pareva che ogni singolo individuo in sala
fosse molto pi preparato di me sul tema. -
Oh, sciocchezze, sciocchezze -. Rise e mi batt scherzosamente sul petto. Poi si accost, tanto
che il suo viso venne a trovarsi a pochi centimetri dal mio, e disse: - Per essere sincero, mi ha stupito
che non si sia sentito in dovere di esprimere un'opinione. Tutto quel parlare di crisi europea.
Dice che era stanco, ma forse ha solo voluto mostrarsi educato.
Ciononostante, mi stupisce che lei non abbia reagito. - Reagito?
- Voglio dire, mi perdoni, che per alcuni dei gentiluomini presenti qui questa sera deve essere
piuttosto ineluttabile considerare l'Europa come il centro del turbine attuale. Ma lei, signor Banks, lei
ovviamente conosce la verit. Lei sa bene che il cuore della nostra crisi si trova assai pi lontano. Lo
osservai con attenzione, poi dissi: - Mi dispiace signore. Ma non sono sicuro di riuscire a seguirla. - Oh,
suvvia, - fece lui, con un sorriso d'intesa. - Proprio lei!
- Sul serio, signore, non ho idea del perch lei mi reputi a conoscenza di faccende di questo
genere. E pur vero che nel corso degli anni ho svolto indagini su svariati crimini, e forse mi sono fatto
un'idea generale su come si manifestino certi aspetti del male. Ma sulla possibilit di escogitare un
metodo per mantenere saldo l'equilibrio tra le potenze, e di contenere il violento conflitto di interessi in
Europa, su argomenti di questa portata temo di non possedere alcuna teoria. - Nessuna teoria? Forse 
vero -. Il canonico Moorly continuava a sorridermi. - Tuttavia lei dispone, come dire, di un punto di
vista privilegiato riguardo alla fonte pi autentica delle nostre ansie di oggi. Suvvia, mio caro amico!
Sa benissimo a che cosa mi riferisco!
Lei sa meglio di chiunque altro che l'occhio del ciclone non va cercato affatto in Europa, bens
in Estremo Oriente. A Shanghai, per l'esattezza. - Shanghai, - replicai esitante. - S, suppongo...
suppongo si tratti di una citt che presenta dei problemi. - Altroch.
E quelli che un tempo erano problemi di natura solo locale, hanno avuto modo di crescere e
diffondersi all'estero. Di riversare con gli anni il proprio veleno in tutto il mondo, fino a raggiungere la
nostra civilt.
Ma non occorre di certo che sia io a ricordarle queste cose. - Sono convinto, signore, - replicai
a quel punto senza sforzarmi oltre di mascherare la mia irritazione, - che la sorprenderebbe scoprire
come io abbia cercato di registrare il diffondersi del crimine e del male dovunque essi si siano
originariamente manifestati. Si intende che sono stato in grado di farlo solo nei limiti delle mie modeste
possibilit.
Quanto a ci che accade in luoghi tanto remoti, davvero, signore, non vedo come ci si possa
aspettare da me...
- Oh suvvia! Siamo seri!
Ero proprio sul punto di perdere la pazienza, ma in quel momento un altro ecclesiastico si fece
largo tra la folla per venire a salutarlo.
Il canonico Moorly ci present, mentre io coglievo al volo l'occasione per allontanarmi. Ci
furono parecchi altri episodi di questo genere che, pur non essendo del tutto scoperti, mi
incoraggiarono tuttavia per un certo periodo di tempo a prendere una determinata direzione. E poi,
ovviamente, ci fu l'incontro con Sarah Hemmings alle nozze dei Draycoats.
...
.
...
CAPITOLO UNDICESIMO.
.
 passato ormai quasi un anno. Stavo seduto verso il fondo della chiesa - l'arrivo della sposa era
previsto solo parecchi minuti pi tardi - quando vidi Sarah Hemmings fare il proprio ingresso dal lato
opposto della navata in compagnia di Sir Cecil Medhurst. Questi di certo non sembrava molto pi
vecchio dell'ultima volta che l'avevo visto, la sera del banchetto in suo onore presso la Fondazione
Meredith, ma le molteplici voci secondo le quali il matrimonio con Sarah l'avrebbe enormemente
ringiovanito risultavano in qualche modo eccessive.
Ciononostante, appariva piuttosto felice, mentre rivolgeva gioviali cenni di saluto alle persone
che andava riconoscendo. Non parlai a Sarah che al termine della cerimonia. Mi aggiravo per il
cimitero erboso fuori della chiesa tra le chiacchiere degli altri ospiti, e mi ero fermato ad ammirare
un'aiuola fiorita, quando all'improvviso Sarah comparve al mio fianco. - Ebbene, Christopher, - disse. -
Sei praticamente il solo dei presenti a non avermi ancora fatto i complimenti per il mio cappello. E un
modello di Celia Matheson. - E splendido. Davvero particolare. E tu come stai? Era un pezzo che non
ci vedevamo e credo che conversammo cortesemente per un po' passeggiando ai margini della folla.
Poi ci fermammo di nuovo e le domandai: - E come sta Sir Cecil? A vederlo lo si direbbe in gran
forma. - Oh, ottima. Christopher, tu me lo puoi dire. La gente era tanto scandalizzata quando l'ho
sposato?
- Scandalizzata? Oh no, no. Perch mai?
- S, insomma, per la nostra differenza di et. Ovviamente con noi nessuno ne ha mai fatto
parola. Ma tu devi dirmelo. La gente era scandalizzata, giusto?
- Per quanto ne so, erano tutti molto contenti. Certo, sorpresi, anche.
E successo cos in fretta. Comunque no, sono certo che ne sono stati contenti. - Ecco, il che
prova esattamente ci che temevo. Dovevano considerarmi una vecchia zitella. Per questo non si sono
scandalizzati.
Qualche anno fa, sono sicura che non si sarebbero capacitati. -
Davvero... Sarah rise del mio disagio e mi sfior un braccio. -
Christopher, come sei gentile. Non ti preoccupare. Non  nulla -. E poi aggiunse: - Sai,
dovresti venirci a trovare. Cecil si ricorda di te, del vostro incontro al banchetto. Sarebbe felicissimo di
rivederti. -
Con molto piacere. - Oh, forse per non ci sar tempo. Partiamo, sai?
Ci imbarchiamo tra otto giorni per l'Estremo Oriente. - Sul serio? E starete via molto?
- Forse qualche mese. Forse anni. Comunque, devi proprio venire a trovarci, quando torneremo.
Sospetto che la notizia mi avesse lasciato un po' senza parole. Ma proprio in quel momento, gli sposi
apparvero in fondo al prato e Sarah disse: - Non sono una splendida coppia? Sembrano fatti l'uno per
l'altra -. Per un attimo li fiss con sguardo sognante. Poi disse: - Poco fa ho domandato a entrambi che
cosa si augurassero per il futuro. E Alison ha risposto che vorrebbero solo un cottage nel Dorset, dal
quale non uscire pi per anni e anni. Fino a che non arriveranno i bambini, e poi i primi capelli grigi e
le rughe. Non ti sembra meraviglioso, il modo del tutto casuale in cui si sono conosciuti?
Continu a fissarli come mesmerizzata. Alla fine riemerse dal suo stato di trance, e credo che
trascorremmo qualche minuto a scambiarci notizie su amici comuni. Poi arriv altra gente e di l a poco
ci allontanammo.
Avrei incontrato Sarah di nuovo, il giorno stesso, nel piccolo albergo affacciato sul panorama
dei Downs meridionali nel quale ebbe luogo il ricevimento. Era il tardo pomeriggio, e il sole ormai era
basso. Si era gi dato fondo a una sorprendente quantit di bevande alcoliche, e ricordo di aver
attraversato la sala dell'albergo superando ospiti scarmigliati distesi sui divani o vacillanti negli angoli
del locale, finch, uscito sulla terrazza arieggiata, non scorsi Sarah appoggiata alla balaustra che
contemplava lo scenario. Stavo per raggiungerla, quando udii una voce alle mie spalle e vidi un uomo
robusto e accaldato corrermi incontro sulla terrazza. Mi afferr un braccio e, riprendendo fiato, rimase
a fissarmi negli occhi con un'espressione grave. Poi disse: - Mi scusi, ho osservato la scena. Ho visto
quel che  accaduto, e li ho notati anche prima. E una vergogna, e come fratello dello sposo, voglio
farle le mie scuse. Non so chi siano quei bifolchi ubriachi. Mi dispiace, vecchio mio, deve essere stata
un'esperienza sconvolgente. -
Oh, la prego, non ci badi, - replicai ridendo. - Non mi sento per nulla offeso. Hanno solo
bevuto un po' troppo e si stanno divertendo. - E un comportamento da barbari. Lei  un ospite,
esattamente come loro, e se non sanno mantenere un contegno civile, dovranno andarsene. - Davvero,
credo che la stia prendendo per il verso sbagliato. Non avevano affatto cattive intenzioni. In ogni caso,
io non mi sono offeso. Bisogna saper accettare una battuta scherzosa di quando in quando. - Ma sono
andati avanti per tutto il pomeriggio. Li ho gi notati prima, persino in chiesa. Questo  il matrimonio
di mio fratello. Non intendo tollerare un comportamento simile. Anzi, voglio risolvere la faccenda
subito.
Venga con me, amico mio. Vedremo se la troveranno ancora tanto divertente. - No, senta, lei
non capisce. Lo scherzo ha divertito anche me, mi creda. - Ma non deve accettarlo! Di questi tempi ne
succedono anche troppi di episodi del genere. E la gente la fa franca sempre di pi, ma non oggi. Non
alle nozze di mio fratello. Avanti, venga con me.
Mi tirava per il braccio e notai che aveva il viso imperlato di sudore.
Non so come me la sarei cavata, ma a quel punto Sarah ci venne incontro con il bicchiere del
cocktail in mano e disse all'uomo accaldato: - Oh, Roderick, la stai davvero prendendo per il verso
sbagliato. Quelli sono tutti amici di Christopher. E inoltre, Christopher  l'ultima persona al mondo ad
aver bisogno che tu lo protegga. L'uomo accaldato and con lo sguardo dall'uno all'altra di noi. Infine
domand a Sarah: - Ne  sicura? Perch la faccenda va avanti da tutto il giorno. Ogni volta che questo
signore si avvicina... - Te la prendi troppo, Roderick. Quelli sono amici. Se Christopher fosse anche
minimamente in collera con loro, lo verresti senz'altro a sapere. E perfettamente in grado di rimetterli al
loro posto da solo. Anzi, il nostro Christopher qui, potrebbe ridurli alti una spanna, potrebbe
mortificarli quanto gli pare in un batter d'occhio, credimi. Perci torna dentro, Roderick, va' a divertirti.
L'uomo accaldato mi guard con un rispetto nuovo; poi, per superare il disagio, mi tese la mano: - Sono
il fratello di Jamie, - disse, mentre gliela stringevo. - Piacere di conoscerla. Se posso esserle utile, non
esiti a venirmi a cercare. Mi dispiace se si  verificato un malinteso. Comunque, buon proseguimento.
Lo osservammo rientrare in casa barcollando. Poi Sarah disse: - Avanti, Christopher, perch non vieni a
parlare un po' con me?
Si avvicin il bicchiere alle labbra e si avvi. Io la seguii verso il fondo della terrazza fino alla
balaustra affacciata sul panorama dei colli. - Grazie per il tuo intervento, - dissi alla fine. - Oh,  tutto
compreso nel servizio. Dimmi, Christopher, che cosa hai combinato tutto il pomeriggio?
- Oh, niente di che. Anzi, stavo giusto pensando a quella sera di qualche anno fa, al banchetto in
onore di Sir Cecil. Mi chiedevo se quando lo incontrasti allora, avessi gi idea che... - Oh, Christopher,
- mi interruppe lei, e mi resi conto che era parecchio ubriaca, - adesso te lo dico, certo. Quando conobbi
Cecil quella sera, lo trovai molto affascinante. Ma davvero, non pensai altro. E stato solo molto pi
tardi, oh, almeno un anno dopo, se non di pi. Ma certo che te lo dico, tu sei un vero amico. Mi trovavo
a una cena e si stava parlando di Mussolini; uno dei presenti disse che la faccenda ormai era seria, che
poteva di certo scoppiare un'altra guerra, anche peggio dell'ultima. Fu allora che qualcuno fece il nome
di Cecil, dicendo che c'era pi che mai bisogno di uomini come lui al giorno d'oggi e che proprio non
avrebbe dovuto lasciare il suo incarico perch di sicuro aveva ancora un bel po' di energia da spendere.
Poi un altro disse,  lui l'uomo adatto a farsi carico della grande missione, e qualcun altro comment,
no, non sarebbe giusto,  troppo vecchio, non ha pi colleghi vicini, non ha nemmeno una moglie. E fu
in quel momento che mi venne l'idea. Pensai, in fondo anche un grand'uomo cos, con tutti i suoi
successi, ha bisogno di qualcuno, qualcuno che gli cambi la vita.
Che lo aiuti, alla fine della carriera, a raccogliere quanto occorre per prepararsi alla spinta
finale. Tacque per un momento, perci le dissi: -
E a quanto pare Sir Cecil fin per pensarla nello stesso modo. - So essere convincente quando
voglio, Christopher. E poi, lui disse di essersi innamorato di me a prima vista gi al banchetto. - Che
meraviglia. Sotto di noi, a qualche distanza nell'erba, alcuni ospiti si scambiavano battute pesanti nei
pressi dello stagno. Vedevo in particolare un uomo con il colletto della camicia di traverso sulla nuca,
che se la prendeva con le oche. Alla fine, dissi: - A proposito dell'impresa conclusiva di Sir Cecil. Del
coronamento della sua carriera. Che cosa avevate in mente per lui, con esattezza? E per questa ragione
che starete via qualche mese?
Sarah inspir profondamente e il suo sguardo si fece fermo e risoluto. -
Christopher, la devi conoscere, la risposta. - Se conoscessi la risposta... - Oh, per l'amor del
cielo. Stiamo andando a Shanghai, ovviamente.
 difficile descrivere che cosa provai udendo Sarah pronunciare quelle parole. Forse restava
ancora un elemento di sorpresa. Ma soprattutto ricordo una sorta di sollievo; la strana sensazione che, a
partire dalla prima volta in cui avevo posato gli occhi su di lei anni prima al Charingworth Club, una
parte di me non avesse aspettato altro che quel momento; che in qualche misura la mia amicizia con
Sarah si muovesse da sempre verso quella meta e che finalmente l'avessimo raggiunta. - Cecil conosce
bene il posto, - mi stava dicendo. - Sente che potrebbe essere d'aiuto laggi, perci crede di dover
andare. E cos faremo. La prossima settimana. Abbiamo praticamente i bagagli pronti. - Ebbene, in tal
caso auguro a Sir Cecil, auguro a entrambi, di portare a termine al meglio la vostra missione a
Shanghai. Sei ansiosa di partire? Si direbbe di s. - Certo che lo sono. E naturale che sia ansiosa di
partire. E un pezzo che aspettavo un'occasione come questa. Sono talmente stanca di Londra e... di tutto
questo -. Con un gesto ampio della mano all'indietro indic l'hotel. - Gli anni passano per tutti, e certe
volte temevo che il mio momento non sarebbe venuto mai. E invece, eccoci qui, pronti a partire per
Shanghai. Allora, Christopher, che c'?
- Immagino che potr sembrarti piuttosto sciocco da parte mia, - risposi, - ma voglio dirlo lo
stesso. Vedi, anch'io ho sempre pensato che sarei tornato a Shanghai. S... insomma, per occuparmi dei
problemi irrisolti. Me lo riprometto da sempre. Per un attimo, Sarah continu a fissare il tramonto. Poi
si volse e mi sorrise, e trovai quel sorriso carico di tristezza e venato di rimprovero. Tese un braccio e
mi sfior la guancia con dolcezza, prima di tornare a concentrarsi sul panorama.
- Pu darsi che Cecil risolva tutto in fretta a Shanghai, - disse.
- E pu darsi di no. In ogni caso, potremmo fermarci piuttosto a lungo.
Perci, Christopher, se quel che dici  vero, non si pu escludere che ci si veda laggi. Dico
bene?
- S, - dissi. - Senz'altro.
Non avrei pi rivisto Sarah Hemmings prima della sua partenza. Se aveva ogni diritto di
rimproverarmi per avere procrastinato per anni quel viaggio, quanto di pi meriterei la sua disistima
ora, se non agissi? E
infatti chiaro che, quali che siano i progressi compiuti da Cecil a Shanghai nei mesi passati,
una soluzione  ancora di l da venire. Le tensioni continuano a crescere in tutto il mondo; alcuni saggi
paragonano la nostra civilt a un covone di paglia intorno al quale qualcuno agiti dei fiammiferi accesi.
Frattanto, io sono ancora qui a languire in quel di Londra. Ma con l'arrivo della lettera di ieri, si pu
dire che gli ultimi tasselli del rompicapo siano stati raccolti. E di sicuro arrivato per me il momento di
recarmi a Shanghai di persona; ci devo andare e - dopo tutti questi anni - affondare il coltello nel
cuore del serpente, come ebbe a esprimersi quell'ispettore pieno di buon senso. Ma l'operazione avr
un prezzo. Questa mattina, come gi fece ieri, Jennifer  stata in giro per l'acquisto di certi articoli a suo
parere indispensabili per l'inizio del nuovo semestre di scuola.
Uscendo, appariva emozionata e felice; non sa ancora nulla del mio progetto, n delle cose di
cui la signorina Givens e io abbiamo discusso in serata. Ho invitato la signorina a raggiungermi nel
salotto e ho dovuto chiederle di accomodarsi per ben tre volte prima che lo facesse. Forse sospettava la
ragione per cui l'avevo convocata, e le pareva che il gesto di sedersi avrebbe tradito da parte sua un
certo grado di complicit. Le ho presentato la situazione come meglio potevo; ho cercato di farle
intendere l'enorme importanza del caso, sottolineando inoltre che mi coinvolgeva personalmente da
molti anni.
Lei ha ascoltato impassibile e, quando mi sono interrotto, mi ha rivolto una semplice domanda:
per quanto tempo sarei stato lontano?
Credo a quel punto di aver parlato a lungo, cercando di spiegarle come fosse impossibile
stabilire una scadenza precisa in una faccenda del genere. Mi pare sia stata lei a fermarmi alla fine per
rivolgermi un'altra domanda, dopodich ci occupammo per qualche minuto di risolvere alcune
questioni pratiche legate alla mia futura assenza. Fu solo al termine di quella dettagliata discussione,
quando ormai lei si era alzata per congedarsi, che le dissi: - Signorina Givens, so bene che, in un primo
tempo, nonostante il suo lodevole impegno, la mia partenza arrecher un disagio a Jennifer. Ma mi
domando se ha considerato che, a lungo andare, sar senz'altro nell'interesse di entrambi, sia di Jenny
sia mio, che io porti a compimento l'iniziativa che le ho appena esposto. Dopo tutto, come potrebbe
Jennifer amare e rispettare un tutore sapendo che si  sottratto al pi solenne dei suoi doveri quando
alla fine gli si  presentata l'occasione di adempierlo? Qualsiasi cosa possa desiderare adesso, non potr
fare altro che disprezzarmi quando sar pi grande. E che vantaggio potremo trarne allora tutti e due?
La signorina Givens mi guard dritto negli occhi, poi disse: - C' del vero in quel che dice,
signor Banks -. Ma aggiunse: - Ciononostante, le mancher. - S, s. Penso anch'io. Ma non capisce,
signorina? - E possibile che a quelle parole io abbia alzato la voce. - Non capisce l'urgenza estrema che
la vicenda ha assunto? La tensione crescente in tutto il mondo? Io devo andare!
- Certo, signor Banks. - Mi dispiace. Le chiedo scusa. Sono un po' provato questa sera. Tutto
sommato,  stata una giornata particolare. -
Vuole che glielo dica io? - chiese la signorina Givens. Ci pensai, poi scossi il capo. - No, le
parler io. Glielo dir quando verr il momento. Le sarei grato se non le dicesse nulla prima di me,
invece.
Ieri sera avevo pensato di parlare con Jennifer oggi, in qualche momento. Ripensandoci
tuttavia, credo che potrebbe essere prematuro; senza contare che la notizia potrebbe guastare
inutilmente la sua attuale ottima disposizione riguardo al prossimo semestre scolastico. A conti fatti,
conviene lasciar perdere per ora, poi porr andarla a trovare a scuola, una volta perfezionati i miei
programmi. Jennifer  una bambina di grande spirito, e non c' motivo di credere che possa lasciarsi
affliggere in modo irreparabile solo dalla mia partenza. Non riesco tuttavia a togliermi dalla mente quel
giorno dell'inverno di due anni orsono quando per la prima volta andai a farle visita all'istituto St
Margaret. Stavo conducendo un'inchiesta poco lontano, ed essendo da poco iniziata la sua carriera
scolastica, decisi di andare ad accertarmi che tutto procedesse per il meglio. La scuola si trova in una
vasta residenza signorile circondata da parecchi acri di terreno. Alle spalle dell'edificio, il prato digrada
verso un lago. Forse per questo, nelle quattro occasioni in cui ho visitato l'istituto, l'ho sempre trovato
avvolto nella foschia. Le oche circolano libere tutto intorno, mentre alcuni giardinieri svogliati si
occupano del parco acquitrinoso. Ne risulta un'atmosfera nel complesso piuttosto austera, sebbene le
insegnanti, per quanto ho avuto modo di constatare, offrano al pubblico un'immagine pi accogliente.
Quel giorno in particolare, ricordo una certa signorina Nutting, una cinquantenne dall'aria gentile, che
mi fece da guida attraverso i severi corridoi. A un certo punto, si ferm presso una nicchia e,
abbassando la voce, mi disse: - Tutto considerato, signor Banks, la bambina si sta adattando benissimo.
In fondo, era impensabile che non ci fosse qualche difficolt iniziale, finch le altre ragazze la
vedranno come una nuova arrivata. E ce ne sono un paio che sanno essere anche piuttosto crudeli. Ma
entro il prossimo semestre, sar tutta acqua passata, ne sono certa. Jennifer mi aspettava in una vasta
sala dalle pareti foderate in legno di quercia; nel camino ardeva un ciocco ormai quasi ridotto in braci.
L'insegnante ci lasci soli, e Jennifer mi rivolse un sorriso timido, ritta davanti alla mensola del
caminetto. - Non vi tengono molto al caldo, - dissi, sfregandomi le mani e avvicinandomi al fuoco. -
Oh, dovresti sentire il freddo che fa in dormitorio. Abbiamo i ghiaccioli sul letto! - E rise. Mi sedetti
accanto al camino, mentre lei rimaneva in piedi. Avevo temuto che vedermi in un contesto tanto
diverso potesse metterla a disagio, ma di l a poco Jennifer prese a chiacchierare a ruota libera, del
corso di badminton, delle ragazze che le piacevano, e del cibo che, a suo giudizio, si riduceva a
stufato, stufato e ancora stufato.
- A volte  difficile, - mi inserii a un certo punto, - quando si  nuovi di un posto. Non  che per
caso... ti siano contro o che so io?
- Oh no, - disse lei. - Be', mi prendono un po' in giro ogni tanto, ma non fanno sul serio. Sono
tutte brave ragazze qui. Parlavamo da una ventina di minuti quando mi alzai e le porsi la scatola di
cartone che avevo portato con me nella borsa. - Oh, che cos'? - esclam emozionata. - Jenny, non ...
non si tratta di un vero e proprio regalo. Colse il tono affettuoso nella mia voce, e osserv la scatola che
aveva in mano con improvvisa diffidenza. - Allora cos'? - chiese. - Aprila. Guarda tu stessa. La vidi
sollevare il coperchio - le dimensioni erano pi o meno quelle di una scatola da scarpe - e guardare
dentro. La sua espressione, assai cauta, non cambi affatto. Infine allung una mano e prese qualcosa. -
Temo - le dissi con dolcezza - di essere riuscito a recuperare soltanto questo. Il tuo baule, ho scoperto,
non  andato perduto in mare;  stato rubato insieme ad altri quattro da un deposito di Londra. Ho fatto
quel che potevo, ma temo che i ladri si siano limitati a distruggere ci che non hanno potuto rivendere
facilmente. Non ho trovato traccia di abiti e roba del genere. Giusto queste piccole cose. Aveva estratto
un braccialetto, e lo stava esaminando con attenzione come se controllasse che non ci fossero danni. Lo
rimise nella scatola e tir fuori un paio di campanellini d'argento che scrut nello stesso modo. Infine
rimise a posto il coperchio e mi guard. - Sei stato molto gentile, zio Christopher, - disse sottovoce. - E
dire che devi essere cos occupato.
- Non  stato affatto un problema. Mi dispiace soltanto di non essere riuscito a recuperare altro.
- Sei stato tanto gentile. - Be', sar meglio che ti lasci tornare alla tua lezione di geografia. Non sono
arrivato in un momento molto opportuno. Lei non si mosse, rest l ferma a fissare la scatola. Infine
disse: - Quando sei a scuola, ogni tanto, dimentichi. Solo ogni tanto. Conti i giorni che mancano alle
vacanze come fanno tutte, e pensi che rivedrai Mamma e Pap. Persino in quelle circostanze, sentirla
nominare i genitori non manc di sorprendermi. Aspettai che dicesse qualcos'altro, ma non lo fece; si
limit a fissarmi come se mi avesse appena rivolto una domanda. Alla fine, le dissi: -  molto difficile
qualche volta, lo so. E come se il mondo intero ti fosse crollato intorno. Ma voglio dirti una cosa,
Jenny. Stai facendo miracoli nel rimettere insieme i pezzi. Dico sul serio. So che non potr mai pi
essere come prima, ma so anche che sei in grado di andare avanti e di costruirti un futuro felice. E io
sar sempre qui ad aiutarti, voglio che tu lo sappia. - Grazie, - rispose lei. - E grazie di queste.
Per quanto ricordo, cos si concluse il nostro incontro quel giorno. Ci allontanammo dal relativo
tepore del camino, percorremmo la sala attraversata da correnti d'aria e tornammo nel corridoio, dove la
guardai dirigersi verso la sua classe. Quel pomeriggio invernale di due anni fa, non avevo ragione di
credere che le mie parole potessero essere meno che fondate. La prossima volta che andr a trovarla al
St Margaret, per salutarla,  probabile che ci rincontreremo nella stessa sala piena di spifferi, accanto
allo stesso fuoco. In tal caso, le cose saranno anche pi dure per me, dal momento che non  pensabile
che Jennifer non conservi un ricordo vivissimo del nostro ultimo incontro in quel luogo.
Ma  una bambina intelligente e, qualunque possa essere la sua reazione immediata, credo che
sapr comprendere tutto ci che le dovr dire. Non  nemmeno escluso che afferri pi rapidamente di
quanto ha fatto la sua governante ieri sera come, una volta cresciuta - quando ormai questo caso sar
diventato il ricordo di un trionfo -, lei sar davvero felice che io mi sia assunto le mie responsabilit,
mostrandomi all'altezza della sfida.
...
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...
PARTE QUARTA.
...
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...
HOTEL CATAI, SHANGHAI, 20 SETTEMBRE 1937.
...
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...
CAPITOLO DODICESIMO.
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I viaggiatori nei paesi arabi hanno spesso commentato l'abitudine della gente del luogo ad
avvicinare fastidiosamente il viso all'interlocutore nel corso di una conversazione. Si tratta,  ovvio,
solo di un costume locale casualmente diverso dai nostri, e qualsiasi visitatore illuminato sar in grado
in breve di non farci pi caso. Mi  capitato di pensare che dovrei sforzarmi di considerare con una
disposizione d'animo analoga qualcosa che, durante queste mie tre settimane di soggiorno a Shanghai, 
venuto a costituire una fonte di ostinata irritazione: mi riferisco al modo in cui da queste parti sembra
che tutti siano decisi a cogliere ogni occasione per ostacolare agli altri la visuale. Non siete ancora
entrati in una stanza o scesi da un'auto che subito qualcuno verr tra mille sorrisi a piazzarvisi giusto di
fronte impedendovi una banale osservazione di ci che vi circonda.
Quasi sempre, inoltre, l'intruso altri non  che il vostro ospite o la guida alla quale vi siete in
quel momento affidati: ma qualora dovessero verificarsi defezioni su quel fronte, non mancher mai il
passante determinato a sopperire all'inconveniente. Per quanto mi  dato di capire, tutti i gruppi
nazionali di cui  costituita la comunit locale - inglesi, cinesi, francesi, americani, giapponesi, russi -
aderiscono a tale pratica con il medesimo zelo, e l'inevitabile conseguenza  che questo costume si 
sviluppato in forma assolutamente unica all'interno della Concessione Internazionale di Shanghai,
attraversando ogni barriera etnica e sociale. Mi ci  voluto qualche giorno per identificare con chiarezza
questa usanza, e per rendermi conto che in essa si trovava l'origine del disorientamento che per un certo
tempo dopo il mio arrivo ha rischiato di sopraffarmi.
Al momento, pur provando ancora un occasionale fastidio al suo verificarsi, non ne sono pi
ossessionato. Inoltre, ho scoperto una seconda abitudine complementare qui a Shanghai, in grado di
rendere la vita un po' pi facile: sembra sia consentito ricorrere a spintoni di sorprendente rozzezza per
scansare le persone che ostacolano il passaggio. Bench non abbia ancora trovato l'ardire di approfittare
personalmente di tale licenza, ho pi di una volta visto coi miei occhi signore eleganti che si facevano
largo a forza di perentorie gomitate, senza suscitare il minimo commento, seppure a bassa voce.
Quando, la seconda sera dopo il mio arrivo, entrai nel salone da ballo all'ultimo piano dell'Hotel Palace,
non ero ancora a conoscenza di nessuna di tali pratiche, perci gran parte della serata risult viziata
dalla mia frustrazione di fronte a ci che in quel momento interpretai come la natura caotica della
Concessione Internazionale. Uscito dall'ascensore, avevo appena scorto il lungo andito moquettato che
conduceva alla sala - lungo il quale stavano allineati degli uscieri cinesi, quando uno dei miei ospiti, il
signor MacDonald del Consolato britannico, sistem la sua ampia sagoma davanti a me. Mentre
procedevamo verso l'ingresso del salone, notai come al nostro passaggio ciascun usciere si chinasse
graziosamente giungendo le mani guantate di bianco. Ma gi dopo il terzo usciere, - dovevano essere
sei o sette in tutto, - mi fu impedita anche quella vista dall'arrivo di un altro ospite, un certo signor
Grayson, rappresentante del Consiglio municipale di Shanghai, il quale mi si accost per continuare il
discorso iniziato in ascensore.
Dopodich, avevo giusto messo piede nel locale dove, a detta dei miei due anfitrioni, avremmo
avuto occasione di assistere allo spettacolo di cabaret pi brillante della citt e al raduno della pi
raffinata lite di Shanghai, quando mi ritrovai al centro di una folla in movimento. L'altezza
vertiginosa del soffitto e l'opulenza dei lampadari mi portarono a supporre che la sala dovesse avere
dimensioni piuttosto cospicue, sebbene per qualche tempo non ebbi modo di verificare tale ipotesi.
Seguendo i miei ospiti attraverso la folla, scorsi grandi finestre allineate su una parete, dalle quali, a
quell'ora, il tramonto invadeva di luce la sala. Intravidi anche un palcoscenico in fondo al locale, sul
quale si aggiravano, parlando fra loro, alcuni musicisti in smoking bianco. Come tutti i presenti, anche
questi ultimi sembravano in attesa che succedesse qualcosa, - forse solo che si facesse notte. In
generale, si percepiva una sorta di inquietudine, con persone che vagavano in cerchio e si spingevano
senza motivo apparente.
Avevo quasi perso di vista le mie guide, ma poco dopo ravvisai MacDonald che mi chiamava a
cenni e infine mi ritrovai seduto al tavolino coperto da una tovaglia candida e inamidata, verso il quale
si erano fatti largo i miei compagni. Da quel punto di osservazione pi basso potei constatare che in
effetti un'ampia zona del locale era rimasta sgombra - probabilmente per lo spettacolo -, mentre quasi
tutti i presenti si accalcavano lungo una stretta striscia laterale della sala. Il nostro tavolo era parte di
una fila di arredi identici, anche se, quando cercai di verificarne con lo sguardo la lunghezza, il gesto
mi fu ancora una volta impedito. Ai tavoli immediatamente vicini al nostro non sedeva nessuno, forse
perch la confusione circostante rendeva la cosa poco praticabile. In effetti, di l a poco, quel tavolino
venne a rassomigliare a una fragile imbarcazione minacciata da ogni lato dall'assalto dell'alta societ di
Shanghai. Il mio arrivo non era passato inosservato; sentivo intorno a me il diffondersi della notizia con
un intenso mormorio, mentre sempre pi numerose occhiate si concentravano sulla mia persona. A
dispetto di tutto ci, finch la situazione non si rese intollerabile, ricordo di aver tentato di proseguire la
conversazione iniziata con i miei ospiti a bordo dell'auto che ci portava all'Hotel Palace. A un certo
punto, rammento di aver detto al signor MacDonald: - Le sono molto grato del suggerimento, signore.
A essere sincero, tuttavia, sono lieto di condurre le mie indagini da solo. Sono abituato a lavorare cos.
- Come desidera, amico mio, - replic MacDonald. - Ho solo voluto farglielo presente. Alcune delle
persone di cui le ho parlato, sanno davvero come muoversi in questa citt. I migliori non hanno nulla da
invidiare agli agenti di Scotland Yard.
Pensavo che potessero semplicemente risparmiare a lei, e a tutti noi, del tempo prezioso. -
Tuttavia, signor MacDonald, lei ricorder senz'altro quanto le dissi. Non ho lasciato l'Inghilterra prima
di essermi fatto un'idea piuttosto chiara del caso. In altre parole, il mio arrivo a Shanghai non
rappresenta un punto di partenza, bens il culmine di molti anni di lavoro. - In altre parole, - intervenne
all'improvviso Grayson, - lei  qui per chiudere il caso una volta per tutte. Meraviglioso! Che notizia
fantastica!
MacDonald rivolse al rappresentante municipale uno sguardo carico di disprezzo, poi prosegu,
come se l'altro non avesse mai parlato. - Non intendo dubitare del suo talento, amico mio. Il suo
curriculum parla da solo, dopo tutto. Mi limitavo a suggerirle un po' di appoggio in termini di
personale. Rigorosamente al suo servizio, s'intende. Giusto, lei capisce, per sveltire un poco le
procedure. Essendo appena arrivato, potrebbe non esserle cos chiara l'urgenza della situazione.
Sembra tutto piuttosto tranquillo qui, mi rendo conto. Ma temo che non ci resti molto tempo. -
Comprendo perfettamente l'urgenza di cui parla, signor MacDonald. Ma non posso far altro che
ripeterlo: ho ragione di credere che si raggiunger una conclusione soddisfacente del caso in tempi
relativamente brevi. A patto, cio, che mi si lasci condurre le indagini senza ostacolarmi. - Che
splendida notizia! - esclam Grayson, guadagnandosi un'altra occhiata fulminante da parte di
MacDonald. Nel corso delle ore passate in compagnia di quest'ultimo quel giorno, era andato crescendo
in me il fastidio di fronte all'insistenza con la quale MacDonald voleva presentarsi come un semplice
addetto del consolato con incarichi di mero protocollo. A tradirlo non era solo la malcelata curiosit
riguardo ai miei progetti, o lo zelo con il quale cercava di impormi degli assistenti -; era piuttosto la
raffinata ambiguit che accompagnava le sue maniere squisite a segnalarlo come esperto agente
segreto. A quel punto della serata, dovevo essermi stancato di assecondare con ironia la sua sciarada,
perch gli rivolsi la mia richiesta come se ormai da un pezzo entrambi conoscessimo la verit. - Visto
che parliamo di assistenza, signor MacDonald, - gli dissi, - c' in effetti una cosa che lei potrebbe fare
per me e che mi sarebbe di immenso aiuto. - Non chiedo di meglio, amico mio. - Come ho gi detto,
nutro un particolare interesse per quelli che mi pare le forze di polizia locali definiscano assassini del
Serpente Giallo. - Ah s? - Non mancai di notare l'espressione guardinga che si dipinse sul volto di
MacDonald. Grayson, al contrario, pareva non sapere di che cosa stessi parlando, e si limit a spostare
lo sguardo dall'uno all'altro. - In effetti, - proseguii, fissando MacDonald, -  stato proprio dopo aver
raccolto prove sufficienti sui cosiddetti assassini del Serpente Giallo che ho finalmente preso la
decisione di venire qui. - Capisco. Dunque le interessa la vicenda del Serpente Giallo -. MacDonald
rivolse intorno un'occhiata disinvolta. - Brutt'affare, quello. Ma non poi cos rilevante, direi, in termini
di vasto respiro. - Al contrario. Io lo ritengo di enorme importanza. - Scusatemi, - Grayson riusc infine
a dire. - Ma che cosa sono esattamente questi assassini del Serpente Giallo? Non ne ho mai sentito
parlare. - E come la gente chiama le rappresaglie comuniste, - gli disse MacDonald. - Rossi che
uccidono i parenti di uno dei loro diventato delatore -. Poi, rivolto a me: - In effetti succede di quando
in quando. I Rossi sono dei selvaggi in questo senso. Ma si tratta di vicende tra cinesi. Chiang Kai-shek
 pi forte dei Rossi,  al potere e intende restarci, giapponesi o non giapponesi. Noi tendiamo a tenerci
al di sopra, mi spiego? Mi sorprende che lei sia invece cos interessato, amico mio. - Ma queste
rappresaglie in particolare, - dissi, - i cosiddetti assassini del Serpente Giallo, vanno avanti da un pezzo.
Grosso modo da quattro anni. Durante i quali sono state assassinate tredici persone, fino a oggi.
- Conoscer i dettagli meglio di me, amico. Ma da quel che ho sentito dire, le rappresaglie
proseguono per la semplice ragione che i Rossi non sanno chi sia il traditore. Sono partiti massacrando
gente che non c'entrava. Un tantino approssimativa, come vede, l'idea di giustizia di questi bolscevichi.
Ogni volta che cambiano opinione riguardo all'identit del fantomatico Serpente Giallo, prendono su e
fanno fuori un'altra famiglia. - Mi sarebbe utilissimo, signor MacDonald, entrare in contatto con questo
informatore. L'uomo che chiamano Serpente Giallo.
MacDonald si strinse nelle spalle. - E una questione tutta cinese, amico mio. Nessuno di noi sa
nemmeno chi sia il Serpente Giallo. A mio modo di vedere, il governo cinese farebbe bene a
denunciarne pubblicamente l'identit, prima che altre famiglie innocenti siano scambiate per dei parenti
del traditore. Ma, in tutta sincerit, amico mio, la questione  cinese. Molto meglio lasciare che
rimanga tale. - E importante che io riesca a parlare con l'informatore. - Ebbene, dal momento che
sembra premerle tanto, mi metter in contatto con alcune persone. Ma non posso promettere granch.
Quell'uomo risulta piuttosto prezioso al governo. Gli uomini di Chiang lo proteggeranno con la
massima segretezza, suppongo. Mi ero intanto reso conto di come un numero crescente di persone
spingesse da ogni lato, nell'intento non solo di vedermi in carne e ossa, ma anche di orecchiare
brandelli della nostra conversazione. In tali circostanze, non potevo certo aspettarmi che il signor
MacDonald parlasse con franchezza, e decisi di abbandonare momentaneamente l'argomento. Anzi, fui
come sopraffatto dal violento bisogno di alzarmi e di cercare un po' d'aria, ma prima che potessi
muovermi, Grayson si era chinato in avanti e, sorridendo, mi diceva: - Signor Banks, mi rendo conto
che questo potrebbe non essere il momento pi adatto. Tuttavia intendevo dirle due parole. Vede,
signore, ho avuto il felice incarico di organizzare la cerimonia. Vale a dire, la festa di benvenuto. -
Signor Grayson, non vorrei apparirle ingrato, ma come ha appena sottolineato il signor MacDonald, il
tempo stringe.
Inoltre mi sembra di essere gi stato accolto con tanta prodiga ospitalit... - No, no, signore, -
Grayson diede in una risata nervosa, - mi riferivo a quella cerimonia di benvenuto. Quella per
l'accoglienza dei suoi genitori dopo anni di prigionia. Devo ammettere che la dichiarazione mi colse di
sorpresa e, per un poco,  probabile che mi sia limitato a fissare il mio interlocutore. Il quale, dopo
un'altra risatina imbarazzata, aggiunse: - Certo, mi rendo conto che forse si sta correndo un po' troppo.
Prima lei dovr svolgere il suo lavoro. Inoltre, ovviamente, non intendo sfidare il destino.
Ciononostante, vede, siamo costretti a preparare.
Non appena dar l'annuncio della risoluzione del caso, avremo gli occhi di tutti puntati addosso
e, come Consiglio municipale, dovremo offrire festeggiamenti all'altezza dell'evento. La gente vorr
qualcosa di speciale, e lo vorr subito. Ma vede, signore, organizzare qualcosa delle proporzioni di cui
stiamo parlando, non  affatto semplice. Ecco perch mi domandavo se non potrei proporle alcune
scelte di massima. La primissima domanda, signore,  se trova adeguata la scelta di Jessfield Park come
sede per la cerimonia. Sa, avremo bisogno di parecchio spazio... Mentre Grayson parlava, da un punto
indistinto alle spalle della folla chiassosa mi giungeva sempre pi identificabile il suono di spari
lontani. Poi per le parole di Grayson furono bruscamente interrotte da un violento scoppio che scosse
la sala. Sollevai lo sguardo allarmato solo per vedere intorno a me persone sorridenti - qualcuno
addirittura rideva.
-Con il bicchiere del cocktail ancora in mano. Di l a un attimo colsi tra i presenti un movimento
verso le finestre, diciamo come se fuori si fosse ripreso a giocare una partita di cricket. Decisi di
cogliere l'occasione per alzarmi da tavola e, cos facendo, mi unii alla deriva degli altri. Avevo troppe
persone davanti per riuscire a vedere qualcosa, e stavo cercando di guadagnarmi una postazione pi
favorevole quando mi resi conto che una signora dai capelli grigi al mio fianco mi stava parlando. -
Signor Banks, - diceva, - ha un'idea di quanto sollievo procuri a noi tutti il fatto di averla finalmente tra
noi?
Naturalmente non volevamo darlo a vedere, ma incominciavamo a essere molto preoccupati
riguardo a, be', - indic con la mano la direzione da cui provenivano gli spari, - mio marito non fa che
ripetere che i giapponesi non oseranno mai attaccare la Concessione Internazionale. Solo che, vede, lo
dice almeno venti volte al giorno, il che risulta assai poco rassicurante. Voglio dirle una cosa, signor
Banks, quando abbiamo saputo del suo arrivo imminente, quella  stata per noi la prima buona notizia
da mesi. Mio marito ha persino smesso di recitare il suo piccolo mantra sui giapponesi, almeno per
qualche giorno. Benedetto Iddio!
Un'altra tonante esplosione aveva scosso la stanza, provocando isolati commenti ironici. Notai
allora che poco lontano da me qualcuno aveva aperto delle porte finestre e la gente si andava
accalcando sul terrazzo. - Non si preoccupi, signor Banks, - disse un giovanotto afferrandomi per il
gomito. -  del tutto escluso che arrivino fin qui.
Entrambe le parti sono estremamente caute ora, dopo il Luned di Sangue. - Ma da dove
arrivano? - gli chiesi. - Oh,  la nave da guerra giapponese al porto. In effetti i proiettili compiono una
traiettoria ad arco sopra le nostre teste e finiscono laggi oltre il corso d'acqua. Dopo il tramonto,  un
vero spettacolo. Un po' come guardare stelle cadenti. - E se un tiro dovesse risultare troppo corto? Non
soltanto il giovanotto al quale stavo parlando, ma parecchi altri intorno a me scoppiarono a ridere
all'idea, - mi parve in modo un po' eccessivo. Poi un'altra voce disse: - Mi sa che ci toccher fidarci
della precisione dei giapponesi. Dopo tutto, se lavorano male, hanno le stesse probabilit di lanciarne
una dietro le loro linee. - Signor Banks, le farebbe piacere usare questo?
Un tizio mi stava porgendo un binocolo da teatro. Non appena l'ebbi preso in mano, fu come se
avessi lanciato un segnale. La folla si divise dinanzi a me e mi ritrovai praticamente sospinto verso la
porta finestra aperta. Uscii sul terrazzino. Sentivo la brezza tiepida, e il cielo era di un rosa intenso. Mi
trovavo a un'altezza considerevole e, oltre la fila di edifici antistanti, si scorgeva il canale. Al di l del
corso d'acqua c'era un ammasso di baracche e macerie dal quale una colonna di fumo grigio si levava
nell'aria della sera. Avvicinai il binocolo agli occhi ma, essendo completamente fuori fuoco per me,
non riuscii a vedere nulla. Trafficai con la rotellina della messa a fuoco e mi trovai a osservare il
canale; mi sorprese constatare che parecchie imbarcazioni proseguivano il proprio regolare andirivieni
a due passi dalla battaglia. Seguii con lo sguardo una barca in particolare, una specie di chiatta con un
solo rematore a bordo, talmente carica di casse e di ceste da far dubitare che ce l'avrebbe fatta a passare
sotto il ponte basso che attraversava il canale giusto sotto di me. Mentre guardavo, l'imbarcazione si
avvicinava rapida al ponte, e io fui certo che avrei visto almeno un paio di ceste cadere dal mucchio e
finire in acqua. Per qualche secondo ancora, continuai a fissare la barca col binocolo, affatto dimentico
degli spari. Notai con interesse il barcaiolo che come me sembrava tutto preso dalla sorte del suo carico
e incurante del combattimento in corso a non pi di quaranta metri alla sua destra. Infine la barca spar
sotto il ponte e, quando la rividi scivolare aggraziata dall'altra parte, con il suo carico precario ancora
intatto, abbassai il binocolo e diedi in un sospiro. Mi accorsi che, mentre osservavo il canale, si era
radunata alle mie spalle una vasta folla. Passai il binocolo a un individuo che mi stava accanto e dissi
rivolto a nessuno in particolare: - Dunque quella  la guerra.
Molto interessante. Credete ci siano molte perdite?
Le mie parole suscitarono svariati commenti. Una voce disse: - Parecchie vittime laggi a
Chapel. Ma i giapponesi avranno la meglio in capo a pochi giorni e allora tutto torner tranquillo. - Non
ne sarei tanto sicuro, - disse un altro. - Il Kuomintang ha sorpreso tutti finora, e scommetto che
continuer a farlo. Scommetto che resisteranno ancora per un pezzo. A quel punto sembr che tutti i
presenti si mettessero a discutere insieme. Qualche giorno, qualche settimana, che differenza faceva?
Prima o poi i cinesi dovevano arrendersi, e dunque, perch non farlo subito? Al che parecchie altre voci
replicarono che l'esito della guerra era tutt'altro che cos netto e sicuro. Le cose cambiavano di giorno
in giorno, ed erano numerosi i fattori contrastanti nella vicenda. - E poi, - chiese qualcuno a voce alta, -
 arrivato il signor Banks, no?
La domanda, ovviamente intesa come retorica, rimase tuttavia sospesa nel silenzio attonito della
sala, mentre gli occhi di tutti tornavano a puntarsi su di me. Anzi, ebbi la sensazione che non soltanto il
piccolo gruppo di persone intorno a me sul terrazzo, ma anche gli ospiti in sala fossero ammutoliti in
attesa di una mia risposta. Pensai che si trattasse di un'occasione come un'altra per fare un annuncio -
l'annuncio che forse si voleva da me sin da quando avevo messo piede nel salone -, perci mi schiarii la
gola e dichiarai a voce alta: - Signore e signori. Mi rendo ben conto che la situazione qui si  fatta
piuttosto pesante. E non  mio desiderio suscitare false speranze in un momento simile. Ma
permettetemi di dire che non mi troverei qui adesso se non fossi ottimista riguardo alla possibilit di
condurre questo caso a una soluzione felice in un futuro assai prossimo. Direi anzi, signore e signori,
che sono pi che ottimista. Vi chiedo dunque di pazientare ancora una settimana circa. Dopodich,
ebbene, vedremo che cosa saremo riusciti a concludere. Mentre pronunciavo queste ultime parole,
l'orchestra jazz all'improvviso attacc. Non ho idea se si trattasse di pura coincidenza, in ogni caso
l'effetto fu quello di completare in bellezza la mia dichiarazione. Sentii l'attenzione della sala spostarsi
dalla mia persona, e vidi che la gente incominciava a rientrare. Feci altrettanto anch'io e, mentre
cercavo di ritrovare il mio tavolo - per un istante avevo come perso il senso dell'orientamento -, notai
che un gruppo di ballerine aveva occupato la pista. Dovevano essere almeno una ventina, molte delle
quali eurasiatiche, in succinti costumi decorati con un motivo di uccelli. Mentre le danzatrici
eseguivano il loro numero di ballo, la sala sembr perdere ogni interesse nella battaglia in corso sul
canale, sebbene il frastuono fosse tuttora chiaramente udibile sullo sfondo festoso della musica. Era
come se per quelle persone si fosse concluso un genere di intrattenimento e ne fosse iniziato un altro.
Provai verso i presenti un moto di repulsione, e non era la prima volta dal mio arrivo a
Shanghai. Non era solo il fatto di non essere riusciti per nulla in tutti quegli anni ad affrontare la sfida
degli eventi, di aver lasciato scivolare la situazione fino a quel disastroso livello, con le gravissime
conseguenze del caso. Ci che mi ha intimamente sconvolto, sin dal mio arrivo,  stato il rifiuto da
parte di tutti qui a prendere atto delle proprie innegabili colpe.
Durante le ultime due settimane, trattando con cittadini di ogni estrazione sociale - dalla pi
modesta alla pi elevata -, non mi  capitato una sola volta di imbattermi in quella che si potrebbe
definire onesta vergogna. In altre parole, qui, nel cuore stesso del ciclone che minaccia di risucchiare
l'intero mondo civilizzato, si verifica una penosa congiura del diniego; un rifiuto di responsabilit che,
ripiegatosi su se stesso, ha finito con l'inacidire e manifestarsi in quella specie di tronfia diffidenza da
me tanto spesso riscontrata. Ed eccola l, dunque, la cosiddetta lite di Shanghai, pronta a trattare con
assoluto disprezzo la sofferenza dei propri vicini di casa cinesi residenti al di l del canale. Procedevo
seguendo la fila di schiene di coloro che si erano voltati per assistere allo spettacolo, e cercavo di
controllare il mio senso di disgusto, quando mi accorsi che qualcuno mi tirava per un braccio; mi voltai
e vidi Sarah. - Christopher, - disse. -
 tutta la sera che cerco di raggiungerti. Non hai nemmeno un minuto per salutare i vecchi
amici? Guarda, Cecil  laggi che ti saluta con la mano. Mi ci volle un istante per localizzare Sir Cecil
tra la folla; sedeva solo a un tavolo in fondo alla sala e in effetti mi stava salutando. Ricambiai il gesto,
e tornai a rivolgermi a Sarah. Era il nostro primo incontro dal mio arrivo. L'impressione che ebbi di lei
quella sera fu che stesse benissimo; il sole di Shanghai aveva avuto la meglio sul suo abituale pallore,
producendo un cambiamento vantaggioso.
Inoltre, mentre scambiavamo qualche battuta cordiale, i suoi modi si mantennero spensierati e
sicuri. E solo adesso, dopo quanto  accaduto ieri sera, che mi trovo a ripensare al nostro primo
incontro e a cercare di capire come possa essermi ingannato fino a quel punto. Forse  soltanto col
senno di poi che ricordo ora un che di chiaramente intenzionale nel suo sorriso, specie quando si
riferiva a Sir Cecil. E, sebbene in quella circostanza la nostra conversazione si fosse limitata per lo pi
a convenevoli formali, da ieri sera, una frase pronunciata allora da Sarah - frase che gi al tempo mi
lasci un po' perplesso - non fa che tornarmi in mente. Avevo domandato come lei e Sir Cecil si fossero
trovati nell'anno trascorso a Shanghai. E lei mi aveva risposto assicurandomi che, sebbene Cecil non
avesse raggiunto la svolta auspicata, aveva tuttavia fatto abbastanza da guadagnarsi la riconoscenza
dell'intera comunit. Fu a quel punto che chiesi, senza troppo riflettere: - Allora, ritengo che non
abbiate in programma di lasciare Shanghai nell'immediato futuro. A quelle parole, Sarah era scoppiata
a ridere e, lanciando un'altra occhiata in direzione di Sir Cecil, aveva detto: - No, per il momento siamo
piuttosto sistemati. Il Metropole offre ogni conforto. Non mi pare che abbiamo fretta di partire. A meno
che non venga qualcuno a salvarci, s'intende. Aveva pronunciato tutto ci - compresa l'ultima
affermazione riguardo all'ipotesi di un salvataggio - come se si trattasse di una battuta e, bench non mi
fosse affatto chiaro il significato delle sue parole, avevo reagito dando a mia volta in una breve risata.
Per quanto ricordo, in seguito parlammo di amici comuni in Inghilterra, finch l'arrivo di Grayson non
mise efficacemente fine a una conversazione all'apparenza leggera. E solo adesso, come dico, dopo ieri
sera, che mi sorprendo a ripensare ai vari incontri avuti con Sarah nel corso di queste tre settimane, ed 
quell'unica frase, aggiunta come sovrappensiero a una risposta scherzosa, che continua a riaffacciarsi
alla memoria.
...
.
...
CAPITOLO TREDICESIMO.
.
Ho trascorso gran parte del pomeriggio di ieri tra il buio e gli scricchiolii della casa galleggiante
nella quale sono stati rinvenuti i tre cadaveri. La polizia ha rispettato il mio desiderio di condurre le
indagini indisturbato al punto che ho completamente perso la nozione del tempo e quasi non mi sono
accorto che fuori il sole tramontava. Quando ho attraversato il Bund e mi sono avviato lungo Nanking
Road, le luci erano gi accese e sui marciapiedi si accalcavano le folle della sera.
Dopo quella giornata lunga e deprimente, sentivo il bisogno di scaricarmi un poco e mi sono
quindi diretto all'angolo tra Nanking Road e Kiangse Road, verso un piccolo locale che avevo preso a
frequentare poco dopo il mio arrivo a Shanghai. Il posto in s non ha nulla di speciale: si tratta di un
tranquillo seminterrato dove quasi ogni sera un pianista francese si esibisce in malinconiche esecuzioni
di Bizet e Gershwin. Tuttavia mi va piuttosto a genio e perci mi ci sono ritrovato spesso nel corso di
queste settimane. Ieri sera, ho passato circa un'ora seduto a un tavolo d'angolo, mangiando un piatto
francese e prendendo appunti su quanto avevo scoperto nella casa galleggiante, mentre le entraneuse
ancheggiavano ballando coi clienti. Ero gi risalito in strada con l'intenzione di tornare in hotel, quando
presi casualmente a chiacchierare con il portiere russo. Costui, che dice di essere un conte, parla un
inglese eccellente appreso, a quanto afferma, dalla sua governante prima della Rivoluzione. Ormai ho
l'abitudine di scambiare qualche parola con lui, quando vado al club, e cos facevo pure ieri sera - non
ricordo per di che cosa stessimo parlando, quando lui si lasci sfuggire che Sir Cecil e Lady Medhurst
erano passati di l poco prima. - Immagino - ribattei - che intendessero trascorrere fuori la serata. A
quelle parole il conte riflett un istante, poi disse: - La Casa della Buona Sorte. S, signore, mi pare di
aver sentito Sir Cecil dire che andavano l. Non era un locale di mia conoscenza, ma senza che glielo
domandassi, il conte prese a indicarmene l'indirizzo e, non essendo lontano, mi ci diressi. Le sue
istruzioni erano abbastanza precise, ma mi muovo ancora con qualche incertezza nei vicoli intorno a
Nanking Road, perci sono riuscito a smarrirmi per un poco. Non che la cosa mi abbia disturbato.
L'atmosfera di quella zona della citt non  inquietante, nemmeno dopo il tramonto e, sebbene sia stato
avvicinato dal solito accattone e, a un certo punto, mi sia imbattuto in un marinaio ubriaco, mi sono
ritrovato a seguire lo sciame della folla notturna con animo pressoch tranquillo.
Dopo il lavoro avvilente che avevo svolto sull'imbarcazione, era un sollievo stare in mezzo a
quegli individui di ogni razza e livello sociale, tutti a caccia di piacere; sentire il profumo di cibo e di
incenso avvolgermi mentre passavo accanto agli usci illuminati. Anche ieri sera, come mi  capitato
spesso di recente, credo di essermi guardato intorno, scrutando le facce dei passanti, nella speranza di
incontrare Akira. Il fatto  che quasi certamente ho intravisto il mio vecchio amico poco dopo il mio
arrivo a Shanghai - la seconda o la terza sera che trascorrevo qui. Fu quando il signor Keswick della
Jardine Matheson e alcuni altri cittadini illustri avevano deciso che avrei dovuto assaggiare la vita
notturna locale. A quel punto mi sentivo ancora un po' disorientato e il giro turistico per caf chantant
e night club mi risultava parecchio faticoso. Ci trovavamo nella zona della Concessione Francese, mi
rendo conto adesso che i miei ospiti dovevano divertirsi a scandalizzarmi mostrandomi certi ritrovi di
infimo ordine, e stavamo per l'appunto uscendo da un locale notturno quando scorsi il suo viso
passarmi accanto tra la folla.
Stava in un gruppo di giapponesi in completo formale, chiaramente in citt per ragioni d'affari.
Com' ovvio, a un'occhiata cos di sfuggita - le sagome degli uomini erano poco pi che profili scuri
disegnati sullo sfondo di una fila di lanterne appese a una porta, non avrei potuto affermare con
assoluta sicurezza che si trattasse di Akira.
Forse per questo, o forse per chiss quale altro motivo, non feci nulla per attirare l'attenzione
del mio vecchio amico. So che non  facile comprenderlo, ma posso solo dire che  andata cos.
Immagino di aver pensato allora che ci sarebbero state molte altre occasioni; forse incontrarci in quel
modo, per caso, quando entrambi eravamo in compagnia, mi pareva inadeguato, indegno, persino, della
riunione che avevo desiderato per tanto tempo. Comunque sia, non avevo voluto cogliere il momento e
mi ero limitato a seguire il signor Keswick e gli altri verso la limousine in attesa. Nel corso di queste
settimane, tuttavia, ho avuto ragione di rimproverarmi pi di una volta per la poca intraprendenza di
quella sera. Giacch pur continuando, nonostante i miei moltissimi impegni, a scrutare la folla nelle vie
o nei saloni degli hotel, durante le giornate di lavoro, non mi  pi capitato di vederlo. So che potrei
prendere qualche iniziativa per cercare di rintracciarlo; ma davvero per adesso la priorit spetta al caso.
Del resto, Shanghai non  un luogo tanto grande; prima o poi di sicuro ci imbatteremo l'uno nell'altro.
Ma torniamo agli avvenimenti di ieri sera. Le indicazioni del portiere mi condussero infine su una
specie di piazza dalla quale si dipartivano numerosi vicoli pi affollati che mai. C'era gente che cercava
di vendere qualcosa, altri che mendicavano, e altri ancora che sostavano semplicemente a osservare e
parlare. Un risci, avventuratosi nella calca, ne era rimasto intrappolato e, al mio passaggio, udii il
guidatore litigare furiosamente con un passante. Vidi la Casa della Buona Sorte nell'angolo in fondo e,
di l a poco, mi facevo gi accompagnare su per una stretta scala coperta da una guida rossa. Prima di
tutto, entrai in un locale delle dimensioni di una stanza d'albergo, nel quale una dozzina di cinesi si
accalcavano intorno a un tavolo da gioco. Quando domandai se Sir Cecil fosse nell'edificio, un paio di
inservienti confabularono tra loro, poi uno dei due mi fece cenno di seguirlo. Fui condotto su per
un'altra rampa di scale, lungo un corridoio mal illuminato, e dentro una sala densa di fumo nella quale
un gruppo di francesi stava giocando a carte. Scossi il capo, l'uomo si strinse nelle spalle e mi indic di
seguirlo ancora. In tal modo mi resi presto conto che l'intero palazzo ospitava una bisca di discrete
proporzioni, composta di svariate salette, in ciascuna delle quali era in corso un diverso genere di gioco
d'azzardo. Ma incominciava a esasperarmi il modo in cui la mia guida annuiva convinto ogni volta che
ripetevo i nomi di Sarah o di Sir Cecil, per poi scortarmi in un'ulteriore stanza fumosa dove trovavo ad
accogliermi solo lo sguardo diffidente di altri sconosciuti. In ogni caso, pi mi addentravo nel locale e
meno mi pareva probabile che Sir Cecil potesse condurvi Sarah; ero quindi sul punto di rinunciare alla
ricerca quando mi infilai in una stanza e vidi Sir Cecil seduto a un tavolo, con gli occhi fissi sulla ruota
della roulette. C'erano almeno venti persone presenti, uomini, per lo pi. La stanza non era fumosa
come le altre, ma il caldo era insopportabile. Sir Cecil appariva tutto preso dal gioco e mi rivolse
appena un cenno distratto, prima di tornare a concentrarsi sulla ruota. Intorno alla stanza erano
sistemate delle vecchie poltrone foderate di stoffa rossastra. Su una di esse un vecchio cinese - in abiti
occidentali e madido di sudore - russava pacificamente. L'unica altra poltrona occupata stava
nell'angolo in ombra del locale, il punto pi lontano dal tavolo da gioco: vi sedeva Sarah con la testa
appoggiata al dorso della mano e gli occhi semichiusi. Ebbe un sussulto quando mi sedetti accanto a
lei. - Oh, Christopher, che ci fai qui?
- Passavo per caso. Mi dispiace. Non intendevo spaventarti. - Passavi per caso? In un posto
cos? Non ci credo. Ci stavi cercando. Parlavamo a bassa voce per non disturbare i giocatori. Da un
punto indistinto dell'edificio, sentivo in lontananza qualcuno esercitarsi alla tromba.
- Devo confessarlo, - dissi, - ho sentito dire che eravate qui. E dal momento che sono capitato
da queste parti... - Oh, Christopher, ti sentivi solo. - Niente affatto. Ma ho avuto in effetti una giornata
un po' tetra, e mi andava di scaricarmi, ecco tutto. Devo ammettere tuttavia che se avessi saputo di
trovarvi in un posto simile, avrei avuto qualche esitazione. - Non essere crudele. Cecil e io, amiamo i
bassifondi. E divertente. Fanno parte della vita di Shanghai. Ma ora dimmi della tua giornata tetra.
Sembri scoraggiato. Ancora nessuna svolta decisiva nel tuo caso, immagino. - Nessuna svolta decisiva,
ma non sono scoraggiato. Le cose stanno incominciando a prendere forma.
Quando poi incominciai a raccontarle come avessi passato pi di due ore inginocchiato nel
marciume di una casa galleggiante nella quale erano stati rinvenuti tre corpi in stato di decomposizione,
Sarah fece una smorfia e mi interruppe. - Che storia lugubre! Qualcuno oggi al circolo del tennis diceva
che i corpi sono stati trovati mutilati di gambe e braccia.  vero?
- Temo di s. Fece un'altra smorfia. - Che orrore indicibile! Ma si trattava di operai cinesi,
giusto? Di certo, non possono avere molto a che fare con... i tuoi genitori. - Al contrario, ritengo che
questo omicidio sia in stretto rapporto con il caso dei miei genitori. -
Davvero? Al tennis dicevano che tutti questi assassini fanno capo alla vicenda del Topo Giallo.
Che le vittime erano persone vicinissime al Topo Giallo. - Serpente Giallo. - Scusa?
- L'informatore comunista. Serpente Giallo. - Oh, gi. Be', in ogni caso, che orrore. Che stanno
combinando i cinesi? Si sgozzano tra loro in un momento come questo? Ci si aspetterebbe che i Rossi e
il governo fossero in grado di fare fronte comune contro i giapponesi, almeno per qualche tempo. -
Immagino che l'odio tra comunisti e nazionalisti sia una faccenda piuttosto seria.
- La pensa cos anche Cecil. Oh, guardalo, come far mai a giocare in quel modo?
Seguii il suo sguardo e vidi che Sir Cecil - il quale ci dava le spalle - si era piegato tutto su un
lato cosicch quasi l'intero suo peso appoggiava ora sul tavolo. Sembrava pi che probabile che potesse
scivolare a terra da un momento all'altro. Sarah mi guard con un certo imbarazzo. Infine alzatasi,
raggiunse il marito, gli pos le mani sulle spalle e gli bisbigli con dolcezza qualcosa all'orecchio. Sir
Cecil parve destarsi e si diede un'occhiata intorno.  possibile che a quel punto io mi sia distratto per
un istante, perch non sono affatto certo di quel che accadde subito dopo. Vidi Sarah rovesciare il capo
all'indietro, come se fosse stata colpita, e per un secondo parve prossima a perdere l'equilibrio, ma
subito lo recuper. Quando tornai a osservarlo, Sir Cecil stava di nuovo seduto eretto, concentrato sul
gioco e non avrei saputo dire se fosse stato lui a far vacillare Sarah.
Lei si accorse che la guardavo e, sorridendo, torn a sedersi accanto a me. -  stanco, - mi
disse. - Ha una tale energia. Ma alla sua et, avrebbe davvero bisogno di riposare di pi. - Venite
spesso in questo posto voi due?
Annu. - Qui e in altri ritrovi molto simili. A Cecil non piacciono i locali grandi e lussuosi. Non
crede che sia possibile uscirne vincitori. - Lo accompagni sempre in queste spedizioni?
- Qualcuno deve pur prendersene cura. Non  pi un giovanotto, mi spiego?
Oh, non mi dispiace. Lo trovo piuttosto emozionante. In fondo Shanghai  tutta qui. Un sospiro
collettivo percorse il tavolo della roulette e i giocatori presero a conversare. Vidi Sir Cecil fare il gesto
di alzarsi, e solo allora mi resi conto di quanto fosse ubriaco.
Si accasci di nuovo sulla sedia, ma al secondo tentativo riusc a reggersi in piedi e venne
barcollando verso di noi. Mi alzai, pensando di stringergli la mano, ma lui me la appoggi su una
spalla, sospetto per tenersi in equilibrio, e disse: - Mio caro figliolo, caro figliolo. Che piacere vederla. -
Ha avuto fortuna, signore?
- Fortuna? Oh, no, no.  stata una brutta serata. Un'intera settimana sfavorevole,  andata male,
male, male. Ma non si pu mai dire.
Risorger, ah, ah! Risorger dalle ceneri. Si era alzata anche Sarah, che gli tese una mano per
sorreggerlo; lui la scost stizzito senza nemmeno guardarla. Poi mi disse: - Ehi. Le va un cocktail? Di
sotto c' un bar. -  davvero gentile da parte sua, signore. Ma dovrei proprio tornare in hotel. Mi aspetta
un'altra giornata faticosa domani. - Fa piacere constatare che lavora sodo. In effetti, anch'io sono
arrivato in questa citt con il proposito di risolvere qualche problema. Per, vede, ragazzo mio, - pieg
la faccia verso di me fino a trovarsi a un paio di centimetri dalla mia, - la faccenda  troppo pesante per
me. Decisamente troppo. -
Cecil, caro, andiamo a casa ora. - A casa? E chiami casa quella tana per topi di un albergo? Tu
hai un vantaggio su di me, tesoro: sei sempre stata una vagabonda.  per questo che non ci fai caso. -
Adesso andiamo, caro. Sono stanca. - Sei stanca. La mia piccola vagabonda  stanca. Banks, lei ha
un'auto qua fuori?
- Temo di no. Ma se vuole, posso cercare di recuperare un taxi. - Un taxi? Crede di essere a
Piccadilly? Crede di poter fermare un taxi con un gesto della mano fuori di qui? Questi gialli sono
pronti a sgozzarla, piuttosto. - Cecil, caro, ti prego, siediti qui, mentre Christopher va a cercare Boris -.
Poi, rivolgendosi a me: - Il nostro autista dovrebbe essere nei paraggi. Ti spiace? Il povero Cecil  un
po' troppo stanco, stasera. Facendo del mio meglio per mostrarmi di buon umore, uscii dall'edificio,
cercando di memorizzare il percorso per ritrovare la sala. La piazza era pi affollata che mai, ma poco
lontano intravidi una strada lungo la quale si allineavano auto e risci in attesa. Mi feci largo nella
ressa, e dopo essere andato di veicolo in veicolo facendo il nome di Sir Cecil a una serie di chauffeur di
varie nazionalit, finalmente ottenni risposta.
Quando tornai alla casa da gioco, Sarah e Cecil gi mi aspettavano fuori. Lei lo sosteneva con
tutte e due le mani, ma dava l'impressione di poter cedere da un momento all'altro sotto il peso di quel
corpo alto e spossato. Mentre mi precipitavo a raggiungerli, lo sentii dire: - Sei tu la persona
indesiderata l dentro, mia cara. Quando frequentavo il locale da solo, mi trattavano sempre da re.
Proprio cos, da re. Ma non gradiscono donne del tuo stampo. Vogliono solo vere signore, oppure
puttane. E tu non rientri in nessuna delle due categorie. Perci, non gli piaci per niente. Non ho mai
avuto alcun problema qui dentro, finch non ti sei messa in testa di aggregarti. - Coraggio, caro. Ecco
Christopher. Bravo, Christopher. Guarda, tesoro,  riuscito a trovare Boris. Il tragitto fino al Metropole
era breve, ma spesso l'auto non poteva far altro che procedere a passo d'uomo tra pedoni e risci. Per
tutto il viaggio, Sarah continu a tenere il braccio e la spalla di Sir Cecil, mentre lui entrava e usciva da
una specie di sopore. Ogni volta che si ridestava, cercava di liberarsi dalla stretta di lei, ma Sarah si
limitava a ridere e a tenerlo fermo tra gli scossoni della vettura.
Giunti alle porte girevoli dell'hotel, e subito dopo all'ascensore, tocc a me assisterlo, mentre
Sarah scambiava saluti gioviali con il personale in servizio nella hall. Infine arrivammo alla suite dei
Medhurst e potei scaricare Sir Cecil dentro una poltrona. Credevo che si sarebbe assopito, ma ebbe
invece un inatteso risveglio e prese a rivolgermi una serie di domande insulse senza capo n coda.
Quando poi Sarah riemerse dal bagno in vestaglia e gli mise un panno umido in fronte, mi disse: -
Banks, ragazzo mio, lei pu parlarmi con franchezza. La vede questa ragazza. Lo sa, ha un bel po' di
anni meno del sottoscritto. Non che sia proprio di primo pelo, s'intende, ah, ah! Ma qualche annetto di
meno ce l'ha. Mi dica onestamente, figliolo, secondo lei, in un posto come quello di stasera, quello
dove ci ha trovati, un locale cos, secondo lei, un estraneo che ci veda insieme... Insomma, diciamolo
francamente!
Vorrei sapere da lei, crede che la gente prenda mia moglie per una sgualdrina?
Per quanto mi era dato di vedere, l'espressione di Sarah non mut, ma una leggera irrequietezza
si insinu nei suoi gesti premurosi, quasi sperasse che le cure potessero far cambiare umore al marito.
Sir Cecil scosse il capo con l'irritazione con cui si allontana una mosca, poi disse: - Coraggio, ragazzo.
Sia sincero. - Su, su, caro, - disse Sarah a bassa voce. - Ti stai rendendo sgradevole. - Le confido un
segreto, figliolo.
Le confido un segreto. La cosa mi piace. Mi piace che la gente prenda mia moglie per una
sgualdrina.  per questo che mi va di frequentare locali come quello. E levati! Lasciami in pace! -
Scost Sarah di lato, poi prosegu: - L'altra ragione per cui ci vado, ovviamente, ma lei l'avr senz'altro
capito,  che devo in giro un po' di denaro. Mi sono fatto qualche debituccio, capisce? Niente di
irreparabile con un po' di fortuna, s'intende. - Tesoro, Christopher  stato cos gentile. Non dovresti
annoiarlo. - Che sta dicendo la sgualdrina? Ha sentito che cosa ha detto, ragazzo mio? Ebbene, non stia
a sentirla. Non dia mai retta a una baldracca. La porter fuori strada. Soprattutto in tempi di guerre e
tensioni. Mai stare a sentire una baldracca in tempo di guerra. Cerc di issarsi in piedi da solo e per un
attimo rimase a barcollare dinanzi a noi in mezzo alla stanza, con il colletto slacciato, messo di traverso
sulla camicia. Poi si avvi verso la camera da letto e si richiuse la porta alle spalle. Sarah mi rivolse un
sorriso, e lo segu. Non fosse stato per quel sorriso - o meglio per una sorta di richiesta che vi intuii
sottintesa -, mi sarei senza dubbio congedato a quel punto. Invece, restai nella stanza a osservare
distrattamente un vaso cinese appoggiato su un piedistallo accanto all'ingresso. Per un momento, udii
Sir Cecil sbraitare qualcosa, poi si fece silenzio. Sarah riemerse dopo cinque minuti circa e parve
sorpresa di trovarmi ancora l. - Sta bene? - le chiesi. - Ora dorme. Si riprender. Mi dispiace del
disagio che ti abbiamo arrecato, Christopher. Non era certo questo che avevi in mente quando sei
venuto a cercarci questa sera. Dobbiamo organizzare qualcosa per farci perdonare. Ti inviteremo a
pranzo fuori.
Alla Astor House si mangia ancora discretamente. Mi stava accompagnando all'uscita, ma
sulla porta mi voltai e dissi: - Cose del genere. Succedono spesso?
Sarah diede un sospiro. - Quanto basta. Ma non devi pensare che me ne importi.  sciocco che
qualche volta mi preoccupo. Per il cuore, voglio dire.  per questo che ormai lo seguo dovunque. - Ti
prendi buona cura di lui. - Non farti un'impressione sbagliata. Cecil  un uomo affettuoso. Dobbiamo
portarti fuori a pranzo al pi presto. Quando sarai libero. Ma suppongo non capiti mai. -  cos che Sir
Cecil tende a passare le serate?
- Quasi tutte. Qualche volta anche le giornate. - C' qualcosa che posso fare?
- Fare qualcosa? - Scoppi in una breve risata. - Credimi, Christopher, io sto bene. Sul serio,
non devi farti un'idea sbagliata sul conto di Cecil.  un uomo affettuoso. Io... lo amo davvero tanto.
Fece un altro passo verso di me e sollev la mano in un gesto vago. Mi ritrovai ad afferrargliela, ma
poi, non sapendo che fare, gliela baciai sul dorso.
Infine, farfugliando un'ultima buonanotte, uscii in corridoio. - Non darti pensiero per me,
Christopher, - mi sussurr dalla porta. - Sto benissimo. Queste, le sue parole di ieri sera. Oggi, per,
sono quelle che pronunci tre settimane orsono al nostro primo incontro nel salone da ballo dell'Hotel
Palace a tornarmi in mente come di gran lunga pi significative. - Non mi pare che abbiamo fretta di
partire, - aveva detto. - A meno che non venga qualcuno a salvarci -. Che cosa poteva voler dire
rivolgendo a me quel commento? Come ho gi detto, l'espressione mi aveva colpito gi allora, e gliene
avrei di certo domandato una spiegazione se proprio in quel momento dalla folla non fosse uscito
Grayson che mi stava cercando.
...
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PARTE QUINTA.
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HOTEL CATAI. SHANGHAI, 29 settembre 1937.
...
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CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
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Questa mattina ho gestito male l'incontro con MacDonald al Consolato britannico, e ripensarci
ora mi riempie di insoddisfazione. La verit  che lui si era preparato a dovere e io no. Gli ho
ripetutamente permesso di condurmi su piste false, di sprecare le mie energie facendomi discutere temi
sui quali aveva gi deciso di cedere sin dal principio. A conti fatti, ero pi a buon punto quattro
settimane fa, quella sera nel salone da ballo dell'Hotel Palace, quando gli esposi il proposito di ottenere
un colloquio con il Serpente Giallo. Allora se non altro avevo colto MacDonald alla sprovvista,
costringendolo ad ammettere, in poche parole, il suo vero ruolo qui a Shanghai. Questa mattina invece
non sono neppure riuscito a farlo rinunciare alla messinscena nella quale si proponeva come un
semplice funzionario incaricato di sbrigare questioni di protocollo. Temo di averlo sottovalutato.
Avevo creduto che bastasse presentarmi da lui e rimproverarlo per l'eccessiva lentezza con la quale si
stava occupando di soddisfare la mia richiesta. Soltanto ora mi rendo conto di come avesse piazzato le
proprie trappole, sapendo che avrebbe avuto facilmente la meglio su di me, non appena mi fossi
mostrato infastidito. Sono stato sciocco a palesare la mia irritazione in quel modo; ma questi ultimi
giorni di lavoro incessante mi hanno affaticato.
Senza contare, s'intende, l'inatteso incontro con Grayson del Consiglio municipale, mentre mi
recavo all'ufficio di MacDonald. Anzi, oserei dire sia stato questo pi di ogni altro inconveniente a
spiazzarmi, nel senso che per gran parte del successivo incontro con MacDonald avevo in effetti la
mente altrove.
Avevo dovuto attendere parecchi minuti nella saletta al secondo piano della sede del consolato.
Finalmente la segretaria venne ad annunciarmi che MacDonald era pronto a ricevermi; attraversai
perci il pianerottolo marmorizzato e mi sistemai dinanzi alle porte dell'ascensore, quando Grayson si
precipit gi dalle scale chiamandomi. - Buongiorno, signor Banks! Le chiedo scusa, forse non  il
momento pi opportuno. - Signor Grayson, buongiorno. A dire la verit, non proprio. Stavo per salire
dal nostro amico, il signor MacDonald. - Oh, certo, allora non la tratterr a lungo.  solo che mi trovo
qui e scopro che anche lei  nell'edificio -. La sua risata cordiale echeggi nel vano dell'atrio. -
Lietissimo di rivederla, signor Grayson. Purtroppo in questo momento... - Sar questione di un attimo,
signore. Ma vede, se mi consente, non  stato facilissimo rintracciarla di recente. - Ebbene, signor
Grayson, se si tratta di pochi minuti. - Oh, pochissimi. Vede, signore, mi rendo conto: le potr sembrare
che io corra troppo, ma un minimo di programmazione  indispensabile in faccende di questo genere.
Se non  tutto organizzato come si deve per un evento di simile portata, se anche solo i dettagli
risultano rabberciati o scadenti... - Signor Grayson... - Mi dispiace davvero. Desideravo solo sentire il
suo parere su alcuni aspetti della cerimonia di benvenuto. Ormai abbiamo stabilito che la sede sar 
Jessfield Park. Faremo erigere un padiglione con palcoscenico e impianto acustico... La prego di
perdonarmi, vengo subito al punto.
Signor Banks, ero davvero ansioso di discutere con lei il ruolo che intende avere nello
svolgimento della cerimonia. Noi pensavamo di mantenere tutto a un livello sobrio. Personalmente
immaginavo che avrebbe voluto dire due parole su come ha lavorato alla risoluzione del caso. Quali
siano stati gli indizi essenziali che l'hanno condotta ai suoi genitori, cose del genere. Giusto due parole,
la gente ne sarebbe entusiasta. E poi, al termine del discorso, ho pensato che facesse loro piacere salire
sul palco.
- Loro? Chi sono loro, signor Grayson?
- I suoi genitori, signore. La mia idea era di farli salire sul palco, salutare con la mano,
raccogliere l'applauso e ritirarsi. Ma, naturalmente,  solo un'idea. Sono certo che lei sapr darci altri
splendidi suggerimenti... - No, no, signor Grayson, - all'improvviso mi sentivo invadere da una
sensazione di enorme stanchezza, - mi sembra tutto magnifico, magnifico. E adesso, se non c' altro...
Dovrei proprio... - Un'ultima cosa, signore. Si tratta di una piccolezza, ma potrebbe conferire all'evento
un tocco estremamente suggestivo se realizzata bene. Avevo pensato: nel momento in cui i suoi
genitori saliranno sul palcoscenico, potrebbe attaccare la banda. Magari qualcosa tipo Terra di gloria e
di speranza. Alcuni miei colleghi non sembrano molto propensi, ma secondo me... - Signor Grayson,
l'idea mi pare fantastica. Inoltre sono molto lusingato dalla sua totale fiducia nella mia capacit di
risolvere il caso. Ora, se non le spiace, il signor MacDonald mi sta aspettando... - Ma certo. E grazie
infinite per avermi dedicato un po' del suo tempo. Premetti il pulsante dell'ascensore ma, mentre
rimanevo in attesa, il signor Grayson continuava a indugiare. Gli avevo gi dato le spalle per trovarmi
di fronte alle porte, quando lo udii dire: - Mi resta un unico dubbio, signor Banks. Lei ha idea di dove
alloggeranno i suoi genitori il giorno della cerimonia? Perch vede, dovremo assicurarci che possano
andare e venire dal parco senza essere disturbati dalla folla, per quanto possibile. Non ricordo quale sia
stata la mia risposta. Forse le porte dell'ascensore si aprirono proprio in quel momento, consentendomi
di congedarmi con una battuta di sfuggita. Ma fu quell'ultima domanda che mi torment nel corso di
tutto il colloquio con MacDonald e che, come ho detto, mi imped pi di ogni altra cosa di
concentrarmi con chiarezza sulla questione da discutere.
Persino stasera, ora che le tensioni della giornata si sono concluse, quella stessa domanda torna
ad assillarmi.
Non che non abbia mai riflettuto su dove alla fine avrebbero potuto alloggiare i miei genitori. 
solo che mi  parso sempre prematuro - forse persino rischioso in termini scaramantici - contemplare
questioni simili mentre ancora le grandi complessit di questo caso restano da risolvere. Credo che
l'unica occasione in cui nelle scorse settimane ho davvero rivolto il pensiero al problema sia stato la
sera in cui ho incontrato Anthony Morgan, un mio vecchio compagno di scuola.
E stato poco dopo il mio arrivo qui - la terza o la quarta sera. Sapevo da qualche tempo che
Morgan viveva a Shanghai, ma non essendo mai stati particolarmente vicini al St Dunstan - pur
frequentando la stessa classe per tutto il corso di studi - non avevo programmato di vederlo.
Poi per ricevetti una sua telefonata la mattina del terzo giorno.
Capii di averlo ferito non essendomi messo in contatto con lui, e alla fine mi ritrovai ad
accettare un appuntamento per quella sera stessa presso un albergo della Concessione Francese. Era gi
sera inoltrata quando lo trovai ad attendermi nell'atrio mal illuminato dell'hotel.
L'avevo perso di vista dai tempi del liceo e mi sorprese notare quanto fosse invecchiato e
imbolsito. Ma mi sforzai di mascherare l'impressione mentre ci scambiavamo saluti affettuosi. - Che
buffo, - disse lui, battendomi su una spalla. - Non sembra passato tanto tempo.
E d'altra parte, mi pare un'era diversa. - Proprio cos. - Sai che l'altro giorno ho ricevuto una
lettera da Emeric il Danese? - prosegu lui. - Te lo ricordi? Emeric! Non lo sentivo da anni! Abita a
Vienna adesso, a quanto pare. Il vecchio Emeric, te lo ricordi?
- Ma s, certo, - ribattei io, sebbene a mala pena riuscissi a richiamare alla mente l'ombra
vaghissima di costui. - Il buon vecchio Emeric. Per la successiva mezz'ora circa, Morgan quasi non si
concesse tregua. Era venuto a Hong Kong subito dopo l'universit a Oxford e si era poi trasferito a
Shanghai undici anni prima, avendo ottenuto un buon posto presso la Jardine Matheson. Ma tutto a un
tratto aveva interrotto il racconto per dire: - Non puoi immaginare i guai spaventosi che ho passato con
i miei autisti da quando  scoppiato il putiferio. L'unico qualificato  rimasto ucciso appena i
giapponesi hanno incominciato a sparare, il primo giorno. Me ne trovo un altro, e scopro che  un
gangster o roba simile. Non faceva altro che piantarmi in asso per andare ad assolvere il suo dovere di
delinquente, non era mai in giro quando mi serviva per andare da qualche parte. Una volta  venuto a
prendermi all'American Club con la camicia tutta sporca di sangue. E non ci ho messo molto a capire
che non era suo, il sangue. Neanche una parola di scuse, da vero cinese. Quella  stata l'ultima goccia
per me. Poi ne ho avuto un altro paio, ma non avevano idea di come si guidasse un'automobile. Tanto
che uno dei due ha investito un risci riducendo piuttosto male il povero conducente. L'autista che ho
adesso non  molto meglio, perci incrociamo le dita e speriamo che ci porti a destinazione senza
incidenti. Non capivo proprio che intendesse dire con quella battuta, dal momento che, per quanto
ricordavo, non avevamo in programma di andare in nessun altro posto quella sera. Ma non mi sentivo
in vena di pedanterie, e del resto lui aveva subito cambiato argomento prendendo a lamentarsi delle
varie carenze che affliggevano l'albergo. L'atrio nel quale ci trovavamo, mi confid ad esempio, non
era sempre stato cos mal illuminato: la guerra aveva interrotto l'approvvigionamento di lampadine
dalle fabbriche di Chapel; in altre zone dell'hotel, gli ospiti erano addirittura costretti a muoversi nel
buio completo. Mi fece anche notare che almeno tre membri dell'orchestra da ballo in fondo alla sala
non stavano suonando per niente. - Il fatto  che sono dei facchini. I veri musicisti, o sono fuggiti da
Shanghai oppure sono rimasti uccisi nei combattimenti. Comunque, se la cavano piuttosto bene come
imitatori, non trovi?
Ora che lo diceva, non potei fare a meno di constatare che al contrario la loro messinscena era
delle pi scadenti. Uno di loro aveva un'aria terribilmente annoiata e quasi non si dava la pena di tenere
l'arco del violino accanto allo strumento; un altro se ne stava l con un clarinetto in pratica dimenticato
tra le mani, e fissava a bocca aperta i veri musicisti che gli suonavano intorno. Solo quando mi
congratulai con Morgan per la sua intima conoscenza dell'albergo venni a sapere che vi si era trasferito
da pi di un mese, avendo giudicato il proprio appartamento a Hongkew troppo vicino agli scontri per
offrire conforto. Farfugliai qualche parola di solidariet riguardo al disagio di aver dovuto lasciare casa
sua, e Morgan cambi radicalmente di umore mostrando per la prima volta una malinconia che mi fece
tornare alla mente il ragazzo infelice e solitario dei tempi del liceo. - Non era granch come casa,
comunque, - disse puntando lo sguardo nel cocktail. - C'ero solo io e un viavai di domestici. Un
posticino piuttosto squallido, credimi. In un certo senso,  stata quasi una scusa, quella degli scontri. Mi
ha fornito una buona ragione per andarmene. Era un vero squallore. L'arredamento, tutto cinese. Non
c'era un solo posto dove sedersi comodi. Ho avuto un canarino per un po', ma  morto. No, qui sto
molto meglio. Arrivo prima ai miei vari abbeveratoi -. Poi guard l'ora, scol il bicchiere e disse: - Be',
sar meglio non farli aspettare. La macchina  gi fuori.
C'era qualcosa nei modi di Morgan - una specie di disinvolta impellenza - che rendeva
impensabile sollevare obiezioni. Inoltre, quelli erano i miei primi giorni a Shanghai ed era ancora mia
abitudine farmi scortare da un posto all'altro da vari ospiti occasionali. Perci lo seguii fuori
dell'edificio e di l a poco sedevo con lui nel retro di un'auto che viaggiava nelle vivaci strade notturne
della Concessione Francese.
Quasi subito il guidatore manc per un soffio un tramvai e credetti che Morgan avrebbe ripreso
a lagnarsi dei suoi problemi con gli autisti. Ma ormai il mio amico si era fatto pensoso, e fissava in
silenzio dal finestrino le insegne al neon e gli striscioni cinesi. A un certo punto, nel tentativo di
strappargli qualche indizio riguardo al luogo di nostra destinazione, gli dissi: - Pensi che faremo tardi? -
Lui torn a guardare l'ora e distrattamente rispose: - Hanno aspettato fino ad ora, qualche minuto in pi
non far differenza -. Poi aggiunse: - Tutto questo deve sembrarti cos strano. Dopodich procedemmo
per un poco, quasi senza proferire parola. Percorremmo una via traversa affollata su entrambi i lati del
marciapiede di sagome avvolte di stracci. Le scorgevo alla luce dei lampioni: sedute, accucciate, alcune
raggomitolate a terra nel sonno, accalcate le une sulle altre, tanto che restava appena lo spazio
sufficiente in mezzo alla via per il passaggio delle vetture. Ce n'erano di ogni et - vedevo persino dei
neonati in braccio alle madri - e avevano intorno le loro cose: miseri fagotti, gabbie di uccelli, qualche
carretto carico di cianfrusaglie.
Ormai ho fatto l'occhio a spettacoli del genere, ma quella sera osservavo la scena sgomento. I
volti erano per lo pi cinesi, ma procedendo verso il fondo della via, notai grappoli di bambini europei -
russi, pensai. - Sono profughi dal nord del canale, - disse Morgan impassibile, prima di volgere altrove
lo sguardo. Bench fosse un rifugiato lui stesso, non mostrava particolare solidariet nei riguardi dei
suoi compagni pi sventurati. Persino quando mi parve che avessimo investito un uomo addormentato
e, allarmatissimo, mi volsi indietro, il mio amico si limit a mormorare: - Non ti preoccupare. Sar
stato il solito mucchio di stracci. Poi, dopo qualche minuto di silenzio, mi sorprese scoppiando in una
risata. - I tempi di scuola, - disse. - Mi torna tutto in mente. Non si stava male, in fondo. Gli lanciai
un'occhiata e mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi. Infine disse: - Sai una cosa? Avremmo dovuto
unirci tu e io. I due poveri reietti.
Era quella la cosa giusta da fare. Tu e io, avremmo dovuto fare fronte comune. Chiss perch
non l'abbiamo capito. Avremmo evitato di sentirci tanto esclusi. Mi voltai verso di lui stupefatto. Ma la
sua faccia, percorsa dal susseguirsi delle luci esterne, mi rivel un'espressione lontanissima. Come ho
gi detto, ricordavo piuttosto bene Anthony
Morgan nei panni del povero reietto ai tempi del liceo. Non che fosse particolarmente
vessato o preso di mira dal resto di noi; direi piuttosto, per quanto rammento, che era stato lui stesso a
calarsi nel ruolo sin dal principio. Era lui quello che sceglieva sempre di camminare da solo, restando
indietro di svariati metri rispetto al gruppo; quello che nelle belle giornate estive si rifiutava di unirsi
agli altri e preferiva restarsene in camera a riempire un quaderno di scarabocchi. Ricordo tutto questo
molto chiaramente. Anzi, vedendolo nel tetro atrio dell'hotel quella sera, la prima immagine che mi era
balzata alla mente era stata quella del suo passo scontroso e isolato in coda a tutti noi, mentre
attraversavamo il quadrilatero tra l'aula di educazione artistica e il chiostro. Ma sentirlo affermare che
anch'io rientravo nella categoria dei poveri reietti, che ero qualcuno con il quale lui avrebbe potuto
fare coppia, mi aveva talmente sconvolto che mi ci volle un po' prima di rendermi conto che si trattava
semplicemente di un abbaglio da parte di Morgan. - con ogni probabilit un'idea che si era costruito
anni prima allo scopo di rendere pi tollerabili i ricordi di un passato infelice. Come ho detto, non ci
arrivai subito e, ripensandoci ora, capisco di aver mostrato forse ben poco tatto nella reazione che ebbi.
Ricordo infatti di avergli detto qualcosa come: - Credo che tu mi confonda con qualcun altro, amico
mio. Io sono sempre stato molto socievole. Secondo me stai pensando a quel tale, quel Bigglesworth.
Adrian Bigglesworth. Lui s che era un tipo solitario. -
Bigglesworth? - Morgan ci pens su, poi scosse la testa. - S, me lo ricordo. Un tipo tarchiato,
orecchie a sventola?
Il vecchio Bigglesworth. Dio mio. Comunque, no, non pensavo a lui. -
Be', nemmeno a me, vecchio mio. - Straordinario -. Scosse ancora la testa, e torn a voltarsi
verso il finestrino. Feci altrettanto, e per un poco osservammo in silenzio le strade notturne.
Procedevamo di nuovo nell'affollata zona dei locali, e io presi a scrutare le facce dei passanti nella
speranza di scorgere Akira. Poi arrivammo in un quartiere residenziale tutto siepi e viali alberati, e di l
a poco l'autista ferm la vettura dentro il terreno di una grande villa.
Morgan scese in fretta dall'auto. Smontai anch'io, l'autista non fece cenno di volerci assistere, -
e lo seguii lungo un sentiero ghiaioso che conduceva intorno all'edificio. Probabilmente mi ero
aspettato un grande ricevimento, ma ormai capivo che ad attenderci c'era tutt'altro; le luci in casa erano
quasi tutte spente e, fatta eccezione per la nostra auto, in cortile ne era parcheggiata una sola. Morgan,
che evidentemente conosceva bene la villa, si diresse verso una porta laterale fiancheggiata da alti
cespugli. L'apr senza suonare il campanello e mi fece segno di entrare. Ci ritrovammo in un ampio
ingresso illuminato da lumi di candela. Sforzando gli occhi, intravedevo dinanzi a me rotoli di carta
dall'aria ammuffita, immensi vasi di porcellana, una cassettiera in legno laccato. L'odore aleggiante, di
incenso misto a escrementi, risultava, strano a dirsi, gradevole. Non si present nessuno, n un
domestico, n un padrone di casa. Il mio compagno continuava a starmi accanto, senza dire una parola.
Dopo un po', mi venne in mente che potesse essere in attesa di un commento da parte mia su quanto ci
stava intorno, perci dissi: - So ben poco di arte cinese. Ma persino ai miei occhi inesperti,  chiaro che
siamo circondati da alcuni pezzi di pregio. Morgan mi fiss stupefatto. Si strinse nelle spalle e disse: -
Immagino che tu abbia ragione. Entriamo. Mi fece strada verso l'interno della casa. Procedemmo per
qualche passo al buio, poi udii delle voci in mandarino, e vidi una luce provenire da un uscio protetto
da una tenda di perline colorate. Superata quella e altri tendaggi, giungemmo in un'ampia stanza
accogliente illuminata con lanterne e candele. Che altro ricordo? La serata ha gi assunto contorni
vaghi nella mia memoria, ma voglio sforzarmi di rimetterne insieme le tessere il pi chiaramente
possibile. Il mio primo pensiero entrando in quella stanza fu di aver disturbato un rito di famiglia.
Scorsi un gran tavolo carico di vivande intorno al quale sedevano otto o nove persone. Erano tutte
cinesi; i pi giovani - due ragazzi sui vent'anni - indossavano abiti all'occidentale, ma tutti gli altri
vestivano secondo la tradizione locale. Un domestico stava imboccando la vecchia signora seduta a
un'estremit del tavolo. C'era poi un anziano gentiluomo - sorprendentemente alto e robusto per essere
un orientale - che mi parve senz'altro il capofamiglia. Questi si era alzato immediatamente al mio arrivo
e subito gli altri maschi del gruppo avevano seguito il suo esempio. A quel punto, tuttavia,
l'impressione che avevo dei presenti rimaneva confusa, giacch ben presto fu la stanza in s ad attirare
tutta la mia attenzione. Il soffitto alto era sorretto da travi a vista. Alle spalle dei commensali, verso il
fondo del locale, si trovava una specie di palco da orchestra alla cui ringhiera stava appesa una fila di
lanterne di carta. Era quella zona della stanza che aveva attratto il mio sguardo e in effetti non riuscivo
a smettere di fissare da quella parte oltre il tavolo, quasi senza ascoltare le parole di benvenuto che mi
rivolgeva il padrone di casa. Perch si andava facendo largo nella mia mente l'idea che tutta l'area
posteriore della stanza nella quale mi trovavo in quel momento altro non fosse che l'ingresso della
nostra vecchia residenza di Shanghai. Ovviamente nel corso degli anni erano state apportate modifiche
significative. Per esempio, non riuscivo affatto a spiegarmi il rapporto esistente tra l'entrata di un tempo
e le varie zone attraversate poc'anzi con Morgan. Ma il palco d'orchestra sul fondo corrispondeva in
modo inequivocabile alla balconata che stava in cima al nostro scalone. Avanzai sovrappensiero e
probabilmente rimasi l fermo e attonito, ripercorrendo con lo sguardo la curva disegnata anni prima
dalla scala. Frattanto, mi sentivo invadere la memoria dal vecchio ricordo di un periodo della mia
infanzia nel quale avevo preso l'abitudine di precipitarmi a rotta di collo da quelle scale per poi
decollare a due o tre gradini dal fondo - di solito agitando le braccia - per atterrare infine dentro gli
abissi di un divano sistemato poco pi in l. Ogni volta che mi vedeva farlo, mio padre rideva; ma mia
madre e Mei Li disapprovavano. La mamma anzi, che non fu mai in grado di spiegare in modo
convincente che cosa ci fosse di disdicevole in tale pratica, mi minacciava sempre di far spostare il
divano se non avessi smesso. Poi una volta, verso gli otto anni, azzardai l'impresa dopo un'interruzione
di mesi, giusto per scoprire che il divano non reggeva pi l'impatto del mio maggior peso. Un lato della
struttura decisamente croll, e io finii a terra, spaventatissimo. L'attimo dopo, per, gi ricordavo che
dietro di me stava scendendo mia madre e mi preparai ad affrontare il pi severo dei rimproveri. La
mamma invece, incombendo sopra di me, era scoppiata a ridere e aveva esclamato: - Guarda che
faccia, Pulcino! Se solo potessi vederti la faccia!
Non mi ero fatto male per nulla, ma vedendo mia madre che non smetteva di ridere - e forse
temendo ancora di poter essere redarguito - incominciai a lamentarmi pi che potevo di un dolorino alla
caviglia.
La mamma allora si era bloccata ed era venuta a rimettermi in piedi con dolcezza. Poi ricordo
che mi aveva fatto camminare piano tutto intorno alla stanza, tenendomi una mano sulla spalla e
dicendo: - Su, coraggio, va gi meglio, vero? Vedrai che camminando, il male se ne andr.
Vedrai, non  nulla. Non fui mai rimproverato per l'incidente e qualche giorno dopo rincasando
vidi che il divano era stato riparato; ma pur continuando a saltare spesso gli ultimi due o tre gradini
dello scalone, non rischiai pi il tuffo dentro il divano. Feci qualche passo in giro per la stanza,
cercando di individuare il punto esatto in cui si sarebbe trovato il divano. Cos facendo, mi resi conto di
conservare un ricordo vaghissimo del mobile in s pur avendo assai viva nella memoria la sensazione
tattile della sua fodera in seta. Infine tornai consapevole della presenza degli altri nella stanza, e del
fatto che mi stavano tutti osservando con un sorriso gentile. Morgan e l'anziano gentiluomo cinese
conversavano a bassa voce. Vedendo che mi ero voltato, Morgan fece un passo avanti, si schiar la voce
e procedette alle presentazioni. Era chiaro che conosceva bene tutta la famiglia e ne nomin i membri
senza esitare. Ciascuno di loro a turno accenn un piccolo inchino e un sorriso giungendo le mani.
Soltanto la vecchia signora a capotavola, che Morgan present con estrema deferenza, continu a
fissarmi impassibile. La famiglia si chiamava Lin, - altro, non ricordo, - e da quel momento fu il signor
Lin in persona, l'anziano gentiluomo dalla corporatura imponente, a farsi carico della situazione. -
Sono certo, gentile signore, - disse in un inglese appena segnato da un lieve accento, - che
tornare qui possa scaldarle il cuore. - S,  cos -. Diedi in una breve risata. - Si. Ed  anche molto
strano. - Ma  naturale, - disse il signor Lin. - Ora la prego, si metta a suo agio.
Il signor Morgan dice che avete gi cenato. Ma come vede, abbiamo preparato del cibo per voi.
Non sapevamo se avrebbe gradito la cucina cinese. Perci abbiamo chiesto in prestito il cuoco ai nostri
vicini inglesi. - Forse per il signor Banks non ha appetito. Quell'ultima frase fu pronunciata da uno dei
giovanotti in abiti occidentali. Il quale, volgendosi verso di me, prosegu: - Il Nonno  un tipo un po'
all'antica. Si offende moltissimo se un ospite non accetta ogni aspetto della sua ospitalit -. Il giovane
rivolse all'anziano un sorriso radioso. - Non si lasci tiranneggiare, signor Banks, la prego. - Mio nipote
mi giudica un cinese all'antica, - disse il signor Lin avvicinandosi a me, senza mai smettere di sorridere,
- ma la verit  che sono nato e cresciuto a Shanghai, proprio qui, nella Concessione Internazionale. I
miei genitori furono costretti a fuggire alle truppe dell'Imperatrice Madre e a trovare rifugio qui, nella
citt degli stranieri, cos sono diventato un cittadino di Shanghai fino al midollo. Mio nipote non ha
idea di come sia la vita nella Cina vera. Considera all'antica me. Non gli badi, mio caro amico.
E inoltre non ci sono questioni di protocollo in questa casa. Se non desidera mangiare, non si
preoccupi. Non intendo davvero tiranneggiarla!
- Ma siete tutti talmente gentili, - affermai, forse un po' distrattamente, giacch in effetti stavo
ancora cercando di far mente locale sui cambiamenti apportati alla casa. Poi d'improvviso la vecchia
signora disse qualcosa in mandarino. Allora il giovane che mi si era rivolto poc'anzi dichiar: - La
Nonna dice che pensava non sarebbe mai arrivato.  stata un'attesa cos lunga. Ma ora che l'ha vista, 
molto contenta che lei sia qui.
Ancor prima che avesse finito di tradurre, la signora aveva ripreso a parlare. Questa volta, dopo
che ebbe finito, il giovane rimase in silenzio per un momento. Guard in direzione del nonno, come a
cercare lumi, e infine parve aver preso una decisione. - Deve scusare la Nonna, - disse. - A volte  un
po' eccentrica. La vecchia signora, forse capendo l'inglese, richiese con gesto spazientito la traduzione.
Alla fine il giovane sospir e disse: - La Nonna dice che prima di questa sera, provava del rancore per
lei.
Vale a dire che era in collera al pensiero che lei venisse a portarci via la casa. Scrutai il
giovane, esterrefatto, ma intanto la vecchia signora aveva ricominciato a parlare. - Dice che per molto
tempo - tradusse il nipote - ha sperato che se ne stesse lontano. Era convinta che ormai la casa
appartenesse alla nostra famiglia. Ma questa sera, vedendola di persona, e vedendo l'emozione dentro i
suoi occhi,  riuscita a capire. Adesso il cuore le dice che l'accordo era giusto. -
L'accordo? Davvero... Mi lasciai morire le parole in gola. Perch a dispetto di tanta sorpresa,
mentre il ragazzo traduceva le parole della nonna, avevo incominciato a recuperare la memoria
vaghissima di un effettivo accordo riguardo alla casa e un mio eventuale ritorno. Ma come ho detto, si
trattava di una reminiscenza molto remota e mi pareva che azzardare una discussione sull'argomento mi
avrebbe soltanto messo a disagio. In ogni caso, proprio in quell'istante, il signor Lin disse: - Temo che
il signor Banks ci giudicher tutti molto inopportuni.
Continuiamo a farlo chiacchierare, quando lui avr senza dubbio un gran desiderio di dare
un'occhiata in giro -. Poi, rivolgendosi a me con un sorriso premuroso, aggiunse: - Venga con me,
gentile signore. Avr tempo di conversare con tutti dopo. Ora mi segua, le mostro la casa.
...
.
...
CAPITOLO QUINDICESIMO.
.
Subito dopo e per parecchi minuti, seguii il signor Lin in giro per l'edificio. A dispetto degli
anni, il mio ospite non mostrava quasi alcun segno di invalidit; muoveva il proprio peso senza
esitazioni, seppure con lentezza, e assai raramente sostava a prendere fiato. Io stavo dietro al bisbiglio
della sua veste scura e delle sue ciabatte, su e gi per strette scale, e lungo anditi spesso illuminati da
un'unica lanterna. Mi condusse in zone della casa spoglie e infestate di ragnatele, pareti lungo le quali
si allineavano in bell'ordine rastrelliere di legno cariche di vino di riso. Altrove, invece, la villa
diventava lussuosa; c'erano splendidi paraventi e dipinti appesi al muro, grappoli di porcellane esposte
in ogni nicchia. Di quando in quando, apriva una porta e si faceva indietro per lasciarmi passare.
Visitai svariati tipi di stanza, ma - almeno per un po' - non vidi nulla che mi fosse familiare. Poi,
finalmente varcai una soglia e sentii qualcosa, come uno stringimento della memoria. Mi ci volle
ancora qualche secondo, ma infine riconobbi, in un'onda di emozione, la nostra vecchia biblioteca.
Era stata modificata radicalmente: il soffitto era pi alto, una parete era stata abbattuta, perci il locale
risultava a forma di L, e l dove un tempo si aprivano le doppie porte di accesso alla nostra sala da
pranzo, si trovava invece un tramezzo contro il quale erano state impilate altre casse di vino di riso. Ma
era senza dubbio la stessa stanza nella quale da bambino avevo fatto quasi sempre i compiti. Mi infilai
silenzioso nella camera, guardandomi intorno. Dopo un momento mi resi conto che il signor Lin mi
osservava e gli rivolsi un sorriso imbarazzato. Al che lui disse: - Di certo molte cose sono cambiate. La
prego di accettare le mie scuse.
Ma lei capir, in diciott'anni, vale a dire da quando ci siamo trasferiti qui, qualche modifica si 
resa indispensabile per soddisfare i bisogni della mia famiglia e del lavoro. E so che anche gli inquilini
precedenti, e gli altri prima ancora, avevano fatto eseguire molti lavori. Spiace davvero dirlo, mio caro
amico, ma suppongo che ben pochi avrebbero potuto prevedere che un giorno lei e i suoi genitori... Si
allontan, forse pensando che non lo stessi ascoltando, o forse perch, come la maggior parte dei cinesi,
doversi scusare lo metteva a disagio. Continuai a guardarmi intorno sognante per un po', e infine gli
chiesi: - Dunque questa casa non appartiene pi alla Morganbrook: & Byatt?
Parve stupefatto, poi scoppi a ridere. - Signore, sono io il proprietario della casa. Capii di
averlo offeso e mi affrettai a dire: - Ma s, certo, la prego di scusarmi. - Non si preoccupi, gentile
signore, - ecco subito riaffacciarsi il sorriso cordiale, - la sua domanda non era affatto irragionevole.
Dopo tutto, quando lei abitava qui con i suoi cari genitori, la situazione stava proprio in quei termini.
Credo per che sia cambiata da un pezzo. Gentile signore, se solo lei considera quanto  cambiata
Shanghai in questi anni. Tutto, ogni cosa  cambiata e poi cambiata ancora. Al punto che queste - e con
un sospiro indic lo spazio intorno - al confronto sono modifiche insignificanti. Ci sono zone di questa
citt che un tempo conoscevo benissimo, luoghi che attraversavo a piedi tutti i giorni, e adesso, quando
mi ci ritrovo, non so da che parte andare. Si cambia, non si fa altro che cambiare. Ora poi ci si
metteranno anche i giapponesi. I cambiamenti pi atroci forse devono ancora venire. Ma non si deve
esagerare con il pessimismo. Per un istante, restammo entrambi in silenzio, senza smettere di osservare
quanto ci circondava. Poi, il signor Lin disse a bassa voce: - Alla mia famiglia,  ovvio, rincrescer
dover lasciare questa, casa.
Mio padre  morto qui. Due nipoti ci sono nati. Ma quanto ha detto mia moglie poco fa, lei
deve perdonare la sua franchezza, signor Banks,  vero per tutti noi. E adesso, gentile signore,
proseguiamo, se crede. Non molto dopo, mi pare, prendemmo a salire una scala foderata di moquette -
che certamente non esisteva ai miei tempi - ed entrammo in una lussuosa camera da letto.
V'era una profusione di drappi preziosi, e numerose lanterne che diffondevano un bagliore
rosseggiante. - La stanza di mia moglie, - disse il signor Lin. Mi resi conto che si trattava di un
santuario, un intimo boudoir nel quale la vecchia signora trascorreva probabilmente quasi tutta la
giornata. Alla luce calda delle lanterne, distinsi un tavolo da gioco sul quale parevano in corso svariate
partite; uno scrittoio attraversato lungo un fianco da una colonna di cassettini intarsiati in oro; un gran
letto a baldacchino avvolto in vari strati di velo. Altrove, il mio sguardo cattur suppellettili raffinate e
oggetti decorativi di cui non riuscivo a immaginare l'esatta natura. - La signora deve amare questa
stanza, - dissi alla fine. - Vi riconosco il suo mondo. - Le si addice. Ma non deve preoccuparsi per lei.
Le troveremo un'altra stanza che riuscir ad amare altrettanto. Aveva parlato per rassicurarmi, ma nella
sua voce si era insinuata una sorta di fragilit. Si addentr nel locale, raggiunse un tavolino da toilette,
e si concentr su un piccolo oggetto che vi stava sopra, forse una spilla. Dopo svariati secondi, disse
piano: - Era bellissima da giovane. Il pi bello dei fiori, gentile signore.
Lei non pu immaginare. Sotto questo aspetto sono come un occidentale in cuor mio. Una
moglie mi  pi che sufficiente. Naturalmente, ne ho avute altre. Sono cinese, in fondo, anche se ho
vissuto tutta la vita qui, nella citt degli stranieri. Mi sono sentito in dovere di prendere altre spose. Ma
lei  la sola che ho amato davvero. Le altre se ne sono andate tutte ormai, lei c' ancora. Mi mancano,
ma sono felice, il mio cuore  lieto di ritrovarsi in vecchiaia di nuovo solo con lei -. Per qualche
secondo parve aver dimenticato la mia presenza. Poi disse: - Questa stanza. Mi chiedo che uso ne
farete. Mi perdoni, sono molto impertinente. Ma crede che diventer la stanza della sua gentile sposa?
So bene ovviamente che per molti stranieri, sebbene agiati,  usanza che marito e moglie
dividano la stessa camera.
In tal caso mi chiedo se questa andr a lei e alla sua sposa. La mia curiosit, mi rendo conto, 
molto insolente. Ma questo luogo ha per me un valore speciale. E spero che anche lei vorr farne un
uso speciale. - S... - tornai a passarlo in rassegna con attenzione. Poi dissi: - Forse non la mia sposa.
Vede, mia moglie, a essere sinceri... - Mi accorsi che mentre lui parlava di mogli, io avevo avuto in
mente l'immagine di Sarah. Per mascherare l'imbarazzo, mi affrettai a proseguire. - Quel che intendo,
signore,  che non sono ancora sposato. Non ho moglie. Ma credo che questa stanza andr bene per mia
madre. - Ah, s. Dopo tutti i disagi che ha dovuto patire, sar l'ideale per lei. E suo padre? Mi chiedo, la
divider con lei alla maniera degli occidentali? La prego, perdoni la mia intrusione. - Nessuna
intrusione, signor Lin. In fondo, accogliendomi qui,  lei a darmi accesso a una profonda intimit. Ha
ogni diritto di rivolgermi queste domande.  solo che tutto questo mi accade un po' all'improvviso, e
non ho ancora avuto il tempo di fare dei progetti.
Scivolai nel mutismo e ripresi a contemplare la camera. Poi, dopo un momento, dissi: - Signor
Lin, temo che quanto le dir potr turbarla.
Tuttavia lei si  mostrato con me cos schietto e generoso da sorprendermi, e sento che merita
la mia sincerit. Come lei stesso ha appena affermato,  inevitabile che la casa subisca certe modifiche
ogni volta che cambiano i suoi abitanti. Ebbene, signore, per quanto care le siano queste stanze, temo
che quando la mia famiglia sar tornata a occuparle, anche noi faremo eseguire dei lavori. Questa stessa
stanza, temo, si modificher al punto da risultare irriconoscibile. Il signor Lin chiuse gli occhi e cal un
silenzio greve. Mi domandai se si sarebbe inquietato e, per un istante, mi dispiacque di essere stato
tanto onesto con lui. Ma quando riapr gli occhi, mi rivolse uno sguardo carico di dolcezza. - Certo, -
disse, -  pi che naturale. Vorr riportare la casa alle condizioni di quando lei era bambino.  pi che
naturale, gentile signore, la capisco perfettamente.
Ci pensai un momento, poi dissi: - In realt, signor Lin,  probabile che non la riporteremo
esattamente a come era allora. Per cominciare, se la memoria non mi tradisce, erano parecchie le cose
delle quali non eravamo soddisfatti. Mia madre, ad esempio, non ha mai avuto uno studio. Con tutto il
lavoro delle sue campagne di propaganda, il minuscolo ufficio ricavato in camera da letto non era
affatto all'altezza. E anche mio padre desiderava un piccolo laboratorio per i suoi lavori di
falegnameria. Voglio dire che non occorre riportare indietro le lancette dell'orologio per il gusto di
farlo. - Parole molto sagge, signor Banks.
E sebbene lei non abbia ancora preso moglie, forse verr presto il giorno in cui dovr rispondere
ai bisogni di una sposa e di figli. - E certamente possibile. Purtroppo al momento, la questione di mia
moglie, nel mio caso, anche considerando le usanze occidentali... - Mi confusi parecchio e tacqui. Ma il
vecchio annuiva sapiente, e disse: - Certo, gli affari di cuore non sono mai semplici -. Poi chiese: -
Desidera avere dei figli, signore? Mi chiedo quanti ne avr. - A essere sinceri, una bambina
l'ho gi. Anche se non  proprio mia. Era orfana e l'ho presa in tutela. La considero mia figlia, per.
Non pensavo a Jennifer da un po', e nominarla in quel modo tanto inatteso mi procur un'emozione
violenta. La mia mente fu invasa da un turbinio di immagini di lei: la pensai a scuola e mi chiesi come
stava e che cosa potesse aver fatto quel giorno. Forse distolsi gli occhi per nascondere la commozione.
In ogni caso, quando tornai a guardarlo, il signor Lin stava annuendo di nuovo. - Noi cinesi siamo ben
avvezzi a simili sistemazioni, - Il sangue  importante. Ma non lo  di meno una casa. se. Mio padre
accolse una piccola orfana che crebbe con noi come una sorella. Io la consideravo tale, pur avendo
sempre saputo quali fossero le sue origini. Quando mor, durante l'epidemia di colera ai tempi della mia
prima giovinezza, provai lo stesso dolore che avevo sentito per la scomparsa delle mie sorelle di
sangue.
- Se posso dirlo, signor Lin, parlare con lei  un vero piacere.  raro trovare persone tanto
pronte a comprendere. Accenn un breve inchino, congiungendo appena i polpastrelli dinanzi al viso. -
Quando un uomo ha vissuto tanto quanto me, attraversando il caos di questi anni, vuol dire che conosce
molte gioie e altrettante tristezze. Spero che la sua figlia adottiva sar felice qui. Mi domando quale
stanza le assegner.
Ma di nuovo, mi scusi! Come ha appena detto far dei cambiamenti. - In effetti, una delle
camere che ho visto poc'anzi, sarebbe l'ideale per Jennifer. Quella con la mensola che corre lungo una
parete. - Le piacciono le mensole?
- S, Per le sue cose. Inoltre c' un'altra persona che dovr sistemare in questa casa. Immagino
che in termini ufficiali dovrei definirla una domestica, ma per noi fu sempre molto di pi. Si chiama
Mei Li. - Era la sua amah, gentile signore?
Annuii. - Sar anziana ormai e sono certo che un po' di riposo le far piacere. I bambini possono
essere molto esigenti. Ho sempre pensato che da vecchia avrebbe continuato a vivere con noi. -  un
pensiero molto premuroso da parte sua. Si sente cos spesso parlare di famiglie straniere che buttano
sulla strada le amah, quando hanno assolto il loro compito. Alcune di queste donne finiscono i loro
giorni a mendicare sulle vie. Scoppiai a ridere. - Dubito che una cosa simile potrebbe mai accadere a
Mei Li. Il solo pensiero, anzi, mi pare assurdo. Comunque, come ho detto, verr a vivere qui con noi.
Non appena avr risolto il caso, mi dedicher alla sua ricerca. Immagino che non sia difficile
rintracciarla. - E mi dica, signore, le assegner una stanza negli appartamenti della servit o con la
famiglia?
- Con la famiglia, di sicuro. Forse i miei genitori storceranno un po' il naso. Ma dopo tutto ora
sono io il capofamiglia. Il signor Lin sorrise. - Secondo le vostre usanze,  senza dubbio cos. Per noi
cinesi invece, fortunatamente per me, ai vecchi  concesso di governare in casa fino agli anni della
demenza.
Il vecchio rise tra s e si volse verso la porta. Stavo per seguirlo, ma proprio in quel momento -
del tutto all'improvviso e molto intensamente - mi torn alla memoria un altro ricordo. Ci ho ripensato
spesso da allora, e non ho idea di come possa essere stata quella reminiscenza in particolare, e non
un'altra. Si trattava di un episodio dei miei sei sette anni; mia madre e io ci rincorrevamo su una striscia
di prato. Non ricordo esattamente dove; ora direi che poteva trattarsi di un parco, - forse il Jessfield
Park, perch rammento un reticolato di legno coperto di fiori e piante rampicanti. La giornata era calda,
ma non particolarmente assolata. Avevo d'impulso sfidato mia madre alla gara, fino a un traguardo
poco lontano, allo scopo di farmi bello per i miei progressi nella corsa. Credevo senz'altro che l'avrei
battuta e che lei avrebbe in seguito manifestato come sempre la sua gioiosa sorpresa di fronte a quella
ulteriore riprova delle mie crescenti prodezze. Ma con mio enorme fastidio lei mi era stata alle calcagna
per tutto il percorso, senza mai smettere di ridere, e questo nonostante io corressi al massimo delle mie
forze. Non ricordo chi di noi effettivamente vinse, ma ho precisa memoria della mia furia nei suoi
riguardi e della sensazione cocente di aver subito una grave ingiustizia. L'incidente mi torn alla
memoria quella sera nell'atmosfera accogliente e protetta della camera della signora Lin. O meglio, un
frammento dell'incidente: il ricordo di me stesso proteso nella corsa a perdifiato, di mia madre che
rideva al mio fianco, del fruscio della sua gonna, e della mia inconsolabile frustrazione. -
Signore, - dissi al mio ospite. - Chiss se posso domandarglielo. Dice di essere vissuto tutta la
vita qui nella Concessione. Mi chiedevo perci se all'epoca lei avesse conosciuto mia madre. - Non ho
mai avuto la fortuna di incontrarla di persona, - rispose il signor Lin. - Ma naturalmente sapevo di lei e
delle sue grandi campagne. L'ammiravo, come tutte le persone con dei principi. Sono certo che fosse
una signora molto elegante. E ho sentito dire che era bellissima.
- Forse;  possibile. Uno non si domanda mai se sua madre sia bella oppure no. - Oh, ho sentito
dire che era l'inglese pi bella di tutta Shanghai. - Immagino che sia possibile. Ma naturalmente, sar
invecchiata ormai. - Certi tipi di bellezza non sbiadiscono mai. Mia moglie, - e indic con un gesto la
stanza, - ai miei occhi  bella come il giorno in cui l'ho sposata. A quelle parole, mi sentii
all'improvviso un intruso e per una volta fui io a fare il primo passo per uscire dalla stanza. Non ricordo
molto di pi della mia visita di quella sera. Forse ci trattenemmo ancora un'oretta a parlare e mangiare
seduti con la famiglia intorno al tavolo. In ogni caso, so di essermi congedato dai Lin in termini di
perfetta armonia. Durante il viaggio di ritorno, invece, tra Morgan e me scoppi chiss come un litigio.
Probabilmente la colpa fu mia. A quel punto ero ormai esausto e snervato. Viaggiavamo da
qualche tempo in silenzio nel buio, e forse la mia mente era tornata a rimuginare sull'enormit del
compito che mi attendeva. Ricordo infatti di aver detto a Morgan del tutto all'improvviso: - Senti, tu
ormai sei qui da anni. Dimmi una cosa, ti  mai capitato di imbatterti in un certo ispettore Kung?
- Ispettore Kung? Della polizia, o che altro?
- Ai tempi della mia infanzia, l'ispettore Kung era una specie di leggenda. Anzi, originariamente
fu a lui che affidarono il caso dei miei genitori. Con mia sorpresa, udii che Morgan al mio fianco
sghignazzava. Poi disse: - Kung? Il vecchio Kung? Ma s, certo, era un ispettore della polizia.
Be', non stupisce allora che non si sia venuti a capo di nulla. Il tono delle sue parole mi spiazz
e dissi, piuttosto brusco: - In quei giorni, l'ispettore Kung era il detective pi stimato di tutta Shanghai,
per non dire della Cina intera. - Ebbene, una certa reputazione ce l'ha ancora, te l'assicuro. Il vecchio
Kung. Chi l'avrebbe mai detto.
- Sono lieto di sentire che se non altro  ancora in citt. Hai idea di dove potrei trovarlo?
- Il modo pi spiccio  fare un giro nel quartiere francese una sera qualunque dopo il tramonto.
Prima o poi  impossibile non incontrarlo.
Di solito lo si vede ammucchiato su un marciapiede. Oppure, se l'hanno lasciato entrare in un
buco di bar, sar l che russa in un angolo. -
Vuoi farmi intendere che l'ispettore Kung si  dato al bere?
- Al bere. All'oppio. Roba da cinesi, insomma. Per  una sagoma.
Racconta aneddoti dei suoi giorni di gloria e la gente gli d qualche spicciolo. - Credo che tu
abbia in mente l'uomo sbagliato, vecchio mio. - Non credo, amico. Il vecchio Kung. Allora  vero che 
stato un poliziotto. Ho sempre creduto che si inventasse tutto. La maggior parte delle sue storielle in
effetti  assurda. Che c', vecchio mio?
- Il tuo problema, Morgan,  che fai confusione. Prima confondi me con Bigglesworth. Ora
scambi l'ispettore Kung per uno straccione avvinazzato. Stare qui ti ha guastato il cervello, caro mio. -
Ehi, ehi, vedi di calmarti un po'. Quel che ti ho detto puoi fartelo confermare da chiunque. Basta
chiedere. E preferisco censurare il tuo commento. Non ho proprio niente di guasto nella testa, io. 
possibile che prima di separarci all'Hotel Catai la conversazione fosse tornata ad assumere toni
vagamente pi civili, ma di sicuro ci salutammo con freddezza e da allora non ho mai pi rivisto
Morgan. Quanto all'ispettore Kung, dopo quella sera mi ero ripromesso di cercarlo senza tergiversare,
ma per chiss quale ragione, forse temevo che Morgan potesse aver detto il vero, non ne ho mai fatto
una priorit - almeno non fino a ieri, quando dalle mie ricerche negli archivi della polizia il nome
dell'ispettore Kung  rispuntato fuori nella pi drammatica delle modalit. Questa mattina, quando per
caso ho fatto distrattamente il suo nome a MacDonald, la sua reazione non  stata dissimile da quella di
Morgan, e sospetto che anche questo possa aver contribuito ad accrescere la mia impazienza nei
riguardi di MacDonald appunto, quando ci siamo ritrovati uno di fronte all'altro nel suo piccolo ufficio
che affaccia sul cortile del consolato.
Ciononostante so che, sforzandomi un po' di pi, avrei potuto fare di meglio. L'errore
fondamentale, questa volta, l'ho commesso permettendogli di farmi perdere le staffe. A un certo punto,
temo di essermi persino messo a urlare. - Signor MacDonald, semplicemente non basta abbandonare la
situazione affidandola a quelle che lei insiste nel definire le mie forze. Non le ho, queste forze.
Sono un comune mortale e posso raggiungere il mio scopo solo se ottengo quell'assistenza di base che
mi consente di svolgere il mio lavoro. Non le ho chiesto molto, signore. Anzi, quasi nulla. E le mie rare
richieste, le ho esposte con grande chiarezza. Desidero parlare con questo informatore comunista. Solo
parlargli, mi baster un breve colloquio. Le ho manifestato la mia esigenza in modo chiarissimo. E non
riesco a capire come mai non si siano ancora presi accordi in tal senso. Come mai, signore. Che cosa
pu mai impedirglielo?
- Vede, amico mio, questa non  materia di competenza del mio ufficio.
Se desidera, la metter in contatto con un funzionario di polizia. Badi che, anche in quel caso,
non sono affatto sicuro che riuscir a cavarne qualcosa di utile. Non sono loro ad avere il Serpente
Giallo... - Sono pienamente consapevole del fatto che  il governo cinese a tenere il Serpente Giallo
sotto la propria tutela.  per questo che sono venuto da lei, anzich andare alla polizia. So bene che,
date le proporzioni del caso, la polizia non ha voce in capitolo. - Vedr che cosa posso fare, vecchio
mio. Ma lei deve capire, questa non  una colonia britannica. Non possiamo impartire ordini ai cinesi.
Comunque, parler a qualcuno dell'ufficio giusto. Non si aspetti niente nell'immediato futuro, per.
Chiang Kai-shek ha gi avuto altri informatori in passato, ma nessuno con una cos vasta conoscenza
della rete d'azione dei Rossi. Chiang sarebbe disposto a perdere un buon paio di battaglie contro i
giapponesi pur di non permettere che accada qualcosa a questo Serpente Giallo.
Dal suo punto di vista, vede, i veri nemici non sono i giapponesi, ma i Rossi. Emisi un sospiro
sonoro. - Signor MacDonald, non mi interessano Chiang Kai-shek e le sue priorit. In questo momento,
ho un caso da risolvere e le sarei grato se facesse tutto quanto  in suo potere per procurarmi un
colloquio con questo informatore. Mi rivolgo a lei personalmente e qualora tutti i miei sforzi non
portassero a nulla perch la mia semplice richiesta non  stata soddisfatta, non esiter a rendere noto
che  stato lei... - Insomma, amico mio, la prego! Non occorre assumere un atteggiamento del genere.
Dico sul serio. Lei  tra amici, qui. Desideriamo tutti il suo successo. Mi deve credere,  cos.
Ascolti, ho detto che far quello che posso. Parler con qualcuno, sa cosa intendo, persone che
si occupano di faccende di quel tipo. Prover a spiegar loro quale urgenza la animi. Lei per deve
capire, con i cinesi, possiamo muoverci fino a un certo punto -. Poi si chin in avanti e aggiunse in tono
confidenziale: - Sa, potrebbe fare un tentativo con i francesi. Hanno in piedi una serie di piccoli accordi
con Chiang. Mi capisce, vero? Cosette non ufficiali. Roba nella quale noi non vorremmo mai
immischiarci. I francesi fanno al caso suo. Forse c' del vero nel suggerimento di MacDonald. 
possibile che riesca a ottenere qualche valido aiuto dalle autorit francesi. A essere sincero per, da
questa mattina non ho riflettuto molto sull'eventualit di praticare quella via. Mi pare evidente che
MacDonald sta tergiversando, per ragioni che ancora non ho chiare; perci, non appena si sar reso
conto dell'importanza di soddisfare la mia richiesta, far quanto occorre per assecondarmi. Purtroppo 
probabile che, avendo commesso cos tanti errori nell'incontro di questa mattina, mi toccher
affrontarlo di nuovo. La prospettiva non mi sorride granch, ma se non altro la prossima volta adotter
un approccio diverso, e non gli sar molto facile congedarmi a mani vuote.
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PARTE SESTA.
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HOTEL CATAI, SHANGHAI, 20 ottobre 1937.
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CAPITOLO SEDICESIMO.
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Sapevo di essere nella Concessione Francese, non lontano dal porto, ma a parte questo avevo
perso del tutto l'orientamento. Da un pezzo l'autista eseguiva manovre azzardate attraverso vicoli
angusti decisamente inadatti al traffico d'auto; non faceva che pestare sul clacson per far sfollare i
pedoni e io incominciavo a sentirmi ridicolo, come uno che abbia introdotto in casa un cavallo. Alla
fine tuttavia l'auto si ferm e il guidatore, aprendomi lo sportello, mi indic l'ingresso alla Locanda
della Felicit del Mattino. A condurmi dentro fu un cinese magro con un occhio solo. Quel che mi torna
alla mente oggi  un'impressione generale che ha a che fare con soffitti bassi, fradicio legno scuro e
l'onnipresente odore di fogna. L'edificio per sembrava abbastanza pulito; a un certo punto dovemmo
girare intorno a tre vecchie che, inginocchiate a terra, pulivano a fondo il pavimento. Raggiungemmo il
retro della costruzione e ci ritrovammo in un corridoio lungo il quale si allineavano una lunga serie di
porte. Mi fecero pensare a delle stalle, o persino a una prigione, salvo che quei cubicoli, a quanto
scoprimmo, erano destinati ad accogliere gli ospiti della locanda. Il guercio buss a una delle porte, e
l'apr prima di ottenere risposta. Entrai in un vano piccolo e stretto. Non c'era finestra, ma i tramezzi
non arrivavano fino al soffitto: l'ultima spanna era infatti di rete metallica per consentire il passaggio
della luce e la circolazione dell'aria. Ciononostante il locale era buio e mal ventilato e, anche quando
fuori esplose il gran sole del pomeriggio, la rete metallica si limit a registrare il fenomeno tracciando
disegni irregolari sulle assi del pavimento. La figura sdraiata pareva addormentata, ma quando mi
sistemai nello spazio tra la parete e il letto, notai che aveva mosso le gambe.
Il guercio bofonchi qualcosa e spar, chiudendosi la porta alle spalle. L'ex ispettore Kung si
riduceva a poco pi che un mucchietto d'ossa. La pelle della faccia era raggrinzita e piena di macchie;
la bocca aperta, la mandibola penzolante; dalla coperta ruvida spuntava una gamba nuda secca come un
bastone, mentre mi sorprese notare che, sopra, indossava una maglietta bianchissima. Dapprima non
fece alcun tentativo di mettersi a sedere, e sembr aver registrato appena la mia presenza. Eppure non
pareva esattamente in preda agli effetti dell'alcol o dell'oppio, e alla fine, mentre continuavo a ripetergli
il mio nome e le ragioni della mia visita, incominci ad agire in modo pi coerente e a manifestarmi
segni di cortesia. - Mi dispiace, signore, - il suo inglese, quando inizi, era piuttosto spedito, - non ho t
da offrirle -. E prese a farfugliare qualcosa in mandarino, agitando le gambe sotto la coperta. Poi, come
riprendendosi, aggiunse: - La prego di scusarmi. Non mi sento bene. Ma guarir presto. - Lo spero
vivamente, - dissi. - Dopo tutto lei era uno dei migliori detective al servizio della Polizia militare di
Shanghai. - Davvero?  gentile da parte sua ricordarlo. S, forse sono stato un buon agente in passato -.
Compiendo uno sforzo improvviso, si rizz sul letto, e appoggi con cautela i piedi nudi per
terra. Forse per pudore, o forse perch sentiva freddo, si tenne per la coperta avvolta intorno ai
fianchi. -
Ma alla fine, - prosegu, - questa citt distrugge chiunque. Tradisci l'amico. Ti fidi di qualcuno,
e scopri che  pagato da un criminale.
Anche il governo  fatto di criminali. Come pu un detective fare il proprio dovere in un posto
simile? Forse ho una sigaretta per lei.
Gradirebbe una sigaretta?
- No, grazie. Signore, mi permetta di dirle una cosa. Quando ero bambino, seguivo le sue
imprese con grande ammirazione. - Quando era bambino?
- Sissignore. Un mio amico e io - qui scoppiai in una breve risata - la impersonavamo per gioco.
 stato...  stato il nostro eroe.
- Davvero? - Il vecchio scosse la testa sorridendo. - Ma pensa un po'.
Ebbene, mi dispiace ancora di pi di non avere nulla da offrirle.
Nemmeno un t. Una sigaretta. - In realt, signore, non  escluso che lei possa offrirmi
qualcosa di molto pi prezioso. Sono venuto a farle visita oggi, perch credo che lei potrebbe fornirmi
un indizio di vitale importanza. Nella primavera del 1915 le furono affidate le indagini di un caso, una
sparatoria in un ristorante, il Wu Cheng Lou in Foochow Road. Morirono tre persone e parecchie
rimasero ferite. Lei fece arrestare i due responsabili. Nei verbali della polizia la vicenda fu archiviata
alla voce Sparatoria Wu Cheng Lou. Sono passati ormai molti anni, mi rendo conto, ma mi chiedevo,
ispettore Kung, lei ricorda questo caso?
Da un luogo alle mie spalle, forse due o tre stanze pi in l, proveniva il rumore di colpi di tosse
squassanti. L'ispettore Kung rimase immerso nei propri pensieri, poi disse: - Ricordo il caso Wu Cheng
Lou molto bene. Risale a uno dei miei momenti migliori. Qualche volta ci ripenso, ancora oggi,
sdraiato in questo letto. - Allora forse ricorder che interrog un sospetto ma in seguito ritenne che non
avesse a che fare con la sparatoria. Secondo i verbali, l'uomo si chiamava Chiang Wei.
Lei lo interrog in relazione al caso Wu Cheng Lou, ma quello invece rilasci certe
confessioni del tutto slegate dalla vicenda. Sebbene il suo corpo restasse un mucchio di ossa, gli occhi
del vecchio detective a quel punto erano pieni di luce. - Esatto, - disse. - Con la sparatoria non c'entrava
per niente. Ma si spavent e incominci a parlare. Confess tutto. Confess, ricordo, di aver fatto parte
di una banda di rapitori qualche anno prima. - Eccellente, signore. Proprio come risulta dagli archivi.
Ora, ispettore Kung, la questione  estremamente importante. Quell'uomo le forn alcuni indirizzi.
Indirizzi di abitazioni che i rapitori usavano per i prigionieri.
L'ispettore Kung aveva lo sguardo perso nella contemplazione di alcune mosche ronzanti
intorno alla rete metallica accanto al soffitto, ma a quelle parole i suoi occhi si volsero lentamente verso
di me. -  cos, infatti, - disse a bassa voce.
- Ma, signor Banks, facemmo controllare a fondo ciascuna di quelle case. I rapimenti di cui
parlava risalivano ad anni prima. Non trovammo alcunch di sospetto nelle abitazioni. - So bene,
ispettore Kung, che lei svolse il suo dovere in modo ineccepibile. Del resto, per, le sue indagini
riguardavano la sparatoria. Sarebbe stato del tutto naturale da parte sua non sprecare energie su un
aspetto tanto marginale della vicenda. Sto solo suggerendo l'ipotesi che se alcune persone molto
influenti si fossero date da fare per impedirle di perquisire una di quelle case, lei forse non avrebbe
insistito. Il vecchio detective era di nuovo assorto nei propri pensieri. Alla fine disse: - Una casa c'era.
Ora ricordo. I miei sottoposti mi consegnarono delle relazioni. Ne ricevetti una per ogni abitazione
segnalata, sette in tutto. Ma dell'ottava, niente. I miei uomini avevano incontrato qualche ostacolo. S,
ricordo di essermi fatto qualche domanda in proposito. Curiosit da investigatore. Lei sa bene che cosa
intendo, signore. - Ma su quell'ultima casa, lei non lesse mai alcun rapporto. -
Esatto, signore. Come ha detto lei tuttavia, non era essenziale alle indagini in corso. Lei
capisce, quello del Wu Cheng Lou era un caso piuttosto grosso. Aveva sollevato molta indignazione.
La caccia agli assassini si era protratta per settimane. - E a quanto risulta, due suoi anziani colleghi non
erano riusciti a venirne a capo. L'ispettore Kung sorrise. - Come ho detto, quello fu un momento
particolarmente felice della mia carriera. Mi affidarono il caso dopo che altri avevano fallito. In citt
non si parlava d'altro. In capo a pochi giorni, riuscii a mettere le mani sui killer. - Ho letto i verbali. Mi
hanno riempito di ammirazione. Ora per il vecchio mi stava fissando. Infine disse lentamente: - Quella
casa. La casa nella quale non riuscirono a entrare i miei uomini. Quella casa... Diceva?
- S,  mia convinzione che i miei genitori siano stati prigionieri proprio l.
- Capisco -. Tacque per un momento, nel tentativo di assimilare la portata colossale della mia
affermazione. - Non  questione di negligenza da parte sua, - dissi. - Mi permetta di ripeterle che ho
letto i verbali con grande ammirazione. I suoi uomini non riuscirono a entrare in quella casa perch a
impedirglielo intervennero gli alti gradi delle forze di polizia. Gente di cui ora sappiamo che era al
soldo di organizzazioni criminali. I colpi di tosse erano ripresi.
L'ispettore Kung rimase in silenzio ancora un minuto, poi torn a volgersi verso di me e disse
piano: - Lei  qui per chiederlo a me. Per chiedermi di aiutarla a ritrovare quella casa. - Purtroppo, gli
archivi sono nel caos.  una vergogna come sono state fatte le cose in questa citt. Documenti mal
collocati, altri smarriti del tutto. Alla fine, ho deciso che avrei fatto meglio a venire da lei. A chiedere a
lei, per quanto possa sembrare improbabile, se si ricorda. - Quella casa. Mi faccia provare -. Il vecchio
chiuse gli occhi, ma dopo un poco scosse la testa. - La sparatoria Wu Cheng Lou. E stato pi di
vent'anni fa. Mi dispiace. Non ricordo nulla di quella casa. - La prego, signore, si sforzi. Non ricorda
nemmeno il quartiere? Se ad esempio era nella Concessione Internazionale, o no?
Ci pens per un altro momento e torn a scuotere il capo. -  passato tanto tempo. E la mia testa
non funziona pi come dovrebbe. Certe volte non ricordo neanche quello che ho fatto il giorno prima.
Ma ci prover.
Chiss, magari domani, o dopodomani mi sveglier ricordando qualcosa.
Signor Banks, mi rammarico molto, ma ora come ora, no, non ricordo. Era gi sera quando
rientrai nella Concessione Internazionale. Credo di essermi trattenuto pi o meno un'ora nella mia
stanza, ripassando ancora una volta gli appunti e cercando di dimenticare la delusione del mio incontro
con il vecchio ispettore. Non scesi a cena fin dopo le otto, ora in cui mi sedetti al solito tavolo d'angolo
nella splendida sala da pranzo. Ricordo che non avevo un grande appetito quella sera e stavo per
avanzare parte del pasto e tornare al lavoro, quando il cameriere mi recapit il messaggio di Sarah. L'ho
qui con me adesso. Si tratta di poco pi di qualche scarabocchio su un pezzetto di carta non rigata, e
l'angolo superiore del foglio  strappato. Dubito che Sarah abbia prestato molta attenzione alle parole
che scriveva; mi chiedeva semplicemente di incontrarla immediatamente sul pianerottolo tra il terzo e il
quarto piano dell'albergo. Ripensandoci ora, il collegamento tra il messaggio e il piccolo incidente
occorso a casa del signor Tony Keswick una settimana prima appare fin troppo ovvio; voglio dire che
Sarah non avrebbe probabilmente scritto affatto quel biglietto se non fosse accaduto tra noi
quell'episodio. Strano a dirsi, per, quando il cameriere mi consegn il messaggio, non mi venne in
mente l'associazione e rimasi l seduto per un momento a fantasticare stupefatto sulle ragioni per le
quali Sarah avrebbe potuto convocarmi in tal modo. A questo punto, occorre che specifichi come nel
frattempo avessi incontrato Sarah altre tre volte dalla sera alla Casa della Buona Sorte. In due di quelle
occasioni, ci eravamo visti solo di sfuggita in presenza di terzi, e ci eravamo perci detti ben poco.
Anche la terza volta - la sera della cena in casa del signor Keswick, il presidente della Jardine
Matheson -, trovandoci in pubblico scambiammo a mala pena qualche parola; ciononostante, col senno
di poi, non  impossibile individuare in quell'incontro una svolta importante per noi. Avevo fatto un po'
tardi quella sera e, quando fui introdotto nell'ampio salone a vetri del signor Keswick, una sessantina di
ospiti stava gi prendendo posto ai vari tavoli collocati tra il fogliame e i rampicanti. Scorsi Sarah in
fondo alla sala, Sir Cecil non era presente, ma capii che anche lei stava cercando il proprio posto e
perci non tentai di raggiungerla. A quanto pare  usanza diffusa a Shanghai in circostanze del genere
abbandonare il tavolo della cena e vagare per la sala da pranzo non appena  stato servito il dolce -
prima ancora che i commensali abbiano avuto il tempo di consumarlo.
Senza dubbio, perci, dovevo aver pensato di approfittare di quell'opportunit per avvicinarmi
a Sarah e scambiare due chiacchiere con lei. Tuttavia, quando finalmente il dolce arriv, non riuscii a
liberarmi della donna che mi sedeva a fianco, la quale aveva una gran voglia di spiegarmi in dettaglio
la situazione politica in Indocina. E non appena riuscii a districarmi da lei, il padrone di casa si alz per
annunciare che era arrivato il momento di dare inizio agli intrattenimenti. Procedette dunque a
presentare la prima attrice - una signora slanciata che, levatasi da un tavolo alle mie spalle, guadagn
il centro della sala e incominci a recitare un'opera buffa in versi, evidentemente composta da lei. Fu
seguita da un uomo che cant senza accompagnamento alcuni brani di Gilbert e Sullivan e fu allora che
realizzai come la maggior parte delle persone intorno a me fossero arrivate alla cena gi pronte ad
esibirsi. Gli ospiti si alzavano uno dopo l'altro, talvolta a coppie o in gruppi di tre. Assistemmo a
madrigali, numeri comici. Il tono era immancabilmente leggero, in alcuni casi persino volgare. Poi un
omone rubizzo - un dirigente della Banca di Hong Kong e Shanghai, seppi in seguito, si diresse verso il
centro della sala indossando una sorta di tunica sopra lo smoking, e incominci a declamare un
monologo satirico su vari aspetti della vita a Shanghai, leggendo da un rotolo di carta. Quasi tutte le
battute - da quelle su singoli individui a quelle riferite alla particolare disposizione dei servizi igienici
presso certi club, a quelle che riprendevano scandali giornalistici recenti - mi lasciavano freddo, mentre
ben presto ogni angolo del salone si riemp di risa. A quel punto, mi guardai intorno in cerca di Sarah e
la vidi seduta in mezzo a un gruppo di signore: rideva di cuore come le sue compagne. La donna al suo
fianco, che doveva aver bevuto generosamente, sghignazzava forte in modo pressoch osceno.
L'esibizione dell'uomo rubizzo procedeva da circa cinque minuti - nel corso dei quali il livello
dell'ilarit non fece che aumentare -, quando l'attore si lanci in una tirata particolarmente efficace che
scaten un'autentica esplosione di risa. Fu a quel punto che lo sguardo mi cadde ancora una volta su
Sarah. Dapprima la scena mi sembr pi o meno quella di poc'anzi: vedevo Sarah ridere di gusto in
mezzo al gruppo delle sue compagne. Se continuai a osservarla per parecchi secondi ancora, fu solo
perch mi sorprendeva alquanto constatare come, dopo neanche un anno, potesse gi essere tanto
addentro alla vita mondana di Shanghai da potersi ridurre in quello stato per delle facezie a me tanto
inaccessibili. E fu allora, mentre la stavo studiando e riflettevo sul fenomeno, che all'improvviso capii
che non rideva affatto; che non si asciugava, come avevo creduto, le lacrime dal ridere, ma che al
contrario piangeva. Per un momento continuai a fissarla incredulo. Poi, nel chiasso incessante, mi alzai
senza' dare nell'occhio e mi avviai tra la folla. Dopo qualche manovra, mi trovai in piedi alle sue spalle
e a quel punto ogni dubbio era stato fugato. In mezzo a tanta allegria, Sarah piangeva in modo
incontrollabile. Mi ero avvicinato da dietro, perci, quando le offrii il mio fazzoletto, lei sussult. Poi
sollev gli occhi e mi fiss - per qualcosa come forse cinque secondi - con uno sguardo smarrito nel
quale la gratitudine si mescolava a una sorta di interrogativo. Piegai di lato la testa cercando di
decifrare meglio la sua espressione, ma lei intanto mi aveva preso di mano il fazzoletto e si era voltata
verso l'uomo rubizzo. E quando in sala esplose il successivo scoppio di risa, anche Sarah, dando prova
di una notevole forza di volont, diede in una risata pur premendosi ancora il fazzoletto sugli occhi.
Resomi conto che avrei potuto attirare l'attenzione su di lei, tornai ad avviarmi al mio posto e anzi non
l'avvicinai pi, quella sera, se non per scambiarci una buonanotte piuttosto formale nell'ingresso,
insieme a numerosi altri ospiti che si congedavano gli uni dagli altri. Suppongo tuttavia di essermi
vagamente aspettato, per qualche giorno dopo l'episodio, di ricevere un messaggio da lei riguardo
all'accaduto. E pertanto misura del mio grado di coinvolgimento nelle indagini in corso il fatto che,
quando mi fu recapitato il suo appunto nella sala da pranzo dell'Hotel Catai, io non pensai di metterlo
in relazione con quell'incidente, e mi avviai invece verso lo scalone domandandomi per quale ragione
potesse desiderare di incontrarmi.
Quello che Sarah aveva definito pianerottolo era in effetti una vasta superficie arredata con
poltrone, qualche tavolo e vasi di piante.
Soprattutto al mattino, con le grandi finestre aperte e le ventole del soffitto ronzanti, credo si
tratti di un luogo ameno dove un ospite pu rifugiarsi a leggere il giornale e bere una tazza di caff. La
sera per l'atmosfera si fa un po' desolata: forse a causa della difficolt negli approvvigionamenti,
l'unica illuminazione  quella proveniente dalle scale, oltre alla luce che filtra dalle finestre affacciate
sul Bund. Quella sera in particolare, non c'era nessuno a parte Sarah, della cui figura, persa a osservare
il cielo notturno, distinguevo il contorno disegnato contro le vetrate. Mentre mi avvicinavo, inciampai
in una sedia e il rumore la fece voltare. - Credevo che ci sarebbe stata la luna, - disse. *- E invece non
c'. Non sparano neanche, questa sera. - S, da qualche sera tutto  tranquillo. - Cecil sostiene che ormai
i militari sono esausti da tutte e due le parti. - Penso di s. - Christopher, vieni qui. Sta' tranquillo, non ti
faccio niente. Ma dobbiamo parlare con calma. Mi accostai fino a esserle a fianco. Vedevo il Bund e la
catena di luci che segnalava la passeggiata del lungomare.
- Ho programmato tutto, - disse a bassa voce. - Non  stato facile, ma ora  fatta. - Che cosa
esattamente?
- Tutto. Documenti, mezzi, ogni cosa. Non ce la faccio pi a stare qui.
Ho fatto del mio meglio, e ora sono stanchissima. Me ne vado. -
Capisco. E Cecil?  al corrente delle tue intenzioni?
- Non sar una vera e propria sorpresa per lui. Ma suppongo che ne rester sconvolto,
comunque. Tu lo sei, Christopher?
- No, non direi. Da quanto ho avuto modo di osservare, potevo presagire qualcosa di simile. Ma
prima di fare un passo tanto decisivo, sei sicura che non ci siano... - Oh, ho pensato a ogni minimo
dettaglio.
Non serve. Quand'anche Cecil accettasse di tornare in Inghilterra domani.
E poi, ha perso un mucchio di soldi qui. E deciso a non andarsene prima di aver recuperato
tutto. - Mi pare di capire che questo viaggio non ha soddisfatto le tue aspettative. Mi dispiace. - Non si
tratta solo del viaggio -. Rise e poi tacque. Dopo un attimo disse: - Ho provato ad amare Cecil. Ce l'ho
messa tutta. Non  cattivo. Forse non mi credi, dopo averlo visto qui. Ma non  stato sempre cos. E mi
rendo conto che molto ha a che fare con me. A questo punto della vita quello che gli serviva era un
buon periodo di riposo. E invece sono arrivata io e a lui  sembrato di dover fare qualcosa di pi. 
stata questa la mia colpa. Quando ci siamo trasferiti qui, all'inizio ha tentato. Con tutto se stesso. Ma
era pi forte di lui e credo sia stato questo a distruggerlo. Forse dopo che me ne sar andata io, riuscir
a riprendersi. - Ma dove hai intenzione di andare? Pensi di far ritorno in Inghilterra?
- Per il momento non ho abbastanza denaro. Andr a Macao. In seguito, si vedr. Pu succedere
di tutto. Anzi,  proprio di questo che volevo parlarti. Christopher, ti confesso, sono spaventata. Non
voglio andarmene da sola. Mi sono chiesta se saresti disposto a venire con me.
- Vuoi dire a Macao? Domani?
- S, venire con me a Macao domani. Dopodich potremo decidere per dove proseguire. Se ti va,
potremmo viaggiare un po' per il mare della Cina meridionale. O magari raggiungere il Sudamerica,
scappare come ladri nella notte. Non ti pare emozionante?
Immagino di essermi sorpreso nel sentirla pronunciare quelle parole; ma ci che ricordo ora, la
sensazione che soverchia tutte le altre, fu di aver provato un sollievo pressoch tangibile. Dir di pi:
per un paio di secondi, mi invase quella specie di stordimento che si pu avvertire uscendo all'aria
aperta dopo un lungo periodo di reclusione in una cella buia. Fu come se quel suggerimento - al quale,
per quanto ne sapevo, Sarah poteva aver dato voce sulla base di un impulso - portasse con s
un'immensa autorit, mi conferisse una sorta di liberazione al di l di ogni mia speranza.
Ma tale sensazione mi aveva appena travolto quando un'altra parte di me, credo, si mise in
allarme al pensiero che il gesto potesse invece rappresentare una specie di prova alla quale Sarah
intendeva sottopormi.
Ricordo infatti che quando alla fine risposi, dissi: - Il problema  il mio lavoro qui. Dovr prima
portarlo a termine. Dopo tutto, il mondo intero  sull'orlo di una catastrofe. Che cosa penserebbe mai la
gente di me, se abbandonassi tutto a questo punto?
Non solo; che cosa penseresti tu di me?
- Oh, Christopher, siamo messi male tutti e due. Dobbiamo smettere di vederla cos. Altrimenti
per noi non rester niente, niente di pi di quello che abbiamo avuto in questi anni. Giusto altra
solitudine, altri giorni pieni del continuo ripetere a noi stessi che non abbiamo ancora fatto abbastanza.
 venuto il momento di metterci tutto alle spalle.
Lascia perdere il lavoro, Christopher. Hai gi sprecato abbastanza vita su quel fronte. Partiamo
domani, non perdiamo nemmeno un altro giorno, andiamocene, prima che sia troppo tardi. - Troppo
tardi per cosa, esattamente?
- Troppo tardi per... oh, non lo so. So soltanto che ho sciupato tutti questi anni cercando
qualcosa, una specie di trofeo che avrei ottenuto solo se avessi fatto davvero quanto bastava per
meritarlo. Ma adesso non lo voglio pi, voglio altro, come calore e protezione, come un punto di
riferimento che non tenga conto di ci che faccio, n di ci che posso diventare. Qualcosa che ci sar
sempre, come il cielo domattina. E questo che voglio adesso, e credo che dovresti desiderarlo anche tu.
Ma tra poco sar troppo tardi. Saremo troppo vecchi per cambiare. Se non cogliamo l'occasione ora,
potremmo non averne mai un'altra. Christopher, che stai facendo a quella povera pianta?
In effetti mi resi conto che, senza pensarci, stavo strappando foglie a una palma accanto a noi,
per poi lasciarle cadere a terra. - Mi dispiace, - diedi in una risata, - impulso devastatore -. Poi dissi; -
Se anche avessi ragione, se anche fosse giusto quello che stai dicendo, per me non  facile.
Perch, vedi, c' Jennifer.
Mentre lo dicevo, mi torn chiara in mente l'immagine dell'ultima volta in cui ci eravamo
parlati, quella in cui ci eravamo salutati nel bel salottino della scuola, con il sole mite di un pomeriggio
primaverile inglese che batteva sulle pareti foderate di legno. All'improvviso mi ricordai l'espressione
del suo volto non appena cap quanto le stavo annunciando, e infine le parole inattese con le quali se
n'era uscita.
- Capisci? C' Jennifer, - ripetei, rendendomi conto che rischiavo di isolarmi in un sogno a
occhi aperti. - Lei mi star aspettando, anche adesso. - A quello ho gi pensato. Ci ho pensato molto
attentamente. So per certo che lei e io possiamo diventare amiche. Pi che amiche. Noi tre potremmo,
be', perch no, diventare una piccola famiglia, come tutte le altre. Ci ho riflettuto, Christopher, potrebbe
essere meraviglioso per tutti noi. Si potrebbe mandarla a prendere, non appena ci saremo sistemati.
Magari persino tornare in Europa, che so, in Italia, dove lei ci potrebbe raggiungere. So che potrei
essere una buona madre per lei, Christopher, ne sono certa. Continuai a pensare in silenzio per qualche
secondo, poi dissi: - Benissimo. - Che significa, Christopher, Benissimo?
- Significa s, ci vengo. Parto con te, faremo come dici. S, forse hai ragione. Jennifer, noi, ma
s, potrebbe funzionare. Non appena l'ebbi detto, sentii come un gran peso sollevarsi, tanto che potrei
anche aver lasciato andare un sospiro profondo. Sarah, frattanto, si era avvicinata un altro po', e per un
istante mi guard fisso negli occhi. Pensai addirittura che potesse baciarmi, ma sembr controllarsi
all'ultimo momento e, invece, disse: - Allora, ascolta. Ascolta bene, perch non possiamo permetterci di
sbagliare. Fa' solo una valigia, non di pi. E non spedire bauli. Ci sar del denaro ad attenderci a
Macao, perci potremo comprarci l quello che ci serve. Mander qualcuno a prenderti, domani
pomeriggio alle tre e mezza. Far in modo che sia una persona fidata, ma tu comunque di' solo lo
stretto indispensabile. Ti porter al luogo dove io sar ad aspettarti. Christopher, hai l'aria di uno che
abbia appena ricevuto un gran colpo in testa. Non avrai intenzione di deludermi, vero?
- No, no. Sar pronto. Tre e mezza, domani. Non ti preoccupare, io... ti seguir dovunque al
mondo tu voglia andare. Forse agivo solo d'impulso; forse sulla base del ricordo di come ci eravamo
separati quella sera in cui avevamo riportato Sir Cecil dalla casa da gioco; comunque, d'improvviso,
tesi le braccia, le afferrai una mano nelle mie, e la baciai. Dopodich, credo di aver sollevato lo
sguardo, stringendole ancora la mano, senza sapere che fare; non  escluso che mi sia sfuggita una
risatina nervosa. Alla fine, Sarah si liber e mi sfior con dolcezza una guancia. - Grazie, Christopher, -
disse a bassa voce.
- Grazie di aver acconsentito. Ora tutto mi sembra cos diverso. Adesso per devi andare prima
che qualcuno ci veda. Su, vattene.
...
.
...
CAPITOLO DICIASSETTESIMO.
.
Quella sera mi coricai un po' preoccupato, ma al mio risveglio il mattino dopo mi scoprii
pervaso da una sorta di tranquillit. Era come se mi si fosse tolto di dosso un gran peso e quando,
vestendomi, ripensai alla mia situazione mi accorsi di esserne piuttosto emozionato. Gran parte di
quella mattinata  ormai foschia nella mia memoria. Quel che rammento  che prese a ossessionarmi
l'idea di dover portare a termine, nel breve tempo che mi rimaneva, la maggior parte dei compiti che
avevo programmato per i giorni successivi; e che il non farlo avrebbe rappresentato una mancanza di
seriet. L'ovvia assurdit di tale risolutezza per qualche ragione mi sfuggiva e, dopo colazione, mi
dedicai freneticamente al lavoro, andando su e gi per le scale e facendo fretta agli autisti che mi
accompagnavano per le strade affollate della citt. E sebbene oggi come oggi tutto questo mi appaia
insensato, devo ammettere di essermi sentito piuttosto orgoglioso sedendomi a pranzo poco dopo le due
con la consapevolezza di aver terminato pi o meno ci che mi ero prefisso di fare. Eppure, al tempo
stesso, quando ripenso a quel giorno, sono sopraffatto dalla sensazione di essere rimasto stranamente
assente da ogni mia attivit. Mentre scorrazzavo per la Concessione Internazionale e conferivo con
alcuni dei cittadini pi illustri di Shanghai, una parte di me teoricamente rideva dello zelo con il quale
quelli si sforzavano di rispondere alle mie domande, del loro patetico desiderio di mostrarsi d'aiuto. La
verit infatti  che, col tempo, era andato aumentando il mio disprezzo nei confronti dei cosiddetti
notabili della comunit. Quasi non passava giorno senza che le mie indagini portassero alla luce altri
campioni, tra loro, di negligenza, corruzione o peggio.
Al contrario, per tutta la durata del mio soggiorno non mi era capitato di imbattermi in un solo
caso di onesta vergogna, o di ammissione anche da parte di un unico individuo che, se non fosse stato
per le prevaricazioni, la miopia e la disonest bella e buona delle autorit responsabili, la situazione non
avrebbe mai raggiunto gli attuali livelli di crisi. A un certo punto della mattina, mi ritrovai allo
Shanghai Club, per un incontro con tre illustri membri dell'lite cittadina. Ancora una volta di fronte
alla loro vuota arroganza, all'ostinato rifiuto di riconoscere le proprie responsabilit nella sfortunata
vicenda, provai un senso di euforia al pensiero che stavo per liberarmi di gente simile per sempre.
Senz'altro, in quei momenti, mi sentivo certissimo di aver preso la decisione giusta, anche in
considerazione del fatto che la teoria abbracciata si pu dire da tutti in citt - e cio che la risoluzione
della crisi dipendesse da me solo, - non era soltanto grossolanamente infondata, ma anche degna del pi
completo disprezzo. Immaginai lo stupore che si sarebbe presto dipinto su quelle facce alla notizia della
mia partenza, lo scandalo e il panico che ne sarebbe immediatamente seguito, e devo confessare che tali
riflessioni mi procuravano molto piacere. Poi, mentre consumavo il mio pranzo, il pensiero torn
all'ultimo incontro con Jennifer quel pomeriggio assolato, alla scuola: noi due, la prefects' room,
l'imbarazzo di stare seduti in poltrona, il sole che scarabocchiava arabeschi sui pannelli di legno, l'erba
che digradava al lago visibile dalle finestre alle sue spalle. Aveva ascoltato in silenzio mentre io le
spiegavo, come meglio potevo, della necessit della mia partenza, dell'enorme importanza del compito
che mi attendeva a Shanghai. Mi ero interrotto in pi punti, convinto che mi avrebbe rivolto delle
domande o che almeno avrebbe commentato in qualche modo. Ma ogni volta, Jennifer si era limitata ad
annuire tutta seria, aspettando che proseguissi. Alla fine, quando mi resi conto che incominciavo a
ripetermi, mi fermai per chiederle: - Allora, Jenny, che cosa hai da dire?
Chiss che cosa mi aspettavo. Lei comunque, dopo avermi osservato un momento con uno
sguardo privo di collera, aveva replicato: - Zio Christopher, so bene di non essere buona a fare granch.
Ma  solo perch sono ancora un po' giovane. Quando sar pi grande, e ormai non manca pi molto,
sar in grado di aiutarti. E cos, te lo prometto.
Perci, per favore, mentre sarai lontano, ricordatene. Ricordati che io sono qui in Inghilterra e
che al tuo ritorno ti aiuter. Non era esattamente quel che mi aspettavo di sentire e, sebbene pi volte
dal mio arrivo qui io abbia ripensato a quelle parole, non credo di avere ancora compreso a fondo che
cosa intendesse dirmi quel giorno. Stava forse insinuando che, a dispetto di tutto il mio bel discorso, la
mia missione a Shanghai era destinata a fallire? Che mi sarei visto costretto a fare ritorno in Inghilterra
e a proseguire il mio lavoro per molti anni ancora? Ma  altrettanto probabile che si trattasse solo delle
parole confuse di una bambina che si sforzava con tutta se stessa di non mostrare il proprio turbamento,
e risulta perci inutile sottoporle a qualsiasi analisi. Ciononostante, mi ritrovai a riflettere sul nostro
ultimo incontro al tavolo del pranzo quel pomeriggio nel salone a vetri dell'hotel. Fu mentre stavo per
finire il caff che mi si avvicin il concierge per dirmi che ero urgentemente desiderato al telefono. Mi
indic una cabina sul pianerottolo appena fuori del salone e, dopo qualche difficolt di comunicazione
con l'operatore, udii una voce che mi era vagamente familiare. - Signor Banks? Signor Banks?
Signor Banks, finalmente sono riuscito a ricordare. Rimasi in silenzio temendo che qualsiasi
parola da parte mia potesse compromettere i nostri progetti. Poi per la voce disse: - Signor Banks? Mi
sente? Mi sono ricordato di una cosa importante. Riguarda la casa che non riuscivamo a trovare. Capii
che si trattava dell'ispettore Kung: la sua voce, sebbene gracchiante, suonava sorprendentemente
ringiovanita. -
Ispettore, mi scusi. Mi ha colto alla sprovvista. La prego, mi dica quel che ha ricordato.
- Signor Banks. Qualche volta, sa, quando mi concedo una pipa, il fumo mi aiuta a ricordare. Mi
fluttuano davanti agli occhi tante cose che avevo scordato da un pezzo. E cos, mi son detto, d'accordo,
mi far una fumata per l'ultima volta. E mi  tornata in mente una dichiarazione del sospetto che
avevamo fermato. La casa che non riuscivamo a trovare. Si trova di fronte all'abitazione di un certo
Yeh Chen. - Yeh Chen Pechi?
- Non lo so. Tra la povera gente, molti non usano specificare l'indirizzo per le abitazioni.
Ricorrono a punti di riferimento. Ecco, la casa che non riuscivamo a trovare. E di fronte a quella di Yeh
Chen.
- Yeh Chen.  sicuro che sia questo il nome?
- S, sicurissimo. Mi  tornato alla memoria chiaramente. -  un nome molto comune? Quante
saranno le persone che si chiamano cos, a Shanghai?
- Per fortuna, il sospetto ci forni un altro dettaglio. Questo Yeh Chen  cieco. La casa che lei sta
cercando  di fronte a quella di Yeh Chen il cieco. Naturalmente,  possibile che si sia trasferito, o che
sia morto. Ma se si riuscisse a scoprire dove abitava al tempo delle nostre indagini... - Certo, ispettore.
Be', lei mi  stato di immenso aiuto. -
Sono contento. Ho pensato che in questo modo l'avrebbe trovata. -
Ispettore, non so come ringraziarla. Mi ero accorto che si faceva tardi, cos, quando riattaccai il
telefono, non tornai al mio pranzo, ma mi diressi subito in camera mia per preparare il bagaglio.
Ricordo una curiosa sensazione di straniamento mentre consideravo quali oggetti intendevo portare con
me. A un certo punto, mi sedetti sul bordo del letto e fissai la porzione di cielo visibile dalla mia
finestra. Mi colpiva il pensiero di come, solo un giorno prima, l'informazione appena ricevuta sarebbe
stata di importanza cruciale per la mia vita. E
ora invece eccomi qui, a rigirarmela distrattamente nella testa, come qualcosa che gi
apparteneva al passato, qualcosa che non occorreva neppure ricordassi, se non lo desideravo. Dovetti
finire i preparativi con anticipo, perch quando bussarono alla porta della stanza alle tre e mezza in
punto, ero seduto in attesa gi da un pezzo.
Aprii e mi ritrovai di fronte un giovanotto cinese, di forse neanche vent'anni, che indossava
una tunica e teneva il cappello in mano. - Sono suo autista, signore, - annunci con dolcezza. - Se ha
valigia, io porto. Mentre il giovane si allontanava con l'auto dall'Hotel Catai, presi a osservare le folle
indaffarate su Nanking Road in pieno sole pomeridiano, e mi parve di guardare ogni cosa da un'enorme
distanza. Poi mi sistemai sul sedile, soddisfatto al pensiero di abbandonare tutto nelle mani del mio
autista il quale, a dispetto della giovane et, appariva sicuro e competente.
Fui tentato di domandargli quali fossero i suoi rapporti con Sarah, ma ricordai la
raccomandazione di parlare solo dello stretto necessario.
Perci restai in silenzio, e ben presto la mente prese a vagare su Macao e su alcune fotografie
del posto che avevo visto qualche anno prima al British Museum. Poi, dopo circa dieci minuti di
tragitto, all'improvviso mi piegai in avanti e chiesi al giovane: - Senta, mi scusi. Mi rendo conto che 
piuttosto improbabile. Ma ha per caso mai sentito parlare di un certo Yeh Chen?
Il giovanotto non distolse lo sguardo dal traffico di fronte a s, e io stavo perci per ripetere la
mia domanda, quando disse: - Yeh Chen. Attore cieco?
- S. Be', so che  cieco, ma non sapevo che facesse l'attore. - Non  attore famoso. Yeh Chen.
Era attore una volta, molti anni fa, quando io bambino. - Sta dicendo che lo conosce?
- Non conosco. Ma so chi . Lei interessa Yeh Chen, signore?
- No, no. Non in modo particolare. L'ho appena sentito nominare da una persona. Ma non
importa. Non dissi altro al giovane autista per il resto del viaggio. Percorremmo un groviglio di piccole
strade nelle quali mi ero completamente smarrito, quando alla fine giungemmo in una traversa
tranquilla dove accostammo.
Il giovane mi apr la portiera e mi consegn la valigia. - Quel negozio, - disse, indicando. -
Quello con fonografo. Sul lato opposto della via, c'era una piccola bottega dalla vetrina lurida, nella
quale in effetti era esposto un fonografo. Intravedevo anche un cartello in inglese che annunciava:
Dischi. Spartiti per pianoforte. Manoscritti. Dando un'occhiata su e gi per il vicolo, mi accorsi che,
a parte un paio di guidatori di risci accucciati accanto ai loro veicoli a scambiarsi battute, il giovane e
io eravamo soli. Presi la valigia ed ero sul punto di attraversare la strada, quando qualcosa mi spinse a
dirgli: - Mi chiedevo se lei potrebbe aspettarmi qui per un poco. Il giovane sembr perplesso. - Lady
Medhurst dice solo portare lei qui. - S, s.
Ma adesso glielo sto chiedendo io. Vorrei solo che aspettasse ancora un momento.
Naturalmente,  possibile che non se ne faccia niente. Ma, sa com', caso mai... Senta, - misi una mano
in tasca e ne estrassi qualche banconota, - le pagher il disturbo. Il viso del giovane avvamp di collera
mentre si ritraeva dal denaro come se gli avessi offerto qualcosa di ripugnante. Poi se ne torn incupito
sull'auto e fece sbattere la portiera. Capii di aver commesso un errore di valutazione, ma in quel
momento non avevo testa per preoccuparmene. Inoltre, a dispetto di tutta la sua ira, il giovane non
aveva comunque avviato il motore. Rimisi i soldi nella tasca della giacca, presi la valigia e attraversai.
L'interno del negozio era molto angusto. Il sole del pomeriggio cercava di insinuarsi, ma riusciva a
illuminare solo alcune chiazze di polvere. Su un lato si trovava un pianoforte verticale dai tasti
scoloriti, e svariati dischi da grammofono erano disposti senza copertina sul leggio. Scorgevo non solo
polvere, ma ragnatele su quei dischi. Altrove, c'erano scampoli di velluto pesante, parevano brandelli di
sipari teatrali, inchiodati alle pareti, insieme a fotografie di cantanti e ballerine. Forse mi aspettavo che
Sarah si facesse trovare l, ma la sola persona presente era un esile europeo dal pizzetto scuro, seduto
dietro il banco.
- Buon pomeriggio, - disse con accento tedesco, sollevando lo sguardo da un registro di cassa
aperto. Poi, dopo avermi scrutato con cura, aggiunse: - Lei  inglese?
- S. Buon pomeriggio. - Abbiamo qualche disco inglese. Per esempio, abbiamo una
registrazione di Mimi Johnson che canta I don.t Have Eyes for You. Le piacerebbe?
Qualcosa nel modo circospetto con cui aveva proferito quelle parole suggeriva che si trattasse
dell'inizio di un messaggio in codice. Ma per quanto frugassi nella memoria alla ricerca di una
espressione o parola d'ordine che Sarah potesse avermi rivelato, non ricordavo nulla del genere. Alla
fine dissi: - Non ho un fonografo qui a Shanghai. Ma sono un appassionato di Mimi Johnson. Anzi,
qualche anno fa, sono stato ad un suo concerto a Londra.
- Davvero? Mimi Johnson, s. Ebbi la netta impressione di averlo spiazzato dandogli una
risposta sbagliata. Perci aggiunsi: - Senta, guardi, mi chiamo Banks. Christopher Banks. - Banks. Il
signor Banks -.
L'uomo pronunci il mio nome con indifferenza, prima di proseguire dicendo: - Se le piace
Mimi Johnson, le far ascoltare I don.t Have Eyes for You. Prego. Si chin sotto il banco e io colsi
l'occasione per lanciare un'occhiata fuori dalla vetrina, in strada. I due guidatori di risci erano ancora
seduti a ridere e chiacchierare, e mi rassicur constatare che il mio giovane autista era sempre a bordo
dell'auto ferma. Poi, proprio mentre mi stavo chiedendo se non si fosse verificato un enorme malinteso,
il suono liquido e avvolgente di un'orchestra jazz si diffuse nel negozio. Mimi Johnson incominci a
cantare e io ricordai che quella canzone era stata un grandissimo successo nei locali di Londra qualche
anno prima. Dopo qualche secondo, mi resi conto che l'uomo esile mi stava indicando un punto della
parete sul fondo della stanza coperta di drappi pesanti. Non ci avevo fatto caso fino a quel momento,
ma c'era una porta nel muro e, quando la spinsi, si apr per immettermi in effetti in una seconda stanza.
Sarah sedeva su un baule di legno; indossava un soprabito chiaro e un cappello. La sigaretta che
aveva nel bocchino era accesa e la cameretta poco pi spaziosa di un armadio a muro era gi invasa di
fumo. Tutto intorno si alzavano pile di dischi e spartiti ordinati in vari scatoloni e cassette. Non c'era
finestra nella stanza, ma intravedevo una porta, in quel momento socchiusa, che affacciava sull'esterno.
- Ebbene, eccomi qui, - dissi. - Ho portato solo una valigia, come mi hai detto pi volte. Ma a
quanto vedo, tu ne hai tre. - Questa borsa contiene soltanto Ethelbert. Il mio orso di pezza.  con me
da... s, insomma, da sempre. Sciocco, vero?
- Sciocco? No, niente affatto. - Quando arrivammo qui, commisi l'errore di stipare Ethelbert in
una borsa con un mucchio di altre cose. E cos, quando ho aperto la valigia, lui era senza un braccio.
L'ho poi trovato in un angolo infilato dentro una pantofola. Perci questa volta, ho rinunciato a qualche
scialle, ma lui ha avuto una borsa tutta per s.
 sciocco, non dire di no. - No, no. Capisco perfettamente. Ma s, Ethelbert. Appoggi con
cautela il bocchino e si alz. Subito dopo ci baciammo - credo, proprio come una coppia di attori del
cinema. Fu quasi come l'avevo sempre immaginato, solo che nel nostro abbraccio c'era qualcosa di
goffo e inelegante, e cercai pi di una volta di migliorare la mia postura; purtroppo il mio piede destro
batteva contro una scatola rigida e non potevo perci ruotarlo abbastanza senza rischiare di perdere
l'equilibrio. Alla fine Sarah fece un passo indietro, dando in un respiro profondo, senza mai smettere di
guardarmi negli occhi. -  tutto pronto? - le chiesi. Non rispose subito, e pensai che avesse intenzione
di baciarmi ancora. Ma infine si limit a replicare: -  tutto a posto. Dobbiamo solo aspettare qualche
altro minuto. Poi usciremo di li, - indic a quel punto la porta sul retro, - raggiungeremo la banchina e
da l un sampang ci porter alla nave all'ancora a due miglia di distanza sul fiume. Dopodich, via,
verso Macao.
- E Cecil, sospetta qualcosa?
- Non l'ho visto per tutto il giorno. Se ne  andato in uno dei suoi localini subito dopo colazione,
e immagino che sia ancora l. -  un vero peccato. Davvero, qualcuno dovrebbe dirgli di darsi un
contegno. -
Be', a questo punto non spetta pi a noi farlo. - No, credo di no -.
Diedi in una risata improvvisa. - Immagino che a noi spetti solo fare ci che vogliamo. -
Esatto. Christopher, qualcosa non va?
- No, no. Stavo solo cercando di... Volevo solo... Mi protesi verso di lei, con l'idea di ripetere
l'abbraccio, ma lei sollev una mano e disse: - Christopher, credo che faresti meglio a sederti. Non ti
preoccupare, avremo tempo di fare tutto, ogni cosa, pi tardi. - S, s, scusami. -
Quando saremo a Macao, potremo pensare con calma al nostro futuro. Per esempio a un buon
posto per noi due. Un posto che sia adatto anche a Jennifer. Spalancheremo le cartine sul letto,
guarderemo il mare dalla nostra stanza e ne discuteremo insieme. Oh, ci sar da discutere, ne sono
certa. Ho voglia persino di litigare, con te. Non vuoi proprio sederti? Dai, siediti qui. - Senti... Se
dobbiamo aspettare ancora qualche minuto, lasciami solo andare a fare una cosa. - Una cosa? Che cosa
esattamente?
- Niente... una cosa. Senti, davvero, non ci metter molto, giusto qualche minuto.  che dovrei
chiedere una cosa a qualcuno. - A chi?
Christopher, credo che a questo punto non dovresti pi parlare con nessuno. - Non  come
pensi, davvero. Mi rendo ben conto che occorre prudenza e cos via. No, no, non ti devi preoccupare. 
solo quel giovanotto. Quello che hai mandato a prendermi, e che mi ha portato qui. Devo solo
chiedergli una cosa. - Ma ormai se ne sar andato. - No, invece.  ancora l fuori. Senti, sar di ritorno
tra un attimo.
Mi precipitai oltre la tenda nella bottega, dove l'uomo esile con il pizzetto mi rivolse un'occhiata
sorpresa. - Ha apprezzato Mimi Johnson? - mi chiese. - S, s. Moltissimo. Devo solo fare un salto
fuori. - Mi consenta di chiarire, signore, che io sono svizzero. Non esistono ostilit tra il suo paese e il
mio. - Ah, s, splendido. Torno tra un attimo. Attraversai la strada di corsa e raggiunsi l'auto. Il giovane,
che mi aveva visto, abbass il finestrino e mi sorrise educatamente; sembrava non essere rimasta
traccia della sua collera di poc'anzi.
Chinandomi verso di lui, dissi a bassa voce: - Senta un po'. Questo Yeh Chen. Lei ha idea di
come potrei trovarlo?
- Yeh Chen? Lui abita vicino qui. - Yeh Chen. Sto parlando di Yeh Chen il cieco. - S. Laggi. -
Casa sua  laggi?
- Sissignore. - Senta bene, non mi pare che lei abbia capito. Mi sta dicendo che Yeh Chen, il
cieco Yeh Chen, che casa sua  solo laggi?
- Sissignore. Pu andare a piedi, ma se desidera, io porto con auto. -
Ascolti bene, la faccenda  molto importante. Lei sa da quanto tempo Yeh Chen abita in quella
casa?
Il giovane riflett e poi disse: - Lui sempre abita l, signore. Quando io bambino, lui abita l. -
Ne  sicuro? Mi ascolti,  una cosa importantissima. Lei  certo che si tratti di Yeh Chen il cieco, e che
abiti in quella casa da tanto tempo?
- Ho detto, signore. Lui l quando io bambino. Io penso lui vive li tanti tanti anni. Mi tirai su,
presi fiato e riflettei sulle conseguenze di quanto avevo appena udito. Poi tornai a chinarmi e dissi: -
Penso che mi ci dovrebbe accompagnare. In macchina, intendo.
Dobbiamo procedere con cautela. Vorrei che lei mi portasse l, ma fermasse l'auto a una certa
distanza. In un punto dal quale si possa osservare bene la casa di fronte a quella di Yeh Chen. Sono
stato chiaro?
Salii in macchina e il giovane avvi il motore. Fece inversione e ci infilammo in un'altra
stradicciola. Frattanto la testa mi si affoll di pensieri. Mi domandavo se avrei dovuto spiegare al
giovane il significato del viaggio che stavamo facendo, e considerai persino l'ipotesi di chiedergli se
avesse una pistola con s, sebbene alla fine decisi che una richiesta simile l'avrebbe solo gettato nel
panico.
Svoltammo a un angolo per ritrovarci in un vicolo ancora pi stretto.
Poi svoltammo ancora e ci fermammo. Per un istante pensai che fossimo giunti a destinazione,
ma presto mi resi conto della ragione della nostra sosta. Nel vicolo davanti a noi stava una piccola folla
di ragazzi impegnati nel tentativo di placare un bufalo indiano. Era in corso una specie di lite e, mentre
osservavo, uno dei giovani colp il bufalo in pieno muso con un bastone. Fui pervaso da un'ondata di
spavento, ricordando le raccomandazioni di mia madre che per tutta l'infanzia mi aveva ripetuto come
quegli animali potessero diventare pericolosi come tori se si irritavano. La bestia comunque non reag,
e i ragazzi continuarono a litigare. Il mio giovane autista suon il clacson pi volte senza successo e
infine, con un sospiro, si decise a fare manovra per tornare da dove eravamo venuti. Imboccammo un
altro vicolo poco lontano, ma a quanto pare la deviazione aveva confuso l'autista, perch dopo qualche
altro giro si ferm e fece di nuovo inversione, sebbene questa volta non ci fossero ostacoli sulla via. A
un certo punto arrivammo su una pi ampia pista sterrata lungo un lato della quale si allineavano delle
baracche di legno semidistrutte. - La prego, si sbrighi, - dissi. - Ho pochissimo tempo. Proprio in quel
momento un immenso boato squass la terra sulla quale procedevamo. Il giovane continu a viaggiare
senza scomporsi, ma prese a guardare inquieto in lontananza. - Spari, - disse. - Spari incominciano di
nuovo. - Sembravano vicinissimi, - replicai. Per qualche minuto ancora, svoltammo tra vicoli stretti e
casette di legno, pestando sul clacson per disperdere cani e bambini. Poi l'auto torn a fermarsi di
colpo, e sentii il giovane lasciar andare un gemito di esasperazione.
Guardando oltre la sua testa, vidi che la strada davanti a noi era ostruita da una barricata di
sacchi di sabbia e filo spinato. - Dobbiamo fare tutto giro intorno, - disse. - Non c' altra via. - Senta
per, ormai dovremmo essere molto vicini. - Molto vicini, s. Ma strada bloccata, cos dobbiamo fare
giro intorno. Pazienza, signore. Noi presto siamo l. Ma nei modi del ragazzo si era verificato un
cambiamento evidente. La sicurezza di prima era del tutto scomparsa, e a quel punto mi sorpresi a
considerarlo grottescamente giovane per essere alla guida di un'auto: poteva avere tra i quindici e i
sedici anni. Per un po', procedemmo su strade fangose e maleodoranti, gi per dei viottoli che da un
attimo all'altro mi pareva potessero condurci dritti dentro le fogne, ma in qualche modo il giovane se la
cav sempre a mantenere le ruote dell'auto lontano dal ciglio della via. Per tutto il tempo, non
cessammo mai di udire il boato di spari lontani, e di vedere gente che correva a mettersi al riparo in
casa, o sotto qualche tettoia.
Restavano comunque sempre cani e bambini che, apparentemente abbandonati a se stessi,
scorrazzavano davanti alla macchina, ignari di tutto il pericolo. Quando finimmo per ritrovarci nel
cortile di una piccola fabbrica, dissi: - Ora, mi ascolti. Perch non si ferma e chiediamo la strada a
qualcuno?
- Pazienza, signore. - Pazienza? Ma lei non ha pi idea di me di dove stiamo andando. - Noi
presto siamo l, signore. - Stupidaggini. Perch si ostina con questi misteri?  tipico di voi cinesi. Lei si
 perso, ma non vuole ammetterlo. Ormai stiamo viaggiando da... be', mi sembra un'eternit. Lui non
ribatt, e condusse l'auto su per una strada sterrata che si inerpicava tra enormi mucchi di rifiuti. Poi ci
fu un altro frastuono, uno schianto pericolosamente vicino, e il giovanotto deceler fino a procedere a
passo d'uomo. - Signore. Io credo che torniamo adesso. - Tornare? Tornare dove?
- Spari molto vicini. Non sicuro qui. - Che cosa significa, gli spari sono vicini? - Poi un'idea mi
balen in mente. - Siamo forse nei pressi di Chapel?
- Signore, Noi in Chapel. Noi in Chapel da un poco di tempo. - Cosa?
Vuol dire che siamo usciti, dalla Concessione?
- Noi in Chapel, adesso. - Ma... Buon Dio! Siamo davvero fuori della Concessione? A Chapel?
Stammi a sentire, ma allora sei stupido, lo sai questo? Stupido! Mi hai detto che la casa era molto
vicina. E invece ci siamo persi.  possibile che ci troviamo a pochissima distanza dalla zona di guerra.
E siamo anche usciti dalla Concessione! Tu sei quel che io definisco un autentico idiota. E vuoi sapere
perch? Te lo dico subito. Perch fingi di sapere un mucchio di cose che non sai.
Sei troppo orgoglioso per ammettere che hai fallito . Questa  esattamente la mia definizione di
un autentico idiota. Un cretino! Mi senti? Un vero e proprio cretino. Il giovane ferm la macchina. Poi
apr la portiera e, senza voltarsi, scese e si allontan. Mi ci volle un momento per placarmi e fare il
punto della situazione. Eravamo quasi in cima a una collina, e l'auto si trovava ora in un luogo isolato
su una pista sterrata ingombra di macerie, di filo spinato e una specie di groviglio di vecchie ruote di
bicicletta. Vidi la sagoma del giovane marciare in salita prima di sparire oltre la cima della collina.
Scesi dall'auto e gli corsi dietro. Dovette sentirmi arrivare, ma non affrett il passo, n si volt a
guardare. Lo raggiunsi e lo fermai afferrandolo per una spalla. - Senta, mi spiace, - dissi, ansimando un
po'. - Le chiedo scusa. Non avrei dovuto perdere la pazienza. Mi spiace, davvero. Non ho attenuanti.
Ma vede, lei non ha idea di che cosa significhi tutto questo per me. E adesso la prego, - gli indicai
l'auto dietro di noi, - proseguiamo. Il giovane non mi degnava di uno Sguardo. - Niente pi guidare, -
disse. - Ma senta, ho detto che mi dispiace, ora la prego, sia ragionevole.
- Niente pi guidare. Troppo pericolo qui. Spari molto vicini. - Senta, per,  molto importante
che io raggiunga quella casa. Mi dica la verit, per favore. Si  perso o sa davvero dove si trova la casa?
- Io so. Io so casa. Ma adesso, troppo pericolo. Spari molto vicini.
Quasi a dare conferma della sua tesi, all'improvviso echeggi una scarica di mitragliatrice.
Parve abbastanza lontana, ma era impossibile stabilirne la provenienza con esattezza, e tutti e due ci
guardammo intorno, sentendoci pericolosamente esposti in vetta a quella collina.
- Ascolti me, - dissi, estraendo di tasca taccuino e matita. - Capisco che lei non voglia pi
avere niente a che fare con questa vicenda, posso comprendere la sua posizione. E voglio scusarmi
ancora per essere stato scortese prima. Ma vorrei che lei facesse ancora due cose per me, prima di
andare a casa. Prima di tutto, vorrei che mi scrivesse qui sopra l'indirizzo di Yeh Chen. - No indirizzo,
signore. Non c' indirizzo. - Benissimo. Allora, mi disegni una mappa. Mi scriva delle istruzioni.
Qualcosa. La prego, lo faccia per me. Poi, vorrei che mi accompagnasse alla pi vicina stazione di
polizia. Naturalmente, avrei dovuto farlo sin dal principio. Mi occorreranno uomini ben addestrati, e
armati. La prego. Gli consegnai taccuino e matita. Parecchie pagine erano fitte di appunti delle mie
indagini precedenti. Gir i fogli fino a trovarne uno bianco. Poi disse: - Niente inglese. Non so scrivere
inglese, signore. - Scriva come sa.
Faccia una cartina. Qualcosa. Si sbrighi, la prego. Sembrava che avesse finalmente capito
l'importanza di ci che gli stavo chiedendo. Pens attentamente per qualche secondo, poi incominci a
scrivere in fretta.
Riemp una prima pagina, poi un'altra. Dopo quattro o cinque fogli, torn a infilare la matita
lungo la costa del taccuino e me lo riconsegn. Diedi una scorsa a quel che aveva scritto, ma non riuscii
a decifrare nulla, essendo cinese. Ciononostante gli dissi: - Grazie. Grazie infinite davvero. E adesso,
per favore, mi porti alla polizia. Poi potr andare a casa. - Stazione di polizia per di qua, signore -. Fece
qualche altro passo avanti senza cambiare direzione. E, dalla sommit della collina, indic il fondo
della discesa nel punto in cui, a circa duecento metri di distanza, si ergeva un conglomerato di edifici
grigi. - Stazione di polizia, signore. - Laggi? Quale?
- Laggi. Con bandiera. - Ho capito, s. E sicuro che si tratti della polizia?
- Sicuro, signore. Stazione di polizia. Dal nostro luogo di osservazione, sembrava proprio una
centrale di polizia. Inoltre, mi resi conto che avrebbe avuto ben poco senso tentare di raggiungerla in
macchina; l'auto era rimasta sull'altro versante, e la pista su cui ci eravamo inerpicati non era larga
abbastanza per il veicolo; capii che avremmo facilmente potuto perderci di nuovo nel tentativo di
aggirare la collina. Rimisi il taccuino in tasca e pensai di offrire al giovane un po' di denaro, ma poi
ricordai quanto si fosse offeso prima. Perci mi limitai a dire: - Grazie. Lei mi  stato di grande aiuto.
Da qui in poi, me la caver da solo. Il giovanotto annu velocemente - pareva ancora un po' in collera
con me -, infine si volse e si incammin gi per la discesa, in direzione dell'auto.
...
.
...
CAPITOLO DICIOTTESIMO.
.
La stazione di polizia sembrava abbandonata. Scendendo dalla collina, ne vedevo le finestre
rotte e una delle porte d'ingresso scardinata.
Quando per mi feci strada tra i cocci di vetro e mi inoltrai nell'atrio della centrale, mi vennero
incontro tre cinesi, due dei quali mi puntarono addosso un fucile, mentre il terzo brandiva un badile.
Uno di loro - con indosso un'uniforme dell'esercito cinese - mi domand in un inglese incerto che cosa
volessi. Quando riuscii a far intendere il mio nome e a chiarire che desideravo parlare con un
responsabile, gli uomini presero a litigare fra loro. Alla fine, quello con il badile spar, mentre gli altri
continuarono a tenermi sotto tiro in attesa del suo ritorno. Colsi l'occasione per dare un'occhiata al
posto, e giunsi alla conclusione che la presenza di agenti di polizia in quel luogo era quanto meno
improbabile. A dispetto di qualche manifesto e di alcuni cartelli ancora appesi alle pareti, la centrale
doveva essere stata evacuata da un pezzo. Da un muro pendevano dei cavi elettrici e il lato posteriore
della stanza appariva distrutto dal fuoco. Dopo pi o meno cinque minuti, l'uomo con il badile torn. Ci
fu un ulteriore scambio di battute in quello che dedussi essere dialetto di Shanghai, e infine il soldato
mi fece cenno di seguire l'uomo col badile. Obbedii e questi mi condusse in un'altra stanza sul retro
dell'edificio, anche quella pattugliata da uomini armati. Questi per si fecero di lato al nostro
passaggio, e ben presto mi ritrovai a scendere una scaletta malsicura che portava agli scantinati della
stazione di polizia. Conservo un ricordo un po' annebbiato di come raggiungemmo il bunker. Forse
c'erano altri locali; ricordo che percorremmo una specie di tunnel, chinandoci per evitare di battere la
testa contro le travi basse; c'erano sentinelle anche L, e ogni volta che incontravamo una delle loro
sagome nere, mi vedevo costretto a pigiarmi contro la parete ruvida per riuscire a passare. Finalmente
fui introdotto in una stanza senza finestre trasformata in una sorta di quartier generale improvvisato. A
illuminarla erano due lampadine penzolanti dalla trave di mezzo del soffitto. Le pareti non erano
intonacate, e in quella alla mia destra si apriva un foro largo abbastanza per far passare un uomo.
Nell'angolo opposto stava un apparecchio radio assai malconcio, mentre al centro della stanza era
sistemata una grande scrivania che, me ne accorsi alla prima occhiata, era stata segata a met e poi
ricongiunta alla meglio con corda e chiodi. Svariate cassette di legno rovesciate fornivano i posti a
sedere disponibili, mentre l'unica vera sedia era occupata da un uomo privo di sensi che vi era stato
legato sopra. Indossava una divisa da marine giapponese, e aveva un lato della faccia tumefatto. Le
uniche altre persone presenti erano due ufficiali dell'esercito cinese, in piedi e chini su una carta aperta
sulla scrivania. Al mio ingresso sollevarono lo sguardo, poi uno di loro mi venne incontro e mi tese la
mano. - Sono il tenente Chow. Questo  il capitano Ma. Siamo entrambi molto onorati della sua visita,
signor Banks.  forse venuto ad offrirci il suo sostegno morale?
- Ebbene, tenente, in effetti sono venuto qui con una precisa richiesta.
Tuttavia, mi auguro che, una volta portato a termine il mio compito, il morale della gente andr
alle stelle. Il vostro, come quello di tutti gli altri. Avr bisogno di aiuto, per, ed  per questo che sono
qui.
Il tenente disse qualcosa al capitano, il quale evidentemente non parlava inglese; poi l'uno e
l'altro si rivolsero a me. All'improvviso il giapponese svenuto sulla sedia prese a vomitare sulla giacca
dell'uniforme. Ci voltammo tutti a fissarlo, e il tenente disse: - Ha detto di aver bisogno di aiuto, signor
Banks? Che genere di aiuto, esattamente?
- Ho qui delle indicazioni, riguardo all'indirizzo di una casa.  fondamentale che raggiunga
questa casa al pi presto. Le indicazioni sono scritte in cinese e io non sono in grado di leggerle. E se
anche lo fossi, mi occorrerebbe una guida, qualcuno che conosca bene il posto. - Dunque le serve una
guida. - Non solo, tenente. Mi occorreranno anche quattro o cinque uomini validi, di pi, se possibile.
Dovranno essere ben addestrati e competenti, perch si tratta di una missione delicata. Il tenente diede
in una breve risata; quindi, ricomponendosi, disse: - Signore, in questo momento siamo piuttosto a
corto di uomini. Questa base costituisce il nucleo essenziale della nostra difesa. Eppure, come ha potuto
constatare lei stesso,  protetta assai male. In effetti, gli uomini che ha incontrato nel tragitto fino a noi
sono feriti, malati oppure volontari privi di esperienza. Chiunque sia in grado di sostenere il
combattimento attivo  stato mandato al fronte. - Mi rendo conto, tenente, della gravit della situazione.
Ma lei deve capire, non sto parlando di un'indagine qualsiasi. Quando dico che  fondamentale che io
raggiunga quella casa... Ebbene, tenente, sar franco, non vedo perch farne un segreto.
Lei e il capitano Ma potrete essere i primi a saperlo. La casa che desidero rintracciare, e che so
per certo trovarsi nelle immediate vicinanze, non  altro che il luogo nel quale sono tenuti prigionieri i
miei genitori. Proprio cos, tenente! Sto parlando finalmente della risoluzione del caso, dopo tutti questi
anni. Immagino capir adesso perch la mia richiesta mi appaia prioritaria, anche nelle attuali
circostanze. La faccia del tenente non si scompose. Il capitano gli domand qualcosa in mandarino, ma
il tenente non rispose. Disse invece, rivolto a me: - Siamo in attesa del ritorno di alcuni uomini da una
missione. Ne sono usciti sette. Non possiamo sapere se torneranno tutti. Era mia intenzione spedirli
subito altrove. Ora per... in questo caso, mi assumer personalmente la responsabilit. Questi uomini,
tutti quelli che torneranno sani e salvi, la scorteranno nella sua missione.
Emisi un sospiro di impazienza. - La ringrazio, tenente. Ma quanto dovremo aspettare? Non
sarebbe possibile lasciarmi prendere qualcuno degli uomini di guardia l fuori, solo per qualche
minuto? In fondo, la casa  vicinissima. E inoltre, cerchi di capire, c' qualcuno che mi attende... - A un
tratto mi ero ricordato di Sarah e fui colto da una sorta di panico. Feci un altro passo avanti e dissi: - A
proposito, tenente, chiss se posso utilizzare il suo telefono. Ho proprio bisogno di parlare con quella
persona. - Temo che non ci sia telefono qui, signor Banks. Quella  una radio, collegata soltanto con il
nostro quartier generale e con le altre basi. - A maggior ragione, diventa sempre pi indispensabile che
io risolva la questione al pi presto.
Vede, signore, c' una signora che mi aspetta, in questo preciso momento. Le suggerisco di
lasciarmi prendere tre o quattro degli uomini di guardia alla base... - Signor Banks, la prego, si calmi.
Faremo tutto il possibile per aiutarla. Ma come ho detto poc'anzi, gli uomini fuori non sono adatti a
questo genere di missione. Non potrebbero far altro che comprometterne gli esiti. Mi rendo conto che
ha atteso per tutti questi anni di poter risolvere il caso. Ma le consiglierei di non agire affrettatamente a
questo punto. C'era del buon senso nelle parole del tenente. Con un sospiro, mi sedetti su una delle
casse rovesciate. - Gli uomini non dovrebbero pi tardare molto, ormai, - disse il tenente. -
Signor Banks, posso dare un'occhiata alle sue indicazioni?
Provavo una certa riluttanza a separarmi dal taccuino anche solo per qualche secondo. Ma alla
fine lo consegnai all'ufficiale, aperto alle pagine giuste. Esamin le indicazioni per un po' prima di
restituirmi il taccuino. - Signor Banks, mi sento in dovere di dirglielo. Questa casa. Non sar facile
trovarla. - Si da il caso, signore, che io sappia che  vicinissima a qui. - Vicina  vicina, questo  vero.
Ciononostante, non sar facile. Vede, signor Banks,  possibile che si trovi gi in territorio
giapponese.
- Territorio giapponese? Ebbene, suppongo che sar in grado di ragionare con i giapponesi.
Personalmente, non ho nulla contro di loro.
- Se vuole seguirmi, signore, le mostrer la nostra esatta posizione, mentre aspettiamo il
ritorno degli uomini. Per un momento, parl velocemente al capitano. Quindi si diresse verso un
ripostiglio nell'angolo della stanza. Mi ci volle un attimo per capire che dovevo seguirlo, ma quando
cercai di entrare a mia volta dentro il ripostiglio, andai quasi a sbattere nei tacchi degli stivali del
tenente, che stavano giusto all'altezza della mia faccia. Udii la sua voce provenire dall'oscurit
sovrastante: - Se vuole seguirmi, prego, signor Banks. Sono quarantotto pioli. Le conviene tenersi
almeno quattro o cinque pioli sotto di me. I suoi piedi scomparvero. Procedendo nel ripostiglio, tesi le
mani e trovai dei pioli metallici sulla parete di mattone di fronte a me. Molto pi su, nel buio, scorgevo
una minuscola pozza di cielo. Immaginai di trovarmi in fondo a un comignolo, o a una torre di
controllo usata dalla polizia. Feci piuttosto fatica ad affrontare i primi pioli; non solo temevo di poter
perdere la presa nell'oscurit, c'era anche l'ansia che il tenente potesse scivolare e cadermi addosso.
Alla fine per la macchia di cielo prese a ingrandirsi, e vidi la sagoma del tenente scavalcare l'uscita
sopra di me. In capo a un minuto, lo avevo raggiunto. Ci trovavamo su un tetto piano circondato su
ogni lato da una distesa immensa di altri tetti. In lontananza, pi o meno a un chilometro verso est, vidi
una colonna di fumo nero salire nel cielo del tardo pomeriggio. -  strano, - dissi, guardandomi intorno,
- come fa la gente a circolare da queste parti? Sembra che non ci siano strade. - In effetti l'impressione
 quella, da quass. Ma forse non le dispiacerebbe dare un'occhiata con questo. Mi stava porgendo un
binocolo. Me lo portai agli occhi e impiegai qualche secondo per mettere a fuoco, solo per ritrovarmi a
fissare un comignolo a pochi metri di distanza. Alla fine, per, riuscii a inquadrare la colonna di fumo
lontana. La voce del tenente mi giunse da un punto al mio fianco: - Adesso sta guardando le gabbie,
signor Banks. Ci vivono gli operai della fabbrica. Sono certo che nel corso di tutta la sua infanzia lei
non ha mai visitato le gabbie. - Le gabbie? No, non credo. - Quasi certamente no.  raro che gli
stranieri vedano posti del genere, a meno che non siano missionari. O magari comunisti. Io sono cinese,
ma neanche a me, come a molti miei connazionali,  mai stato concesso di avvicinarci. Non sapevo
quasi niente delle gabbie fino al '32, l'ultima volta che combattemmo contro i giapponesi. Stenterebbe a
credere che degli esseri umani possano vivere cos.  una specie di formicaio.
Quelle abitazioni, sono state costruite per gente poverissima. Hanno stanze minuscole, tutte
uguali, tutte in fila. Gabbie per conigli, recinti, ma se guarda attentamente vedr anche i vicoli. Sono
dei cunicoli, in effetti, larghi quanto basta a permettere alle persone di rientrare in casa. Sul retro, le
abitazioni non hanno finestre. Le camere posteriori sono dei buchi neri, attaccate alla parte posteriore
dell'edificio alle spalle. Mi perdoni, le sto dicendo tutto questo per una buona ragione, come vedr. Le
stanze sono piccole, perch destinate ai poveri. Un tempo qualcosa come sette o otto individui
dividevano un'unica stanza. Poi, con l'andare degli anni, le famiglie sono state costrette a erigere dei
tramezzi, persino in quei locali angusti, per dividere le spese d'affitto con altri. E se nemmeno cos
riuscivano a pagare il padrone di casa, tornavano a dividere un'altra volta la stanza. Ricordo di aver
visto quei ripostigli bui suddivisi in quattro per ospitare altrettante famiglie. Lei non ci crede, signor
Banks, vero, che degli esseri umani possano vivere cos?
- Sembra davvero incredibile, ma se lei li ha visti di persona, tenente... - Quando la guerra
contro i giapponesi sar finita, signor Banks, prender in considerazione l'ipotesi di offrire i miei
servizi ai comunisti. Crede che sia imprudente parlare cos? Sono molti gli ufficiali che preferirebbero
combattere sotto il comando dei comunisti che sotto Chiang. Spostai il binocolo sulla fitta distesa di
squallidi tetti. Adesso vedevo che parecchi erano sfondati. Individuai anche i vicoli di cui aveva parlato
il tenente, lunghi corridoi che cucivano in lungo e in largo le varie abitazioni. - Ma questa non 
comunque una baraccopoli, - prosegu la voce del tenente. - Anche se i tramezzi eretti dagli inquilini
sono malsicuri, le strutture esterne, le gabbie in quanto tali, sono pur sempre in mattoni. Un elemento
cruciale, nel '32, durante l'attacco dei giapponesi, e altrettanto essenziale ora. - Posso capire, - dissi. -
Solidi recinti difesi da uomini armati. Una prospettiva non facile per i giapponesi, a dispetto delle armi
moderne. - Esatto. L'artiglieria giapponese, e persino la loro esperienza, contano poco niente quaggi. I
combattimenti avvengono con fucili, baionette, pistole, badili, mannaie da cucina. La settimana scorsa,
il fronte giapponese  stato in effetti ricacciato indietro. Lo vede quel fumo, signor Banks? Quella era
zona nemica non pi tardi di una settimana fa. Adesso per li abbiamo ricacciati indietro. - Ci sono
ancora dei civili laggi?
- Altroch. Potr non crederlo, ma persino in prossimit del fronte ci sono case tuttora abitate. Il
che rende le cose ancora pi difficili per i giapponesi. Non possono bombardare indiscriminatamente.
Sanno che le potenze occidentali li tengono d'occhio, e temono i costi di un atteggiamento spietato. -
Quanto possono reggere le truppe?
- E chi lo sa? Chiang Kai-shek potrebbe mandarci dei rinforzi. Oppure i giapponesi potrebbero
decidere di arrendersi e dislocarsi altrove, concentrarsi ad esempio su Nanchino e Chunking. Non 
affatto certo che non possiamo uscirne vittoriosi. Ma gli ultimi combattimenti ci sono costati molto
cari. Se vuole spostare il binocolo verso sinistra, signor Banks... Ecco, vede quella strada? S? Quella
strada  nota alla gente del posto con il nome di Vicolo dei Maiali. Negli ultimi giorni ci sono stati
scontri terribili in quella zona. Frattanto, ovviamente, abbiamo anche dovuto difendere il fronte oltre le
gabbie. - Da quass, non si direbbe che stia succedendo chiss che l sotto.
-  vero. Ma le assicuro che attualmente la situazione  gravissima, all'interno delle gabbie.
Glielo dico, signor Banks, vista la sua intenzione di andarci. Per un momento o due, continuai a
guardare dentro il binocolo in silenzio. Poi dissi: - Tenente, quella casa, quella in cui sono tenuti
prigionieri i miei genitori. Lei crede che sia possibile vederla da qui?
Mi sfior la spalla con una mano, ma io non allontanai il binocolo dagli occhi. - Vede, signor
Banks, quella torre diroccata sulla sinistra?
Sembra una scultura dell'Isola di Pasqua. Ecco, s, proprio quella.
Prosegua in linea retta verso le rovine di quel grande edificio nero sulla destra, il vecchio
opificio tessile, che segna il confine oltre il quale, questa mattina, i nostri hanno ricacciato i giapponesi.
La casa nella quale sono prigionieri i suoi genitori  grosso modo al livello di quella ciminiera alta alla
sua sinistra. Prosegua ancora in linea retta, senza allontanarsi dalle gabbie, e venga ancora un po' pi a
sinistra rispetto a dove ci troviamo noi ora. Ecco, cos... - Vuol dire accanto a quel tetto, quello con le
grondaie sporgenti che formano una specie di arco... - S, esatto. Naturalmente, non posso darglielo per
certo. Ma secondo le indicazioni che mi ha mostrato, la casa deve essere pi o meno l. Mi concentrai
col binocolo su quel tetto in particolare. Per un po' non potei fare altro che continuare a fissarlo, bench
mi rendessi conto che stavo trattenendo il tenente dall'adempimento del suo dovere. Alla fine fu lui a
parlare, e disse: - Chiss come  strano. Pensare che forse sta proprio osservando la casa che ospita i
suoi genitori. - S, infatti. E davvero un po' strano. -
Certo, potrebbe anche non essere quella la casa. La mia  soltanto un'ipotesi. Ma deve
comunque trovarsi molto vicina. A proposito della ciminiera alta che le ho mostrato, signor Banks. La
gente del posto la chiama la Fornace Orientale. Quella che vede invece molto pi vicino a noi, quasi in
linea retta con l'altra,  la Fornace Occidentale. Prima dei combattimenti, gli abitanti delle gabbie ci
bruciavano i loro rifiuti. Le consiglio, signore, di usare le fornaci come punti di riferimento quando sar
l dentro. Altrimenti  facile perdersi, per un forestiero. Guardi ancora una volta la ciminiera pi
lontana. E si ricordi che la casa che sta cercando  l nei pressi, direttamente a sud. Infine abbassai il
binocolo. - Tenente, lei  stato gentilissimo. Non so dirle quanto le sia grato. Anzi, se non la imbarazza,
vorrei il suo permesso per nominarla nel corso della cerimonia che avr luogo a Jessfield Park per
festeggiare la liberazione dei miei genitori. - Non credo che il mio aiuto sia stato particolarmente
significativo. Inoltre, signor Banks, non deve ritenere conclusa la sua missione. Da quass, il posto non
sembra molto lontano.
Ma dentro le gabbie, si combatte parecchio. Pur non essendo un militare, non le sar facile
spostarsi di casa in casa. E oltre alle due fornaci, sono rimasti ben pochi punti di riferimento chiari.
Inoltre dovr far uscire i suoi genitori e metterli in salvo. In altre parole, l'aspetta ancora un
compito poco incoraggiante. Ora, per, signor Banks, faremo meglio a tornare di sotto.  possibile che
gli uomini siano gi arrivati e attendano ordini. Quanto a lei, signor Banks, dovr cercare di essere di
ritorno prima di sera.  gi abbastanza infernale doversi muovere nelle gabbie alla luce del sole.
Col buio, sarebbe come vagare nel peggiore dei propri incubi. Se l'oscurit dovesse
sorprenderla, le consiglio di trovarsi un riparo sicuro e di aspettare con gli uomini fino al mattino.
Soltanto ieri, due dei miei si sono uccisi fra loro, tanto il buio li aveva disorientati. - Ho mandato a
memoria ogni sua parola, tenente. Ebbene, allora, scendiamo. Da basso, il capitano Ma stava parlando a
un soldato in uniforme tutta stracciata. Quest'ultimo non sembrava ferito, ma sicuramente confuso e
sconvolto. Il giapponese sulla sedia ora stava russando, come se si concedesse un pacifico sonnellino,
anche se non potei non notare che aveva vomitato ancora sul davanti della divisa. Il tenente scambi
alcune veloci battute con il capitano, prima di interrogare il soldato in uniforme stracciata. Poi si rivolse
a me e disse: - Abbiamo cattive notizie. Gli uomini non sono tornati. Due sono sicuramente rimasti
uccisi. Gli altri sono in trappola, ma ci sono buone speranze che riescano a cavarsela. Il nemico 
avanzato, sebbene temporaneamente, ed  piuttosto probabile che la casa in cui si trovano i suoi
genitori sia al di l delle loro linee. - In ogni caso, tenente, occorre che io proceda senza ulteriori
indugi. Senta, se gli uomini che mi ha promesso non sono tornati, forse, so che  chiedere molto, ma
forse vorrebbe essere cos gentile da scortarmi lei stesso. Francamente, signore, non riesco a
immaginare persona pi adatta ad assistermi in questa impresa. Il tenente ci pens su molto seriamente.
- Benissimo, signor Banks, - disse alla fine. - Far come dice. Ma dobbiamo affrettarci. Non dovrei
proprio lasciare la mia postazione.
Allontanarmene a lungo potrebbe avere conseguenze gravissime. Forn rapide istruzioni al
capitano e poi, aperto un cassetto della scrivania, prese ad estrarne una serie di oggetti che fece sparire
in tasca o si infil dentro la cintura. - Sar meglio che lei non porti un fucile, signor Banks. Ha per una
pistola? No? Allora, prenda questa.  tedesca, molto sicura. Dovr tenerla nascosta, e se incontriamo il
nemico non esiti a dichiararsi neutrale subito e con estrema chiarezza.
E adesso, se vuole seguirmi. Prendendo il fucile che stava appoggiato alla scrivania, si avvi
verso il buco scavato nella parete di fronte e vi sgattaiol dentro. Mi ficcai la pistola nella cintura, dove
rimaneva pi o meno nascosta dal lembo della giacca, e mi affrettai a seguirlo.
...
.
...
CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
.
Solo con il senno di poi, la prima parte di quel viaggio sembra relativamente facile. Allora,
mentre inciampavo dietro alla marcia spedita del tenente, di certo non mi appariva cos. I piedi
incominciarono presto a dolermi a causa delle macerie disseminate ovunque, e feci molta fatica a
eseguire le contorsioni necessarie per superare i vari buchi nei muri. Questi ultimi parevano non finire
mai; erano tutti pi o meno simili a quello dello scantinato sede del comando. Certi erano pi piccoli,
altri grandi abbastanza da far passare due uomini per volta; ma tutti indistintamente mostravano
margini irregolari e richiedevano un piccolo salto per poter essere scavalcati. Ben presto mi ritrovai
pressoch esausto; non ero ancora uscito da uno di quei fori che gi intravedevo il tenente davanti a me
sgusciare agile dentro al successivo. Non tutti i muri erano ancora intatti; qualche volta ci toccava farci
strada tra le macerie di almeno tre o quattro case, prima di imbatterci nel muro successivo. I tetti erano
per lo pi sfondati, spesso assenti del tutto, perci procedevamo alla piena luce del giorno - sebbene
qua e l certe improvvise ombre scure favorissero la possibilit di inciamparsi. Pi di una volta, prima
di abituarmi al terreno, infilai dolorosamente il piede tra due lastre di pietra tagliente o sprofondai fino
alla caviglia tra sfasciume e rottami. In simili circostanze era anche troppo facile dimenticare come
stessimo attraversando una zona che, non pi tardi di poche settimane prima, aveva ospitato centinaia
di persone. Anzi, avevo spesso l'impressione di muovermi non all'interno di un ex quartiere per
poverissimi, bens in una vasta, interminabile magione diroccata.
Ciononostante, di quando in quando mi balenava in mente il pensiero che tra le macerie sulle
quali camminavamo giacevano di sicuro cimeli di famiglia, giocattoli, oggetti semplicissimi ma carichi
di valore affettivo, e all'improvviso mi sentivo sopraffatto da un senso di collera nei confronti di chi
aveva permesso che un destino tanto terribile toccasse a tutti quegli innocenti. Tornai col pensiero agli
individui arroganti incontrati alla Concessione Internazionale, alle numerose prevaricazioni che
dovevano aver messo in atto per sfuggire alle proprie responsabilit per cos tanti anni, e a quel punto
mi invase una tale furia che provai l'impulso di chiamare il tenente, per dirglielo. In effetti il tenente
fin per fermarsi di sua spontanea volont e, mentre lo raggiungevo, disse: - Signor Banks, la prego, dia
una buona occhiata qui -. Mi stava indicando, poco a sinistra, una grossa costruzione cilindrica che,
sebbene coperta di polvere, era rimasta pi o meno intatta. - Ecco la Fornace Occidentale. Se guarda
lass, vedr la pi vicina delle due ciminiere che osservavamo prima dal tetto. La Fornace Orientale 
simile a questa, e rappresenter il nostro prossimo punto di riferimento chiave. Una volta che l'avremo
raggiunta, sapremo di essere molto vicini alla casa. Esaminai la fornace con attenzione. Dalla struttura
dell'edificio si ergeva una ciminiera di discrete proporzioni e, avvicinandomi un altro po' per guardare
in alto, vidi l'enorme bocca del camino svettare verso il cielo. Stavo ancora fissando a testa in su,
quando udii il mio compagno che diceva: - Prego, signor Banks. Dobbiamo proseguire.  importante
che portiamo a termine la missione prima del tramonto. Fu parecchi minuti dopo aver superato la
Fornace Occidentale che l'atteggiamento del tenente si fece di gran lunga pi cauto. Il suo passo
divent circospetto, e di fronte a ogni foro sporgeva il capo per controllare la situazione, imbracciando
il fucile e ascoltando intensamente, prima di procedere allo scavalcamento. Incominciai anche a notare
un numero crescente di sacchi di sabbia, o spire di filo spinato abbandonate in prossimit delle brecce
nei muri. Non appena udii la scarica di mitragliatrice, mi paralizzai di colpo, convinto di essere sotto il
tiro nemico. Poi per vidi il tenente dinanzi a me che continuava a marciare e, traendo un profondo
sospiro, avanzai alle sue spalle.
Infine, passai una breccia per ritrovarmi su uno spiazzo molto pi vasto. In effetti, date le
condizioni di estrema stanchezza in cui versavo, pensai di essere finito sulle rovine bombardate di una
di quelle vaste sale da ballo nelle quali mi avevano condotto alla Concessione. Poi invece mi resi conto
di aver messo piede su una superficie un tempo occupata da numerose stanze; i muri divisori erano
quasi del tutto spariti, cosicch la parete successiva si ergeva a una distanza di qualcosa come quindici
metri. L in fondo scorgevo una fila di sette o otto soldati, con la faccia rivolta al muro.
Dapprima li scambiai per prigionieri, poi per mi accorsi che ciascuno di essi stava in piedi di
fronte a un piccolo foro nel quale teneva inserita la canna del fucile. Il tenente aveva gi attraversato il
cortile ingombro di macerie e stava parlando a un uomo accucciato dietro una mitragliatrice montata su
un treppiede. L'arma era posizionata dinanzi al foro pi grande - quello che avremmo presto scavalcato
per proseguire il nostro percorso. Inoltre, mentre mi avvicinavo, notai che il perimetro del foro era stato
rivestito di filo spinato e che quest'ultimo riduceva l'apertura tanto da permettere solo le manovre della
mitragliatrice. In un primo tempo pensai che il tenente stesse chiedendo all'uomo di rimuovere
l'ostacolo al nostro attraversamento, ma poi mi accorsi di come tutti i presenti si fossero irrigiditi. Il
militare addetto alla mitragliatrice non aveva staccato gli occhi dal foro per tutto il tempo in cui il
tenente gli si era rivolto. E anche tutti gli altri soldati scaglionati lungo la parete restavano immobili e
tesi, concentratissimi su ci che vedevano oltre il muro. Una volta compreso il significato allarmante di
quella scena, provai l'impulso di fare dietrofront e scavalcare di nuovo la breccia precedente. Ma poi
vidi il tenente tornare verso di me e rimasi perci dov'ero. - C' un problema, - disse. - Qualche ora fa i
giapponesi sono riusciti ad avanzare un poco. Attualmente li abbiamo ricacciati riconquistando la linea
del fronte l dove si trovava questa mattina.
Tuttavia, sembra che alcuni soldati giapponesi non abbiano seguito la ritirata degli altri e si
trovino quindi dalla nostra parte del fronte. Ora sono completamente isolati e perci pericolosissimi.
Secondo i miei uomini, al momento sono dall'altra parte del muro. - Tenente, spero che non stia
suggerendo l'ipotesi di rimandare la nostra missione finch questa vicenda non sar risolta. -
Temo in effetti che dovremo aspettare, certo. - Ma per quanto?
-  difficile dirlo. Quei militari sono in trappola e alla fine potranno solo essere catturati o
uccisi. Nel frattempo per sono armati e molto pericolosi. - Sta dicendo che potremmo aspettare per
ore? O giorni, persino?
-  possibile. A questo punto proseguire sarebbe rischiosissimo. -
Tenente, mi sorprendo. Avevo avuto l'impressione che lei, come persona colta, fosse del tutto
consapevole dell'urgenza estrema della nostra missione. Di sicuro esiste un altro tragitto che possiamo
fare per evitare questi militari. - Altri percorsi ci sono, certo. Resta il fatto che, comunque si proceda,
saremo in grave pericolo. Purtroppo, signore, non vedo alternative all'attesa.  possibile che la
situazione si risolva in fretta. Mi scusi. Uno dei soldati presso il muro stava facendo segnali concitati,
perci il tenente si avvi tra le macerie per raggiungerlo. Proprio in quel momento tuttavia il
mitragliere lasci andare una scarica assordante di colpi, e quando ebbe finito si lev un lungo grido
dall'altra parte del muro. L'urlo incominci a piena gola per poi andare spegnendosi in uno strano
piagnucolio. Era un suono arcano dal cui ascolto fui come paralizzato. Solo quando il tenente si
precipit a tornare indietro per trascinarmi dietro un muro diroccato mi resi conto dei proiettili che
colpivano la parete alle mie spalle. Anche gli altri uomini lungo il muro ormai stavano sparando, e il
mitragliere procedette con un'ulteriore raffica di colpi.
L'autorevolezza della sua arma pareva zittire tutte le altre e in seguito, per quel che parve un
tempo indefinito, l'unico suono udibile proveniva dal ferito al di l del muro. I suoi lamenti acuti
proseguirono per parecchi minuti, prima che incominciasse a ripetere senza sosta qualcosa in
giapponese; di quando in quando il grido si riduceva a un sibilo acuto, per poi tornare a spegnersi in un
gemito. Quella voce disincarnata echeggiava fastidiosamente tra le rovine, ma i militari cinesi dinanzi a
me rimasero immobili, sempre concentratissimi sullo scenario al di l del muro. All'improvviso il
mitragliere si volse e vomit a terra accanto a s, prima di tornare a girarsi istantaneamente verso il
foro rivestito di filo spinato. Dal modo in cui lo fece, non era facile stabilire se il malessere avesse a
che fare con i suoi nervi, con la voce dell'uomo in agonia, o semplicemente con un disturbo di stomaco.
Infine, sebbene le postazioni fossero sempre le stesse, i militari si rilassarono visibilmente. Udii il
tenente dire accanto a me: - Come vede, signor Banks, procedere da qui non  affar semplice. Stavamo
bassi sulle ginocchia, e notai che il mio completo di flanella chiara era ormai interamente coperto di
polvere e sudiciume.
Impiegai qualche secondo a raccogliere le idee e poi dissi: - Comprendo quali siano i rischi.
Tuttavia dobbiamo procedere.
Soprattutto visti i combattimenti in corso, i miei genitori non devono restare in quella casa un
attimo pi del necessario. Posso suggerire di prendere questi uomini di scorta? Cos, se i giapponesi ci
attaccano, saremo pi forti. - Come ufficiale al comando della missione, non posso suffragare questa
tesi, signor Banks. Se gli uomini abbandonano le postazioni, il quartier generale diventer
estremamente vulnerabile.
Inoltre, metter inutilmente a repentaglio la vita dei soldati. Diedi in un sospiro di
esasperazione. - Devo dire, tenente, che i suoi uomini hanno fatto un lavoro piuttosto scadente
permettendo ai giapponesi di infiltrarsi oltre la linea del fronte. Se tutti i vostri avessero fatto il proprio
dovere, sono certo che questa situazione non si sarebbe verificata. - I miei uomini hanno combattuto
con valore encomiabile, signor Banks. Non  certo colpa loro se la sua missione risulta ostacolata, ora
come ora.
- Che intende dire, tenente. Che cosa vuole insinuare?
- La prego, si calmi, signor Banks. Le sto solo facendo notare che non  colpa dei miei uomini
se... - E allora di chi sarebbe la colpa? Io ho capito, sa, che cosa sta insinuando. Oh, s! So bene che lo
sta pensando da un po'. Mi chiedevo quando sarebbe saltato fuori. -
Signore, non ho la pi pallida idea... - So molto bene che cosa ha pensato per tutto questo
tempo, tenente. Glielo leggevo negli occhi.
Lei crede che sia tutta colpa mia, tutta questa sofferenza atroce, la devastazione, gliel'ho visto
in faccia poc'anzi. Ma  solo perch lei non sa nulla, praticamente nulla, signore, di tutto ci che
riguarda questa vicenda. Pu darsi che se la cavi abbastanza in materia di combattimenti, ma lasci che
le dica che risolvere un caso complicato come questo  un altro paio di maniche. E chiaro che lei non
ha la pi pallida idea di come si proceda. Ci vuole tempo per cose del genere, signore! Un caso come
questo, richiede grande delicatezza. Immagino che lei creda di poterlo aggredire con fucili e baionette,
giusto? C' voluto un po', lo ammetto, ma era inevitabile data la natura stessa del caso. Non so
nemmeno perch mi prendo la pena di dirle tutto questo.
Che ne pu capire lei, un semplice soldato?
- Signor Banks, non vedo perch litigare fra noi. Provo un sincero desiderio che lei riesca nella
sua impresa. Le sto solo dicendo che cosa  possibile... - La sua idea di ci che si pu o non si pu fare
mi interessa sempre meno, tenente. Se mi consente, trovo che lei faccia un pessimo servizio all'esercito
cinese. Devo concludere che ha intenzione di rimangiarsi la parola data? Che non intende
accompagnarmi oltre? Credo che sia cos. Mi si abbandona costringendomi a portare a termine il mio
arduo compito da solo.
Benissimo, proceder! Far irruzione in quella casa senza aiuto!
- Credo, signore, che farebbe meglio a calmarsi prima di affermare cose pi... - E c' dell'altro,
signore! Pu mettersi il cuore in pace: non intendo pi fare il suo nome alla cerimonia di Jessfield Park.
O quanto meno, se lo far, non sar in termini di encomio...
- La prego, signor Banks, mi ascolti. Se lei  deciso a proseguire, a dispetto del pericolo, io non
posso fermarla. Ma sar certamente pi al sicuro da solo. Con me, correrebbe il rischio di farsi sparare.
Mentre lei  un bianco in abiti civili. Se sar molto cauto, e si presenter con chiarezza a chiunque le
capiter di incontrare,  possibile che non subisca alcun danno. Naturalmente, vorrei rinnovarle la
raccomandazione di non muoversi da qui finch non sar tutto risolto, ma mi rendo ben conto, avendo
io stesso genitori anziani, di quale possa essere l'urgenza che la anima. Mi alzai scrollandomi di dosso
quanta pi polvere potevo. - Bene, io allora vado, - dissi impassibile. - In tal caso, signor Banks, la
prego di portarsi questa -. Mi stava porgendo una piccola torcia elettrica. - Il mio suggerimento, come
dicevo,  quello di fermarsi, se non riesce a raggiungere la destinazione prima che faccia buio. Ma a
quanto vedo dal suo atteggiamento attuale, credo che potrebbe voler proseguire comunque. Nel qual
caso, avr certamente bisogno della torcia. Le pile non sono nuovissime, perci veda di utilizzarla solo
lo stretto necessario. Infilai la torcia nella tasca della giacca, e lo ringraziai con un certo malgarbo, gi
pentito del mio sfogo. L'uomo in agonia non tentava pi di articolare parole e si limitava di nuovo a
urlare. Mi ero incamminato in direzione della sua voce, quando il tenente disse: - Non pu andare da
quella parte, signor Banks. Dovr dirigersi a nord per un tratto, e poi cercare di orientarsi nuovamente
verso la sua meta. Per di qua, signore. Per qualche minuto, mi scort lungo un sentiero perpendicolare a
quello che stavamo per imboccare. Giungemmo cos a un altro muro nel quale si apriva una breccia. -
Le conviene procedere in questa direzione per almeno mezzo miglio, prima di svoltare a est. Potrebbe
incontrare lo stesso dei soldati, di entrambe le parti. Ricordi quel che le ho detto. Tenga il revolver
nascosto, e si dichiari sempre neutrale. Se dovesse imbattersi in qualche abitante della zona, si faccia
dare istruzioni per raggiungere la Fornace Orientale. Le auguro buona fortuna, signore, e mi rammarico
di non poterla aiutare di pi.
Dopo aver proceduto in direzione nord per svariati minuti, notai che gli edifici apparivano meno
danneggiati. Il che, tuttavia, non rese pi agevole il mio percorso; essendoci meno tetti sfondati, ero
costretto a farmi bastare una luce assai pi precaria, avevo deciso di non utilizzare la torcia fino al calar
della sera, e spesso dovevo trovare la strada a tentoni prima di individuare un passaggio. C'erano,
chiss perch, molti pi cocci di vetro da quelle parti, oltre ad ampie zone sommerse d'acqua stagnante.
Pi volte mi capit di udire lo scalpiccio di nugoli di topi, e in una occasione pestai persino un cane
morto, ma non sentii mai rumori di combattimenti in corso. Fu a questo punto del viaggio che mi
ritrovai a pensare con insistenza crescente a Jennifer, seduta nella prefects room quel pomeriggio di
sole nel quale ci eravamo salutati - e pi in particolare all'espressione sul suo viso mentre mi rivolgeva
la strana promessa di aiutarmi quando fosse diventata grande. A un tratto, mentre brancolavo nella
penombra, mi attravers la mente l'assurda immagine della povera bambina che mi seguiva a fatica in
quel percorso spaventoso, decisa a tener fede alla promessa fatta, e fui invaso da un'ondata di emozione
che quasi mi port alle lacrime. Poi giunsi a un foro dentro a un muro al di l del quale vedevo solo
buio pesto, ma dal quale proveniva un insopportabile fetore di escrementi. Sapevo che, non volendo
deviare dal tragitto, avrei dovuto scavalcare la breccia ed entrare in quella stanza, ma non riuscii
proprio a sostenere il pensiero e tirai dritto. Tanta schizzinosit mi cost cara, perch non trovai altre
brecce per un buon tratto ed ebbi perci la sensazione di allontanarmi sempre di pi dal mio cammino.
Non appena si fece buio del tutto e io incominciai a usare la torcia, i segnali di vita aumentarono
intorno a me. Spesso, ad esempio, trovavo una cassettiera in buone condizioni, o un altarino, o persino
stanze complete di arredi quasi intatti, che davano l'impressione che la famiglia si fosse solo allontanata
temporaneamente. Ma accanto a luoghi del genere, scoprivo invece altre stanze distrutte o allagate.
Cresceva anche il numero dei cani randagi, bestie ossute che temevo potessero attaccarmi, ma
che invariabilmente si ritiravano uggiolando non appena le abbagliavo con il fascio di luce. Mi capit
di imbattermi in tre cani impegnati a strapparsi selvaggiamente qualcosa di bocca; estrassi la pistola,
convintissimo che si sarebbero avventati contro di me; ma persino quelle bestie mi osservarono passare
con sguardo mite, come se fossero giunte a rispettare la carneficina che un solo uomo era in grado di
scatenare. Non fui perci molto sorpreso quando incontrai la prima famiglia. A scovarla fu la luce della
torcia che stan le figure atterrite in un angolo buio: svariati bambini, tre donne, un vecchio.
Tutto intorno stavano i fagotti e gli attrezzi della vita di ogni giorno. Mi fissarono spaventati,
brandendo armi improvvisate, che abbassarono appena un poco in seguito al tono rassicurante delle mie
parole. Cercai di informarmi se mi trovavo nei pressi della Fornace Orientale, ma quelli mi restituirono
solo degli sguardi smarriti. Mi imbattei in altre tre o quattro famiglie analoghe nelle abitazioni vicine;
era sempre pi facile utilizzare porte d'ingresso anzich fori nei muri per entrare nelle case, ma non ne
trovai nessuna in grado di fornirmi una risposta. Infine, entrai in un locale pi ampio, il fondo del quale
era immerso nel chiarore rossastro di una lanterna. C'erano tante persone ammassate tutto intorno, di
nuovo, per lo pi donne e bambini con qualche uomo anziano. Avevo incominciato a pronunciare le
consuete parole rassicuranti, quando percepii qualcosa di strano nell'atmosfera e, bloccatomi, misi
invece mano alla pistola. I loro visi mi fissarono dal bagliore della lanterna. Ma quasi subito lo sguardo
di tutti torn a rivolgersi all'angolo in fondo dove grosso modo una dozzina di bambini si accalcava
intorno a qualcosa che stava per terra. Alcuni di quei bambini punzecchiavano con dei bastoni la
sagoma indistinta, e allora mi accorsi che anche molti degli adulti brandivano armi improprie, tipo
vanghe affilate o mannaie da cucina.
Era come se avessi interrotto un rituale macabro, e il mio primo impulso fu quello di passare
oltre. Forse dipese dal rumore che sentii, o forse si tratt di una sorta di sesto senso; sta di fatto che mi
ritrovai, pistola in pugno, ad avanzare verso il cerchio dei bambini. Questi ultimi parevano opporre
resistenza a mostrare quel che nascondevano, ma a poco a poco le loro ombre fecero largo. Allora vidi
nella fioca luce rossa la sagoma di un soldato giapponese sdraiato immobile a terra. Aveva le mani
legate dietro la schiena; anche i piedi erano legati. Teneva gli occhi chiusi, e scorsi una chiazza scura
che gli inzuppava l'uniforme allargandosi da un punto sotto l'ascella.
Faccia e capelli erano coperti di polvere e macchiati di sangue.
Ciononostante, non ebbi problemi a riconoscere Akira. I bambini erano tornati a radunarsi in
cerchio, e un ragazzo pungol il corpo di Akira con un bastone. Ordinai loro di farsi indietro, agitando
il revolver e finalmente i bambini si ritrassero un poco, osservandomi con molta attenzione. Gli occhi
di Akira rimasero chiusi, mentre io passavo in rassegna il suo corpo. L'uniforme era strappata sulla
schiena, fino a rivelare un tratto di pelle nuda, come se l'avessero trascinato fin l.
La ferita sotto il braccio doveva essere stata prodotta da una granata.
Si notavano un gonfiore e un taglio all'altezza della nuca. Ma era talmente coperto di lerciume,
e la luce era tanto bassa, da rendere difficile determinare la gravit delle lesioni. Quando gli puntai
addosso la torcia, piovvero ombre scure da ogni dove, rendendo ancor pi arduo vedere con chiarezza.
Poi, dopo che l'ebbi esaminato per qualche minuto, finalmente apr gli occhi. - Akira! - esclamai,
avvicinando la mia faccia alla sua. - Sono io. Christopher.
Ma mi resi conto che, con la luce alle spalle, gli sarei apparso come nient'altro che una figura
minacciosa. Perci tornai a pronunciare il suo nome, questa volta indirizzando la torcia verso la mia
faccia.  possibile che questo gesto non sortisse altro effetto che quello di conferirmi l'aspetto di
un'apparizione terrificante, perch Akira si contorse in una smorfia, prima di sputarmi addosso carico
di disprezzo.
Non potendo far conto su molta energia, la saliva si limit a colargli sulla guancia.
- Akira! Sono io! Che fortuna trovarti cos! Ora posso aiutarti. Lui mi guard e disse: - Lasciami
morire. - Tu non stai morendo, vecchio mio. Hai perso un po' di sangue, e di recente devi aver passato
un brutto momento. Ma adesso ti faremo curare come si deve, e vedrai che andr tutto a posto. -
Maiale. Maiale. - Maiale?
- Tu. Maiale -. Mi sput di nuovo addosso, e di nuovo la bava gli col di bocca senza slancio. -
Akira.  chiaro che non hai ancora capito chi sono. - Lasciami morire. Morire come soldato. - Akira,
sono io. Christopher. - Io non conosco. Tu maiale. - Senti, lascia che ti levi queste corde. Poi starai
molto meglio. E presto tornerai in te. Mi guardai alle spalle, pensando di chiedere un attrezzo con cui
liberargli mani e piedi. Allora vidi che i presenti si erano raccolti poco dietro di me, molti brandendo
armi di qualche tipo, come se posassero per una lugubre foto di gruppo. La visione mi colse alla
sprovvista; per un attimo mi ero dimenticato di loro, e mi tastai addosso per cercare la pistola. Ma
proprio in quella, Akira disse con recuperata energia: - Se tagli cordino, ti uccido. Avvisato, okay,
inglese?
- Ma cosa dici? Stammi a sentire, idiota, sono io, il tuo amico. Voglio aiutarti. - Tu maiale. Tu
tagli cordino, io uccido. - Senti, questa gente uccider te prima. E comunque, presto ti si infetteranno le
ferite. Devi permettermi di aiutarti. All'improvviso due delle donne cinesi si misero a gridare. Una
pareva rivolgersi a me, mentre l'altra strillava qualcosa al resto della folla. Per un attimo regn una gran
confusione, poi un ragazzo di una decina d'anni emerse dal gruppo brandendo un falcetto. Mentre
avanzava nella luce, intravidi un brandello di pelo - forse i resti di un ratto, penzolante dalla punta della
lama ricurva. Mi colp con quanta cura il ragazzo tenesse il falcetto in modo da non lasciar cadere la
preziosa offerta, ma poi la donna che aveva urlato contro di me afferr l'attrezzo e il trofeo cadde a
terra. - Ascoltatemi bene, - dissi rizzandomi rivolto alla folla. - Avete commesso un errore. Questo  un
brav'uomo.  mio amico. Amico. La donna torn a gridare, indicandomi di farmi di lato. - Ma non 
vostro nemico, - proseguii. -  un amico.
Mi deve aiutare. Deve aiutarmi a risolvere il caso. Sollevai la pistola e la donna si fece
indietro. Frattanto, gli altri vociavano tutti insieme e un bambino scoppi a piangere. Allora un vecchio
fu spinto avanti da una ragazza che lo teneva per mano. - Io parlo inglese, - disse il vecchio. - Be',
grazie al cielo, - dissi. - Le dispiacerebbe dire a tutti i presenti che quest'uomo  mio amico? E che deve
aiutarmi?
- Lui. Soldato giapponese. Lui ucciso Zia Yun. - Sono sicuro di no. Non lui personalmente.
- Lui ucciso e rubato. - Ma non quest'uomo. Questo  Akira. Qualcuno ha forse sorpreso proprio
quest'uomo nell'atto di uccidere o di rubare?
Non senza riluttanza, il vecchio si volse a bofonchiare qualcosa. Le sue parole scatenarono altre
proteste, e un'altra arma, questa volta una vanga affilata, venne fatta passare e afferrata da una delle
donne della prima fila. - Ebbene? - chiesi al vecchio. - Non ho ragione?
Nessuno ha visto Akira commettere personalmente alcun male. Il vecchio scosse il capo, forse
in segno di dissenso, o forse per indicare che non aveva capito. Alle mie spalle, Akira emise un suono e
io mi volsi verso di lui. - Lo vedi? Meno male che sono arrivato. Ti hanno scambiato per qualcun altro,
e vogliono ucciderti. Per l'amor del cielo, non sai ancora chi sono? Akira! Sono io, Christopher.
Distolsi lo sguardo dalla folla, e volgendomi del tutto verso di lui, mi illuminai la faccia con la
torcia una seconda volta. Quando la spensi, vidi finalmente i primi segnali di riconoscimento sul suo
viso. -
Christopher, - disse, quasi a mo' di esperimento. - Christopher.
- S, sono io. Davvero. Sono passati tanti anni. E sono arrivato appena in tempo, a quanto pare. -
Christopher. Mio amico. Sollevandomi, lanciai un'occhiata alla folla, e feci cenno di avvicinarsi a un
ragazzino che teneva in mano un coltello da cucina. Quando gli sfilai di mano il coltello, la donna che
brandiva il falcetto si accost con fare minaccioso, ma io levai la pistola e le intimai di tenersi a
distanza. Poi, inginocchiandomi ancora vicino ad Akira, mi diedi da fare a liberarlo. Credevo che Akira
avesse parlato di cordino a causa del suo inglese incerto, ma a quel punto mi accorsi che era davvero
stato legato con dello spago comune che cedette al primo colpo di lama.
- Diglielo, - esclamai rivolgendomi al vecchio, mentre la mano di Akira si liberava. - Di' loro
che lui  mio amico. E che intendiamo risolvere il caso insieme. Di' che hanno commesso un terribile
errore. Avanti, diglielo!
Mentre mi occupavo dei piedi di Akira, udivo il vecchio borbottare qualcosa e altre proteste
levarsi dalla piccola folla. Poi Akira si rizz a sedere con cautela e mi guard. - Mio amico,
Christopher, - disse. - S, noi, amici. Percepii la folla in avvicinamento e scattai in piedi. Forse
nell'ansia per il mio amico, urlai con tono esageratamente stridulo: - Che nessuno di voi si avvicini!
Altrimenti sparo, giuro che lo faccio! - Poi, rivolgendomi al vecchio, gridai: -
Digli di stare indietro! Digli di stare indietro se non vogliono che finisca male!
Non so che cosa tradusse il vecchio. Comunque, l'effetto su quella gente, di cui peraltro avevo
di gran lunga sopravvalutato la belligeranza, fu di confusione totale. Una met di loro parve
convincersi che li volessi schierati contro la parete di sinistra, mentre il resto credette che avessi
ordinato di sedersi a terra. Erano tutti indistintamente allarmati dal mio comportamento, e nell'ansia di
collaborare inciampavano gli uni sugli altri e urlavano in preda al panico. Akira, rendendosi conto di
dover cogliere il momento propizio, fece un tentativo di mettersi in piedi. Lo sollevai per un braccio e
per un istante ci rizzammo insieme vacillando. Fui costretto a rimettere la pistola nella cintura per
liberare l'altra mano, poi tentammo di muovere un paio di passi cos abbracciati.
Dalla ferita proveniva un fetore di marcio, ma allontanando il pensiero dalla mente, urlai rivolto
alla folla, senza pi curarmi di quanti potessero capire: - Ve ne accorgerete prestissimo. Vi accorgerete
di aver commesso un errore!
- Christopher, - mi sussurr Akira all'orecchio. - Mio amico Christopher. - Senti, - gli dissi a
bassa voce. - Dobbiamo andarcene da questa gente. Vedi la porta nell'angolo laggi? Credi di essere in
grado di farcela?
Appoggiandosi pesantemente sulla mia spalla, Akira scrut nell'oscurit.
- Okay. Andiamo. Le gambe non parevano lese e procedemmo abbastanza spediti. Ma dopo sei
sette passi insieme, Akira inciamp e per un attimo, volendo evitare di crollare in un unico mucchio,
dovemmo apparire alla folla dei presenti come due uomini impegnati in un corpo a corpo. Ma
riuscimmo a escogitare un'altra postura e riprendemmo a camminare. A un certo punto, un ragazzetto ci
corse di fronte per tirarci addosso un pugno di fango, ma fu subito ripescato e tirato indietro. Poi Akira
e io raggiungemmo la soglia, la porta in s era scomparsa, e la varcammo barcollando nella casa
adiacente.
...
.
...
CAPITOLO VENTESIMO.
.
Dopo aver superato due ulteriori pareti e aver constatato che ancora nessuno ci seguiva, mi
concessi finalmente la gioia di aver ritrovato il mio vecchio amico. Mi sorpresi ripetutamente a ridere
mentre ci allontanavamo vacillando; poi anche Akira diede in una risata, e gli anni trascorsi parvero
dissolversi tra noi. - Quanto tempo  passato, Akira? Eh? Quanto tempo... Procedeva a fatica al mio
fianco, ma riusc a replicare: - Tanto tempo, s. - Sai una cosa? Sono tornato. Alla vecchia casa.
Immagino che la tua sia ancora l accanto. - S. Accanto. - Oh, ci sei stato anche tu? Ma che
dico, tu ci sei da sempre. A te non deve sembrare nulla di speciale. - S, - replic. - Tanto tempo.
Accanto. Mi fermai con lui e lo feci sedere sulle rovine di un muro. Poi, sfilandogli con cautela la
giacca logora dell'uniforme, esaminai di nuovo le sue ferite, usando la torcia e la mia lente di
ingrandimento.
Ciononostante non fui in grado di accertare granch; avevo temuto che la lesione sotto l'ascella
fosse in cancrena, ma a quel punto pensai che il fetore potesse anche provenire dal tessuto lurido della
divisa, considerato il luogo dove era stato sdraiato. D'altra parte, notai che Akira scottava in modo
preoccupante e che era in un bagno di sudore. Mi tolsi la giacca e ne strappai varie strisce di stoffa da
usare come bende. Poi feci del mio meglio per ripulire la ferita con il fazzoletto. Bench cercassi di
eliminare il pus il pi delicatamente possibile, le sue violente inspirazioni tradivano la sofferenza che
gli procuravo.
- Scusami, Akira. Cercher di avere pi garbo. - Garbo, - disse lui, come riflettendo tra s sulla
parola. Poi, con un improvviso scoppio di risa, aggiunse: - Tu aiuti me. Grazie. - Ma certo che ti aiuto.
E tra poco avrai anche cure adeguate. Cos ti rimetterai in brevissimo tempo.
Prima per, toccher a te aiutarmi. Ci aspetta un compito importantissimo, e tu ne
comprenderai l'urgenza meglio di chiunque altro. Devi sapere, Akira, che l'ho trovata alla fine. La casa
nella quale sono tenuti prigionieri i miei genitori. Ci siamo molto vicini anche adesso. Sai, vecchio mio,
per un momento ho temuto di doverci entrare da solo. L'avrei fatto, ma sarebbe stato davvero tanto
rischioso. Dio solo sa quanti rapitori ci siano l dentro. In un primo tempo avevo pensato di farmi
aiutare da alcuni militari cinesi, ma non  stato possibile. Ho persino considerato l'ipotesi di chiedere
aiuto ai giapponesi. Ma adesso, ci siamo noi due, e insieme ce la faremo, non ho dubbi. Frattanto avevo
continuato a tentare di legargli le bende improvvisate intorno al torso e al collo, in modo che
esercitassero una certa pressione sulla ferita. Akira mi osservava attentamente, e quando smisi di
parlare, sorrise e disse: - S. Io aiuto. Tu aiuti me. Bravo. - Per devo confessarti una cosa, Akira. Mi
sono un po' perso. Me la stavo cavando piuttosto bene, fino a poco prima di incontrarti. Ora invece non
so proprio da che parte andare. Dobbiamo metterci in cerca di un posto chiamato Fornace Orientale. Un
edificio grande con una ciminiera. Chiss, vecchio mio, se per caso sai dove possiamo trovarla. Akira
continuava a guardarmi, il petto squassato da ripetuti sussulti. Quando lo sguardo mi cadde su di lui,
all'improvviso mi ricordai di tutte le volte in cui eravamo stati seduti uno accanto all'altro sulla collina
in giardino, a riprendere fiato. Stavo per comunicarglielo, ma lui disse: - Io conosco. Io conosco quel
posto. - Sai come andare alla Fornace Orientale? Da qui? Annu. - Io combatto qui tante tante
settimane.
Qui, io conosco come, - e si illumin in un sorriso, - come mio paese.
Anch'io sorrisi, ma quel commento mi aveva lasciato perplesso. - Di quale paese parli?
- Mio paese. Dove io nato. - Vuoi dire la Concessione?
Akira si zitt per un attimo, prima di dire: - Okay. S. Concessione.
Concessione Internazionale. Dove io nato. - S, - replicai io. -
Suppongo sia anche il mio, di paese. Scoppiammo a ridere entrambi, e continuammo per
qualche secondo a sghignazzare, forse un po' senza controllo. Quando ci fummo pressoch calmati,
dissi: - Voglio dirti una cosa strana, Akira. A te posso dirla. In tutti questi anni in cui sono vissuto in
Inghilterra, non mi ci sono mai sentito del tutto a mio agio. La Concessione Internazionale, invece, sar
sempre casa mia. - Ma Concessione Internazionale... - Akira scosse la testa. -
Molto fragile. Domani, dopodomani... - agit una mano nell'aria. - So cosa intendi, - dissi. - E
dire che quando eravamo piccoli, ci pareva cos stabile. Ma come hai appena detto tu: resta il nostro
paese. L'unico che abbiamo. Incominciai a rimettergli addosso l'uniforme, usando ogni cura per non
farlo soffrire inutilmente. - Va un po' meglio, Akira? Mi dispiace di non poter fare di pi al momento.
Ti far medicare come si deve al pi presto. Ora per abbiamo un compito importante da svolgere.
Dimmi da che parte dobbiamo andare. L'avanzata fu lenta. Mi era difficile tenere la torcia puntata
davanti a noi e perci spesso inciampavamo nel buio, con grande sofferenza di Akira. Pi di una volta,
anzi, durante il tragitto, il mio amico rischi di perdere i sensi, mentre il peso intorno alle mie spalle si
faceva quasi insopportabile. Anch'io d'altra parte avevo i miei guai; per colmo della sfortuna, la scarpa
destra mi si era squarciata cosicch avevo un brutto taglio nel piede che mi procurava un dolore
pungente a ogni passo. A tratti eravamo talmente esausti da non poter procedere per pi di una dozzina
di passi per volta. Ma decidemmo in quelle occasioni di non sederci, rimanendo perci ad annaspare
barcollanti, nel tentativo di risistemare il carico dei pesi per trarre sollievo da un dolore a scapito di un
altro. L'odore acre della sua ferita aument e l'incessante scalpiccio di topi tutto intorno metteva a dura
prova i nostri nervi, sebbene per il momento non udissimo alcun rumore di combattimenti. Feci quanto
potevo per tenerci su di morale, esibendomi in battute spensierate ogni volta che avevo abbastanza fiato
per farne.
In verit, per, i sentimenti che provavo rispetto al nostro recente incontro erano, in quei
momenti, di natura incerta. C'era di sicuro una profonda riconoscenza nei riguardi del destino che
aveva voluto riportarci insieme per affrontare la nostra grande impresa. Al tempo stesso per, una parte
di me provava tristezza al pensiero che quell'incontro - al quale avevo pensato cos a lungo - dovesse
aver luogo in circostanze tanto spiacevoli. Di sicuro esisteva una gran differenza rispetto alle scene
sulle quali da sempre fantasticavo: noi due seduti nell'atrio accogliente di un hotel, o magari sulla
veranda di casa di Akira, di fronte a un giardino tranquillo, a parlare e ricordare per ore e ore.
Frattanto il mio amico, a dispetto di tutte le difficolt, conservava un perfetto senso
dell'orientamento. Capit pi volte che mi conducesse in vicoli che temevo potessero rivelarsi ciechi,
ma alla fine appariva sempre una porta, una breccia. Di quando in quando incontrammo altri civili, in
alcuni casi null'altro che presenze percepite nell'oscurit; altri si radunavano intorno al bagliore di una
lanterna o di un fuoco, e fissavano Akira con tale ostilit da farmi temere che potessero aggredirlo di
nuovo. Ma per lo pi ci venne concesso di passare oltre senza essere molestati e a un certo punto riuscii
persino a convincere una vecchia a darci dell'acqua da bere in cambio delle ultime banconote che avevo
in tasca. Poi lo scenario mut radicalmente. Niente pi spazio alla vita domestica; le uniche persone
nelle quali ci imbattevamo erano individui isolati dall'aria derelitta, che farfugliavano e gemevano tra
s e s. Non rimaneva neanche una porta, solo brecce nei muri dello stesso tipo di quella che avevamo
superato il tenente e io all'inizio del viaggio. Ciascuna di esse rappresentava per noi una notevole
difficolt, dal momento che Akira non era in condizioni di scavalcarle, nemmeno avvalendosi del mio
aiuto, senza procurarsi sofferenze atroci. Da un pezzo ormai avevamo rinunciato a ogni tipo di
conversazione e ci limitavamo ad emettere grugniti al ritmo dei nostri passi, quando all'improvviso
Akira si blocc e sollev la testa. Allora anche a me parve di udire una voce, qualcuno che impartiva
degli ordini. Era difficile stabilire quanto fosse vicina - forse a due o tre edifici di distanza. -
Giapponesi? - domandai in un sussurro. Akira continu ad ascoltare, poi scosse il capo. - Kuomintang.
Christopher, noi adesso molto vicini a... - Al fronte?
- S, fronte. Noi adesso molto vicini fronte. Christopher, questo molto pericoloso. -  proprio
indispensabile attraversare questa zona per raggiungere la casa?
- S, necessario. Ci fu un'improvvisa scarica di fucile seguita, in lontananza, dalla risposta di
una mitragliatrice. D'istinto ci stringemmo pi forte, poi per Akira si liber e si sedette. -
Christopher, - disse. - Noi riposiamo adesso. - Ma dobbiamo arrivare alla casa. - Noi riposiamo
adesso. Troppo pericolo andare in zona di guerra con buio. Noi uccisi. Dobbiamo aspettare fino
mattina. Mi rendevo conto che aveva ragione e comunque eravamo entrambi troppo sfiniti per
proseguire. Mi sedetti anch'io e spensi la torcia. Restammo cos nell'oscurit per un poco, circondati da
un silenzio rotto soltanto dal nostro respiro. Poi d'improvviso gli spari ricominciarono con rinnovata
ferocia per forse un minuto. Cessarono di colpo, e dopo un altro breve intervallo di quiete un rumore
misterioso si lev dalle mura. Era un suono prolungato e sottile, come il richiamo di un animale
selvaggio, ma si concluse in un grido profondo. Poi fu la volta di strilli e singhiozzi, e infine il ferito
prese a gridare frasi articolate. Assomigliava parecchio al soldato giapponese agonizzante che avevamo
ascoltato poco prima e, data la mia stanchezza estrema, pensai che potesse trattarsi dello stesso uomo;
stavo per far notare ad Akira quale atroce disgrazia si fosse abbattuta su quell'individuo, quando mi
accorsi che urlava in mandarino e non in giapponese. Realizzare che si trattava di due persone diverse
mi raggel il sangue. Erano talmente identici i loro lamenti penosi, il modo in cui le grida si
trasformavano in suppliche disperate per poi fondersi ancora nell'urlo, da farmi pensare che quel
tormento fosse ci a cui ciascuno di noi sarebbe andato incontro nel cammino verso la morte, che quei
rumori terribili fossero universali come il pianto di ogni neonato. Dopo un po', mi resi conto che se il
combattimento avesse dovuto estendersi fino al locale che ci ospitava, ci avrebbe sorpresi in una
posizione assolutamente esposta. Ero sul punto di suggerire ad Akira di spostarci in un luogo pi
riparato, ma mi accorsi che si era addormentato. Accesi di nuovo la torcia e illuminai con prudenza lo
spazio tutto intorno. Considerate le circostanze, il livello di distruzione attorno era grave. Riconobbi i
danni di granate, fori di proiettili dovunque, macerie e sfasciume. A non pi di cinque o sei metri da
noi, in mezzo alla stanza, c'era il cadavere riverso di un bufalo indiano; era coperto di polvere e
calcinacci, con un corno puntato verso il tetto. Continuai a spostare il fascio di luce finch non ebbi
passato in rassegna tutti i varchi dai quali potevano fare irruzione i combattenti. Ma soprattutto, sul lato
opposto del locale, oltre il bufalo, scoprii una piccola nicchia in mattoni, che forse un tempo era servita
da stufa o da caminetto. La giudicai il luogo pi sicuro nel quale trascorrere la notte. Scrollando Akira
per svegliarlo, mi passai il suo braccio intorno al collo, e ci mettemmo in piedi tutti e due non senza
dolore. Una volta raggiunta la nicchia, la liberai di un po' di macerie e ripulii alcune assi di legno liscio
sufficienti a ospitare entrambi. Distesi a terra la mia giacca per Akira e con delicatezza ve lo adagiai
dalla parte non ferita. Poi mi coricai anch'io e attesi il sonno. Ma bench fossi stanchissimo, le grida
incessanti dell'uomo in agonia, il terrore di essere coinvolti nei combattimenti e il pensiero del compito
importantissimo che ci attendeva mi impedirono di abbandonarmi. Anche Akira, da quel che capivo,
rimase sveglio e quando infine lo sentii rizzarsi a sedere, gli chiesi: - Come va la ferita?
- Mia ferita? Niente problema, niente problema. - Fammela vedere... -
No, no. Niente problema. Ma grazie. Tu buon amico. Sebbene fossimo a meno di una spanna
di distanza, non riuscivamo affatto a vederci. Dopo una lunga pausa, lo sentii dire: - Christopher. Tu
devi imparare parlare giapponese. - S, devo proprio.
- No, dico adesso. Tu impari giapponese adesso. - Be', amico mio, a dirla schietta non mi pare
che siamo nelle condizioni ideali per... -
No. Tu devi imparare. Se soldato giapponese viene qui mentre io dormo, tu devi dire. Dire tu
sei mio amico. Devi dire, o se no loro ti sparano in buio. - S. Capisco che cosa vuoi dire. - Cos tu
impari. In caso io dormo. O io morto. - Ehi, senti un po', non voglio sentire di queste sciocchezze.
Tornerai sano come un pesce in un batter d'occhio. Ci fu un'altra pausa, e io ricordai come anni
addietro Akira non riuscisse a comprendermi quando utilizzavo certi colloquialismi. Perci dissi,
piuttosto lentamente: - Ti rimetterai perfettamente. Mi capisci, Akira? Ci penser io. Tu guarirai presto.
- Molto gentile, - disse lui. - Ma precauzione  meglio. Devi imparare a dire. In giapponese. Se viene
soldato giapponese. Io insegno parola. Tu ricordi. Incominci a dire qualcosa nella sua lingua, ma
erano frasi troppo complesse e lo fermai. - No, no, non ce la far mai. Deve essere molto pi breve.
Giusto per chiarire che noi non siamo il nemico. Ci pens su un momento, poi pronunci una frase
appena pi corta di prima. Feci un tentativo, ma quasi subito lui mi disse: - No, Christopher. Cos
errore.
Dopo alcuni ulteriori tentativi, dissi: - Senti, non serve. Devi darmi una sola parola. La
traduzione di amico. Per questa sera non posso rischiare nulla di pi. - Tomodachi, - fece lui. - Tu
dici.
To-mo-da-chi. Ripetei la parola pi volte a mio giudizio in modo perfettamente accurato, ma a
quel punto mi resi conto che Akira stava ridendo nel buio. Finii per unirmi alla sua risata e, proprio
come avevamo fatto prima, incominciammo tutti e due a ridere sgangheratamente. Continuammo cos
per la durata di un buon minuto, dopodich credo di essermi addormentato del tutto all'improvviso.
Quando mi svegliai, le prime luci dell'alba filtravano nella stanza. Era un chiarore tenue, azzurrino,
come se solo il primo strato di tenebra fosse stato rimosso. L'uomo morente si era ammutolito, e da un
luogo indistinto proveniva il canto di un uccello.
Vedevo finalmente che il tetto sopra le nostre teste era per lo pi sfondato, cosicch dal punto
in cui giacevo, con una spalla appoggiata contro la parete dura, nel cielo del mattino si scorgevano le
stelle.
Un movimento attrasse il mio sguardo e mi misi a sedere allarmato.
Adocchiai tre o quattro ratti che si muovevano lesti intorno al cadavere del bufalo, e restai a
fissarli per qualche minuto. Solo allora mi volsi in direzione di Akira, spaventato da ci che potevo
constatare. Stava immobile accanto a me, pallidissimo, ma notai con sollievo che aveva il respiro
regolare. Trovai la lente d'ingrandimento e presi ad esaminargli con delicatezza la ferita, ottenendo
soltanto lo scopo di svegliarlo. - Sono solo io, - bisbigliai mentre lui si rizzava a fatica, guardandosi
intorno. Sembrava Impaurito e confuso, poi per parve ricordare ogni cosa e gli pass nello sguardo un
lampo di ottusa durezza. - Sognavi? - gli chiesi. Annu. - Si. Sognavo. - Di un posto migliore di questo,
mi auguro, - dissi ridendo. - Si -. Diede un sospiro, e aggiunse: - Sognavo di quando bambino.
Tacemmo per un minuto. Poi dissi: - Deve essere stato un duro colpo. Lasciare il mondo che stavi
sognando e risvegliarti in questo. Stava ancora fissando la testa del bufalo che sporgeva tra le rovine. -
S, - disse alla fine. - Sogno di quando io bambino. Mia madre, mio padre. Io bambino. - Ti ricordi,
Akira. Quanti giochi facevamo insieme? Sulla collina, nel nostro giardino? Ti ricordi, Akira?
- S. Ricordo. - Sono ricordi bellissimi. - S. Ricordi bellissimi. -
Abbiamo avuto dei giorni meravigliosi, - dissi. - Allora non sapevamo, ovviamente, quanto
fossero meravigliosi. Nessun bambino lo sa mai, immagino. - Io ho figlio, - disse Akira all'improvviso.
- Maschio.
Cinque anni. - Davvero? Vorrei conoscerlo. - Io perso foto. Ieri.
L'altro ieri. Quando ferito. Perso foto. Di figlio. - Ascolta, vecchio mio, non te la prendere. Tra
pochissimo potrai rivedere tuo figlio.
Continu a fissare il bufalo per un po'. Il movimento improvviso di un ratto sollev un nugolo
di mosche che di l a poco torn a posarsi sull'animale. - Mio figlio. Lui in Giappone. - Oh, l'hai
mandato in Giappone? Mi sorprende. - Mio figlio. In Giappone. Se io muoio, tu dici, prego. - Gli
dovrei dire che sei morto? Scusami, ma non posso farlo. Perch tu non morirai. Non per ora, almeno. -
Tu dici. Io morto per patria. Tu dici, lui deve essere buono con madre. Proteggerla. E costruire mondo
bello -. Ormai si limitava quasi a bisbigliare.
Lottando per trovare le parole in inglese. E per trattenersi dal pianto.
- Costruire mondo bello, - ripet, muovendo intorno la mano come uno stuccatore nell'atto di
lisciare una parete. Con lo sguardo sognante seguiva il proprio gesto. - S. Costruire mondo bello. - Da
bambini, - dissi, - abitavamo in un mondo bello. Ma per questi bambini, quelli che si incontrano qui,
deve essere atroce scoprire tanto presto l'orrore della vita vera.
- Mio figlio, - disse Akira, - lui cinque anni. Lui non sa niente, niente. Lui pensa il suo mondo
bello. Gente, buona. Lui ha giocattoli.
Madre, padre. - Dovevamo essere cos anche noi. Ma non  tutto negativo, credo -. Mi sforzavo
come potevo di combattere lo sconforto che si stava abbattendo sul mio amico. - In fondo, quando
eravamo piccoli e le cose si sono messe male, non potevamo fare granch per rimediare. Mentre adesso
che siamo adulti, possiamo. Questo  il punto, capisci? Guardaci qua, Akira. Dopo tutto questo tempo,
possiamo finalmente rimediare. Ti ricordi, amico mio, come giocavamo allora? Senza mai stancarci? Ti
ricordi che giocavamo ai detective in cerca di mio padre? Ora siamo cresciuti, e possiamo rimettere le
cose a posto alla fine. Akira non parl per un pezzo. Poi disse: - Quando mio figlio. Quando lui scopre
mondo non bello. Io voglio... - Si interruppe, forse per il dolore o forse perch non riusciva a trovare la
parola per dirlo. Disse qualcosa in giapponese, e poi prosegu: - Voglio io insieme a lui. Per aiutare.
Quando lui scopre.
- Senti un po' qua, scimmione, - replicai, - queste sono idiozie e basta. Presto rivedrai tuo figlio,
te lo assicuro. E quanto alla storia di come apparisse bello il mondo quando eravamo piccoli... ebbene,
sono sciocchezze anche quelle, in un certo senso.  solo che gli adulti ci portavano per mano. Non 
giusto diventare troppo nostalgici riguardo all'infanzia. - No-stal-gi-ci, - disse Akira, come se fosse
quella la parola che aveva disperatamente cercato. Poi ne pronunci una in giapponese, forse la
traduzione di nostalgici. - No-stalgi-ci.  buono essere no-stal-gi-ci. Molto importante. - Davvero,
vecchio mio?
- Importante. Molto importante. Nostalgici. Quando noi nostalgici, noi ricordiamo. Quando
cresciamo noi ricordiamo un mondo pi bello che questo mondo. Noi ricordiamo e vogliamo mondo
bello torna di nuovo.
Perci molto importante. Proprio adesso, io ho sognato. Ero bambino.
Madre, padre, vicini a me. In nostra casa. Tacque e continu a fissare un punto oltre le
macerie.
- Akira, - intervenni io, resomi conto che quanto pi proseguiva il discorso tanto pi era
possibile che si verificasse l'evento al quale non volevo neppure dare un nome. - Dovremmo andare.
Abbiamo molto da fare. Come in risposta alla mia sollecitazione, si lev una scarica di mitragliatrice.
Era pi lontana della sera prima, ma trasalimmo entrambi. - Akira, - dissi. - Siamo lontani dalla casa?
Dobbiamo cercare di raggiungerla prima che i combattimenti riprendano seriamente. Quanto dista da
qui?
- Non lontano. Ma noi andiamo prudenti. Soldati cinesi molto vicini.
Lungi dall'averci rinfrancati, il sonno pareva averci debilitati ancora di pi. Quando ci
alzammo e Akira si appoggi con tutto il peso sopra di me, il dolore che mi attravers collo e spalla mi
costrinse a emettere un gemito. Per qualche minuto, prima di rifarci l'abitudine, procedere insieme si
rivel una vera e propria tortura. Senza considerare le nostre condizioni fisiche poi, la zona che
percorremmo quella mattina era di gran lunga pi impervia delle precedenti. I danni erano talmente
estesi che ci capit spesso di doverci fermare, incapaci di orientarci tra i cumuli di rovine. E se da una
parte era un vantaggio poter vedere dove mettevamo i piedi, d'altro canto tutto l'orrore che l'oscurit
aveva tenuto nascosto si spalancava adesso dinanzi ai nostri occhi, non senza alti costi per il nostro
spirito. In quello sfacelo, riconoscevamo chiazze di sangue - talvolta fresco, talvolta secco di settimane
- a terra, sui muri, schizzato sullo sfasciume degli arredi. Ancor peggio - e qui era il naso a metterci in
all'erta assai prima degli occhi - ci capitava di imbatterci con sconcertante frequenza in mucchi di
interiora umane a vari stadi di decomposizione. Una volta, durante una sosta, rivolsi ad Akira un
commento in proposito, e lui si limit a replicare: - Baionette. Soldati sempre mettono baionette in
pancia. Se metti qui, - si indic un punto del costato, - baionetta non viene pi fuori. Sempre in pancia.
- Se non altro non ci sono i corpi. Almeno quello lo hanno fatto.
Continuammo a sentire qualche sparo occasionale, e ogni volta avevo l'impressione che fossero
pi vicini. La cosa mi preoccupava, ma Akira pareva sicuro come non lo era mai stato per tutto il
tragitto, e se gli rivolgevo delle domande riguardo al percorso, scuoteva il capo spazientito. Quando
giungemmo ai cadaveri di due militari cinesi, il sole del mattino calava gi a sciabolate potenti
attraverso i tetti sfondati. Non vi passammo abbastanza accosto da poterne esaminare i corpi, ma
secondo me non erano morti da pi di qualche ora. Uno era a faccia in gi tra le macerie; l'altro era
morto in ginocchio, la fronte appoggiata al muro, come sopraffatto dalla malinconia. A un certo
momento, la mia convinzione che stessimo per ritrovarci in mezzo a un fuoco incrociato si fece
talmente violenta che dovetti fermare Akira per dirgli: - Ehi, senti qua. A che gioco giochiamo? Dove
mi stai portando?
Lui non rispose, ma si appoggi contro di me, a testa china, e riprese fiato. - Sai davvero dove
stiamo andando? Akira, rispondimi! Lo sai dove stiamo andando?
Sollev la testa a fatica e indic un punto sopra la mia spalla. Mi voltai, dovetti procedere con
lentezza, perch era ancora appoggiato su di me, e oltre una breccia nel muro, a meno di una dozzina di
passi di distanza, vidi quella che doveva innegabilmente essere la Fornace Orientale. Non dissi nulla,
ma lo portai sul posto. Come l'edificio gemello, anche la Fornace Orientale aveva resistito bene agli
assalti.
Era coperta di polvere, ma appariva teoricamente in grado di funzionare. Lasciai andare Akira
- il quale si sedette su un cumulo di macerie - e procedetti diritto verso la fornace. Come l'altra volta,
vedevo il camino ergersi sopra di me e puntare alle nuvole. Tornai dove Akira stava seduto e gli sfiorai
con dolcezza la spalla non ferita. -
Akira, mi dispiace del tono con cui ti ho parlato poco fa. Voglio che tu sappia che ti sono
molto grato. Non l'avrei mai trovata da solo. Davvero, Akira, ti sono tanto grato.
- Okay -. Respirava un po' meno a fatica. - Tu aiuti me. Io aiuto te.
Okay. - Ma Akira, dobbiamo essere molto vicini alla casa adesso.
Vediamo. Da questa parte, - indicai, - il vicolo va per cos. Dobbiamo seguirlo. Akira pareva
non aver voglia di rimettersi in piedi, ma io insistetti e ripartimmo. Prima di tutto mi incamminai lungo
il vicolo che senza dubbio corrispondeva a quello indicatomi dal tenente quando stavamo sul tetto, ma
in capo a pochissimo ci trovammo la strada completamente sbarrata da un mucchio di calcinacci.
Scavalcammo un muro ed entrammo nell'abitazione adiacente, poi procedemmo per quello che giudicai
un andito parallelo, faticando ad avanzare in quelle stanze ingombre di rottami. Le case nelle quali ci
trovavamo adesso erano meno danneggiate ed erano state un tempo chiaramente pi salubri di quelle
attraversate prima. C'erano sedie, tavolini, persino qualche specchio e dei vasi intatti in mezzo a tanto
sfacelo. Io avevo la smania di proseguire, ma il corpo di Akira incominciava a pesare troppo e fummo
costretti a fermarci di nuovo. Ci sedemmo su una trave caduta e fu mentre riprendevamo fiato che lo
sguardo mi cadde sulla targa dipinta a mano che giaceva tra le rovine dinanzi a noi. Si era spaccata di
netto lungo la venatura del legno, ma le due parti stavano l'una accanto all'altra; ne scorgevo persino
l'avanzo di colla con il quale un tempo doveva essere stata assicurata all'ingresso. Non era affatto la
prima volta che ci imbattevamo in un oggetto del genere, ma un inspiegabile impulso mi attrasse su
quella in particolare. Mi ci avvicinai e, districando i due pezzi di legno dalle macerie, li riportai al
luogo dove ci eravamo seduti. - Akira, - dissi, - sai leggermi questo? - Gli tenevo i pezzi di legno
accostati. Osserv l'iscrizione per un po' e infine disse: - Mio cinese non buono. Un nome. Nome di
qualcuno. -
Akira, ascolta attentamente. Osserva questi caratteri. Devi per forza saperne qualcosa. Ti
prego, prova a leggerli.  importantissimo.
Continu a contemplare la targa, poi scosse il capo.
- Akira, ascolta, - dissi. -  possibile che ci sia scritto Yeh Chen?
Potrebbe essere questo il nome scritto qui sopra?
- Yeh Chen... - Akira assunse un'aria pensosa. - Yeh Chen. S, possibile. Questo carattere... s,
possibile. Qui dice Yeh Chen. -
Davvero? Ne sei sicuro?
- Non sicuro. Ma... possibile. Molto possibile. S, - fece un cenno di assenso col capo, - Yeh
Chen. Io penso che s. Posai a terra i due pezzi di targa e avanzai con cautela verso l'ingresso della casa
nella quale ci trovavamo. Al posto della porta si apriva nella parete uno squarcio, e superandolo con lo
sguardo riconobbi lo stretto vicolo esterno. Guardai la casa direttamente di fronte. Le facciate degli
edifici adiacenti erano molto disastrate, ma la costruzione che stavo osservando si era conservata
stranamente intatta. Quasi non si scorgevano segni evidenti di danno: le persiane alle finestre, la porta
scorrevole con la grata in legno grezzo, persino la campana a vento appesa sulla soglia, era rimasto
tutto in piedi. Dopo lo scenario che avevamo attraversato, pareva una visione proveniente da un altro
mondo pi civile. Rimasi a fissarla per un po'. Poi chiamai Akira con un gesto della mano. - Ascolta,
vieni qua, - dissi quasi in un sussurro. -
Deve essere questa la casa. Non pu essere che questa. Akira non si mosse, ma diede in un
profondo sospiro. - Christopher. Tu amico. Tu piaci molto a me. - Abbassa la voce. Akira, siamo
arrivati. La casa  questa. Me lo sento nel cuore. - Christopher... - Con grande sforzo si rimise in piedi e
avanz lentamente verso di me. Quando mi fu accanto, gli indicai la casa. Il sole mattutino piovendo
dentro il vicolo disegnava nitide strisce di luce sulla facciata. - Eccola, Akira.
Eccola l. Lui si sedette ai miei piedi e sospir di nuovo. -
Christopher. Amico mio. Tu devi pensare molto bene. Sono tanti anni.
Tanti, tanti anni ormai... - Non  strano, - commentai, - il modo in cui la guerra non l'ha quasi
sfiorata? Proprio la casa dove stanno i miei genitori.
Pronunciando quelle parole, all'improvviso mi sentii come sopraffatto dall'emozione. Ma mi
ricomposi e dissi: - Ora, Akira, dobbiamo entrare. Lo faremo insieme, tenendoci sotto braccio. Proprio
come quella volta, nella stanza di Ling Tien. Ti ricordi, Akira?
- Christopher, mio amico. Tu devi pensare molto bene. Sono tanti, tanti anni. Amico, prego,
ascolta. Forse madre e padre. Sono tanti anni ormai... - Adesso entreremo insieme. Poi, appena avremo
fatto quel che dobbiamo, cercheremo chi ti curi come si deve, te lo prometto. Anzi,  possibile che
qualcosa, un primo soccorso, possiamo trovarlo gi nella casa. Se non altro dell'acqua pulita. Magari
delle bende. Mia madre sar in grado di occuparsi delle tue ferite, di medicarti forse. Non preoccuparti,
tra pochissimo starai bene. - Christopher. Tu devi pensare molto bene. Sono tanti anni...
Tacque mentre la porta di fronte si apriva cigolando. Stavo ancora armeggiando in cerca della
pistola quando comparve la bambina cinese. Poteva avere circa sei anni. Era piuttosto graziosa.
L'espressione del volto appariva un po' fissa. Portava i capelli legati con cura in due codini. La
blusa semplice e gli ampi calzoni sembravano un po' troppo grandi per lei. Si guard intorno,
strizzando gli occhi nel sole, poi rivolse lo sguardo verso di noi. Non fece fatica a individuarci, nessuno
di noi due si era mosso, e ci venne incontro con sorprendente fiducia. Si ferm nel vicolo a pochi metri
di distanza e disse qualcosa in mandarino, indicando la casa alle sue spalle. -
Akira, che sta dicendo?
- Non capisco. Forse lei invita noi dentro. - Ma come pu avere a che fare con la vicenda? Pensi
che sia in rapporto con i rapitori? Che sta dicendo?
- Io credo lei chiede di aiutarla. - Dovremo dirle di farsi da parte, - replicai, estraendo la pistola.
- Dobbiamo prevenire ogni forma di resistenza. - S, lei chiede di aiutarla. Dice che cane  ferito. Credo
che dice cane. Mio cinese poco buono.
E mentre la guardavamo, dall'attaccatura di quei suoi capelli legati con cura vedemmo correre
un filo di sangue che le colava gi per la fronte e lungo una guancia. La bambina non pareva accorgersi
di nulla e ricominci a parlarci, indicando ancora una volta la casa dietro di lei. - S, - disse Akira. - Lei
dice cane. Cane ferito. - Il suo cane?
Lei  ferita. Forse gravemente. Avanzai di un passo verso la piccola, con l'intenzione di
esaminarle la ferita. Ma la bambina interpret il mio movimento come un gesto di assenso, e voltandosi
attravers lesta il vicolo per avviarsi verso la porta. La fece scorrere di nuovo e si volse supplichevole
verso di noi, prima di sparire all'interno dell'abitazione. Rimasi un attimo fermo senza sapere che fare.
Poi tesi una mano al mio amico. - Akira, ci siamo, - dissi. - Dobbiamo entrare.
Dobbiamo entrare insieme.
...
.
...
CAPITOLO VENTUNESIMO.
.
Cercai di non abbassare la pistola mentre attraversavamo il vicolo. Ma avevo il braccio di Akira
intorno al collo, e mi toccava sostenere cos tanto del suo peso barcollando verso la casa che di certo
non immagino la nostra andatura come uno spettacolo di edificante autorevolezza.
Notai vagamente un vaso ornamentale nell'ingresso, e mi pare di ricordare, al nostro passaggio,
un tintinnio proveniente dalla campana a vento che avevo visto appesa sulla porta. Poi udii la voce
della bambina e diedi un'occhiata intorno. Bench la facciata esterna della casa fosse praticamente
intatta, tutto il retro del locale era in rovina. Ripensandoci oggi, direi che una bomba doveva essere
passata dal tetto facendo crollare il piano superiore e distruggendo la parte posteriore dell'edificio,
insieme alla costruzione alle sue spalle. Ma in quel momento stavo cercando unicamente i miei
genitori, e non ricordo con esattezza che cosa registrarono i miei occhi. Il mio primo sconsiderato
pensiero fu che i rapitori fossero fuggiti. Poi, quando vidi i corpi, il terrore atroce fu che potesse
trattarsi di quelli di mio padre e mia madre, che i rapitori potessero averli massacrati sapendo del nostro
arrivo imminente. Devo confessare che l'emozione successiva che provai fu di enorme sollievo,
constatando che i tre cadaveri a terra nella stanza appartenevano tutti a cinesi. Verso il fondo, accanto
al muro, giaceva il corpo di una donna che poteva essere la madre della bambina. Probabilmente
l'esplosione l'aveva scaraventata lontano facendola atterrare in quel punto dal quale non si era pi
mossa. Aveva sul volto un'espressione sconvolta. Un braccio le era stato amputato all'altezza del
gomito, e la donna puntava il moncherino al cielo, forse per indicare la direzione dalla quale era giunta
la bomba.
Pochi metri pi in l, tra le macerie, una vecchia a bocca spalancata rivolgeva a sua volta il
capo verso lo squarcio nel soffitto. Un lato della faccia appariva carbonizzato, ma non scorgevo sangue
n altri segni di palesi mutilazioni. Infine, vicinissimo a noi, dapprima nascosto da uno scaffale
rovesciato, giaceva un ragazzino appena pi grande della bambina che ci aveva scortati in casa. Una
gamba gli era saltata via dall'articolazione del bacino e dalla ferita fuoriuscivano interiora
sorprendentemente lunghe, simili alle code ornamentali di un aquilone. - Cane, - disse Akira al mio
fianco. Lo fissai, prima di seguire il suo sguardo. Al centro di quello sfacelo, non lontano dal ragazzo
morto, la bambina si era inginocchiata accanto a un cane ferito riverso su un lato, e lo stava
accarezzando con dolcezza. Il cane reagiva scodinzolando senza forze. Mentre la osservavamo, la
piccola si rivolse verso di noi e disse qualcosa, con voce ferma e pacata. - Che sta dicendo, Akira?
- Credo che dice noi aiutare cane, - disse Akira. - S, dice noi aiutare cane -. Poi all'improvviso
scoppi a sghignazzare in modo incontrollabile. La bambina disse qualcos'altro, questa volta
rivolgendosi soltanto a me, forse dopo aver giudicato Akira un folle inaffidabile. Poi mise la faccia
vicino al muso del cane e continu a passargli dolcemente la mano sul pelo. Feci un passo verso di lei,
liberandomi dal braccio del mio amico che subito croll sullo sfasciume di alcuni arredi. Mi voltai a
guardarlo allarmato, ma lui non aveva smesso di ridere mentre la bambina continuava a supplicarmi.
Deposi l'arma su un ripiano, mi accostai e la sfiorai su una spalla. -
Ascolta... Tutto questo - indicai con la mano la carneficina circostante della quale lei pareva
affatto dimentica -  una terribile disgrazia. Ma pensa, tu sei sopravvissuta, vedrai, non te la caverai
tanto male se solo... se saprai farti coraggio... - Mi voltai verso Akira e gridai irritato: - Akira! Smettila
di far rumore! Non c' niente da ridere, per Dio! Questa povera bambina...
Ma a quel punto la piccola mi aveva afferrato per una manica. Mi parl ancora, con lentezza e
determinazione, guardandomi fisso negli occhi. -
Ascolta, davvero, - dissi, - ti stai comportando con moltissimo coraggio. Ti giuro che chiunque
abbia fatto tutto questo, chiunque abbia commesso questo orrore, non sfuggir alla giustizia. Tu forse
non sai chi sono, ma si da il caso che io... be', insomma, sono la persona
che ti serve ora. Mi occuper io stesso che non la passino liscia. Non ti preoccupare, io... io... -
Armeggiavo dentro le tasche della giacca e finalmente trovai la lente di ingrandimento e gliela mostrai.
- Guarda qui, vedi?
Diedi un calcio a una gabbietta per uccelli che mi ingombrava e mi avvicinai al cadavere della
madre. Poi, forse per abitudine pi che per altro, mi chinai e incominciai a esaminarla con la lente. Il
moncherino del braccio era stranamente pulito; l'osso che sporgeva dalla carne era di un bianco lucente,
come se qualcuno si fosse preso la pena di lucidarlo. Il ricordo che conservo di quei momenti non  pi
molto nitido. Ma ho la sensazione che sia stato allora, subito dopo aver osservato il moncherino della
donna con la lente, che d'improvviso mi alzai e mi rimisi in cerca dei miei genitori. Posso solo dire, a
parziale spiegazione di quanto accadde dopo, che Akira stava ancora sghignazzando l dove era caduto
e che la bambina insisteva con le sue suppliche dai toni piani e ostinati. In altre parole, l'atmosfera si
era fatta piuttosto tesa, il che pu in qualche misura dar conto del modo in cui mi diedi a mettere
sottosopra il poco che rimaneva di quella piccola casa. C'era una cameretta sul retro dell'edificio,
completamente distrutta dal bombardamento, e fu da l che ebbe inizio la mia perquisizione: sollevai
assi del pavimento, sfasciai con l'aiuto di una gamba di tavolo le ante di un mobile rovesciato. Poi feci
ritorno nella stanza grande e presi a scaraventare di lato i mucchi di macerie, colpendo con la gamba di
tavolo tutto ci che resisteva ai miei calci e alle mie manovre. Alla fine, mi resi conto che Akira aveva
smesso di ridere e mi seguiva, tirandomi per la spalla e sussurrandomi qualcosa all'orecchio. Lo ignorai
e proseguii nella ricerca iniziata, senza fermarmi nemmeno quando, per sbaglio, urtai contro uno dei
cadaveri. Akira continuava a cercare di trattenermi e dopo un po', incapace di comprendere perch
proprio la persona sulla quale avevo fatto affidamento per avere aiuto mi stesse invece ostacolando, mi
volsi verso di lui e gli urlai qualcosa come: - Gi le mani! Lasciami! Se non vuoi aiutare, allora
vattene! Tornatene nel tuo angolino a sghignazzare!
- Soldati! - mi stava dicendo in un sussurro. - Soldati arrivano qui!
- Lasciami! Mia madre, mio padre! Dove sono? Non ci sono! Dove sono?
Dove sono?
- Soldati! Christopher, basta, tu devi calmare! Tu devi calmare o noi uccisi! Christopher!
Mi scuoteva, tenendo la faccia vicina alla mia. Allora udii in effetti delle voci provenire da poco
lontano. Permisi ad Akira di trascinarmi al fondo della stanza. La bambina, notai, si era zittita e cullava
premurosamente la testa del cane. L'animale reagiva di quando in quando con qualche debole colpo di
coda. - Christopher, - disse Akira in un bisbiglio concitato. - Se soldati cinesi, io devo nascondere. Ma
se giapponesi, tu devi dire parola io insegnato. - Non so dire niente.
Senti, amico mio, se non hai voglia di aiutarmi... - Christopher!
Soldati, vengono qui!
Attravers saltellando la stanza e spar dentro un armadio sistemato in un angolo. La porta era
piuttosto danneggiata, perci ne sporgevano chiaramente uno stinco e uno stivale. Il nascondiglio era
talmente patetico che scoppiai a ridere, e stavo per avvisarlo che lo vedevo ancora benissimo, quando i
soldati comparvero sulla soglia. Il primo che entr mi spar addosso una fucilata, ma il proiettile colp
il muro alle mie spalle. Poi, notando le mie mani alzate e il fatto che ero un civile straniero, grid
qualcosa ai suoi camerati, che si affollavano dietro di lui. Erano giapponesi, e subito dopo ricordo che
tre o quattro di loro incominciarono a discutere di me, senza mai smettere di puntarmi addosso i fucili.
Ne entrarono altri e si misero a perquisire il locale. Sentii Akira esclamare qualcosa in giapponese dal
suo nascondiglio. Allora i militari si ammassarono intorno all'armadio dal quale lo vidi emergere. Notai
che non pareva particolarmente contento di vederli, n viceversa. Altri uomini si erano raccolti intorno
alla bambina, discutendo anche l sul da farsi.
Poi entr un ufficiale, i militari si misero sull'attenti e nella stanza cadde il silenzio. L'ufficiale,
un giovane capitano, pass in rassegna il locale. Lo sguardo gli si pos sulla piccola, poi su di me e
infine si ferm su Akira, al momento sostenuto da due soldati. Segu una conversazione in giapponese,
alla quale Akira non prese parte. Gli era calata negli occhi un'espressione rassegnata, non priva di
terrore.
A un certo punto prov a dire qualcosa al capitano, ma quello immediatamente lo zitt. Ci fu
un altro rapido scambio di battute, e infine i soldati condussero via Akira. Ormai il terrore era pi che
evidente sul suo viso, ma non oppose resistenza. - Akira! - gli gridai.
- Akira, dove ti stanno portando?
Che succede?
Akira si guard indietro e mi rivolse un breve sorriso affettuoso. Poi spar fuori nel vicolo,
nascosto alla mia vista dalla piccola folla di soldati che lo scortavano. Il giovane capitano stava
osservando la bambina. Poi si rivolse a me e disse: - Tu inglese?
- S. - Prego, signore, che cosa fa qui?
- Stavo... - mi guardai intorno. - Stavo cercando i miei genitori. Mi chiamo Banks, Christopher
Banks. Sono un noto detective. Forse lei ha... Non sapevo bene come proseguire e inoltre mi accorsi
che stavo singhiozzando da un po', il che doveva aver fatto una pessima impressione sul capitano. Mi
asciugai la faccia e aggiunsi: - Sono venuto qui per cercare i miei genitori. Ma non ci sono pi. Sono
arrivato tardi. Il capitano osserv ancora una volta lo scenario di macerie, cadaveri, e la bambina con il
suo cane morente. Poi disse qualcosa al militare che gli stava vicino, senza mai togliermi gli occhi di
dosso. Infine mi disse: - Prego, signore, lei viene con me.
Fece un gesto cortese ma fermo per indicarmi che dovevo precederlo nel vicolo. Non aveva
ritirato la pistola, ma neppure me la puntava addosso. - Questa bambina, - dissi. - La porterete in un
luogo sicuro?
Torn a fissarmi in silenzio. Poi disse: - Prego, signore, lei ora viene. Nel complesso i
giapponesi mi trattarono con rispetto. Mi tennero in una stanzetta sul retro del loro quartier generale, un
tempo sede dei vigili del fuoco, dove venni nutrito e curato da un medico per le varie ferite riportate
senza quasi accorgermene. Mi fasciarono il piede e mi fornirono addirittura uno scarpone da poter
calzare. I soldati incaricati della mia persona non parlavano inglese, e non sapevano bene se trattarmi
da prigioniero o da ospite, ma io ero troppo sfinito per badarci; mi accasciai sulla branda da campo che
avevano sistemato nella mia stanza e per parecchie ore rimasi inerte tra il sonno e la veglia. La porta
non era chiusa a chiave; anzi, quella dell'ufficio adiacente nemmeno poteva essere accostata a dovere
sicch, ogni volta che riprendevo coscienza, udivo conversazioni concitate in giapponese, o qualcuno
che sbraitava al telefono, probabilmente parlando di me. Sospetto ora di aver avuto una leggera febbre
per quasi tutto il tempo; in ogni caso, nel mio continuo stato di dormiveglia, gli avvenimenti non solo
delle ultime ore ma anche delle passate settimane orbitavano a vuoto intorno alla mia testa. Poi, poco a
poco, il velo di ragnatele incominci a sollevarsi, e quando vennero a svegliarmi, verso il tardo
pomeriggio, con l'arrivo del colonnello Hasegawa, scoprii di disporre di una visione del tutto nuova
riguardo a quanto mi aveva angustiato in relazione al caso. Il colonnello Hasegawa - un uomo azzimato
sulla quarantina - si present educatamente, dicendo: - Sono lieto di trovarla molto meglio, signor
Banks. Confido che questi uomini si siano occupati di lei in modo adeguato. Ho il piacere di
comunicarle che ho ricevuto l'ordine di scortarla al Consolato britannico. Posso suggerire di avviarci
immediatamente?
- Per la verit, colonnello, - dissi scattando in piedi rinvigorito, - preferirei che lei mi scortasse
altrove. Vede,  piuttosto urgente. Non conosco con precisione l'indirizzo, ma non  lontano da
Nanking Road.
Forse lei conosce il posto. Si tratta di un negozio che vende dischi per grammofono. - Come
mai tanta fretta di acquistare dischi per grammofono?
Non mi andava di spiegare, perci mi limitai a dire: -  importante che raggiunga quel luogo il
pi presto possibile. - Purtroppo, signore, ho l'ordine di accompagnarla al Consolato britannico. Temo
che causeremmo un grande scompiglio altrimenti. Diedi in un sospiro. - Suppongo lei abbia ragione,
colonnello. In ogni caso, ora che ci penso, immagino che sarei in ritardo. Il colonnello guard l'ora. -
S, temo proprio di s.
Ma mi permetta di suggerire. Se ci avviamo subito, potr riascoltare la sua buona musica tra
pochissimo. Viaggiammo a bordo di un veicolo militare scoperto, guidato dall'attendente del
colonnello. Era un pomeriggio sereno e il sole picchiava sulle rovine di Chapel.
Procedevamo lentamente perch, sebbene si fosse provveduto allo sgombero di gran parte
delle macerie - se ne vedevano infatti mucchi altissimi ai bordi della carreggiata -, la strada era piena di
buche e di squarci. Di quando in quando percorrevamo vie rimaste all'apparenza quasi intatte; poi per
svoltavamo a un angolo e delle case non restava altro che qualche cumulo di calcinacci, mentre ogni
palo del telegrafo sopravvissuto si ergeva ad angolature bizzarre in mezzo a un groviglio di cavi. A un
certo punto, avanzando in una zona di questo genere, scoprii di poter vedere lontano oltre la spianata di
rovine, e scorsi in effetti le ciminiere delle due fornaci. - L'Inghilterra  un paese bellissimo, - stava
dicendo il colonnello Hasegawa. - Calmo, dignitoso.
Ci sono splendidi prati verdi. Continuo a sognarla. E la vostra letteratura. Dickens, Thackeray.
Cime tempestose. Dickens soprattutto mi appassiona. - Colonnello, mi scusi se glielo domando. Ma
quando i suoi uomini mi hanno trovato ieri, io ero con un compagno.
Un soldato giapponese. Lei sa per caso che ne sia stato di lui?
- Ah, il soldato. Non so che ne sia stato. - Vorrei davvero sapere dove posso ritrovarlo. -
Vorrebbe ritrovarlo? - Il viso del colonnello si fece serio. - Signor Banks, le consiglierei di non darsi
pi pensiero per quel soldato. - Colonnello, ha forse commesso qualche crimine ai suoi occhi?
- Crimine? - Accarezz con lo sguardo le rovine di passaggio, sorridendo pacatamente. - Quasi
certamente quel soldato ha fornito informazioni al nemico.  probabile che abbia negoziato cos il
proprio rilascio. Se non ricordo male, ha detto lei stesso di averlo trovato in prossimit del fronte del
Kuomintang. Il che suggerisce senza alcun dubbio codardia e tradimento. Ero sul punto di protestare,
ma mi resi conto che rompere i rapporti con il colonnello non sarebbe stato nell'interesse n mio n di
Akira. Dopo aver taciuto per un momento, disse: -  saggio non diventare troppo sentimentali. Il suo
accento, di solito notevolmente curato, ebbe un cedimento su quell'ultima parola che usc pertanto
come impastata. Mi irrit piuttosto e mi voltai senza replicare. Un attimo dopo per il colonnello mi
chiese con fare comprensivo: - A proposito di quel soldato. L'aveva gi incontrato prima da qualche
parte?
- Pensavo di s. Pensavo che fosse un mio amico d'infanzia. Ora per, non ne sono pi tanto
sicuro. Sto incominciando a capire che molte cose non sono come le immaginavo. Il colonnello annu. -
L'infanzia sembra ormai talmente lontana. Tutto questo, - e indic lo scenario fuori del veicolo, - tutta
questa sofferenza. Una nostra poetessa, una cortigiana di tanto tempo fa, seppe esprimere questa
particolare tristezza.
Scrisse che quando cresciamo, la nostra infanzia si trasforma in una terra straniera. - Ebbene,
colonnello, per me non  affatto una terra straniera. Per molti versi,  il luogo nel quale ho continuato a
vivere per tutta la vita. Soltanto adesso sto incominciando a intraprendere il viaggio che me ne
allontaner. Superammo alcuni posti di controllo giapponesi ed entrammo a Hongkew, il quartiere
settentrionale della Concessione. Anche l notammo segni di danni di guerra, e frenetici preparativi
militari. Vidi molti sacchi di sabbia e autocarri carichi di soldati. Mentre ci avvicinavamo al canale, il
colonnello disse: - Come lei, signor Banks, anche io amo molto la musica. Soprattutto Beethoven,
Mendelssohn, Brahms. Anche Chopin. La sonata numero tre  meravigliosa. - Un uomo colto come lei,
colonnello, - commentai, - deve rammaricarsi di tutto questo. Intendo tutta la carneficina prodotta dalla
vostra invasione della Cina. Temevo che sarebbe andato in collera, ma lui sorrise senza scomporsi e
disse: -  un peccato, ne convengo. Ma se il Giappone vuole diventare una grande nazione come la
vostra, signor Banks, allora  necessario.
Proprio come un tempo fu per l'Inghilterra. Rimanemmo in silenzio per alcuni minuti. Poi mi
chiese: - Ieri a Chapel, lei deve aver visto cose molto sgradevoli, vero?
- S. Non c' dubbio. All'improvviso diede in una strana risata, che mi fece trasalire. - Signor
Banks, - disse, - si rende conto, ha una vaga idea delle sgradevolezze che ancora devono venire?
- Se continuerete a invadere la Cina, di sicuro... - Mi permetta, signore, - a quel punto era
piuttosto inquieto, - io non sto parlando solo della Cina. Il mondo intero, signor Banks, il mondo intero
sar presto coinvolto nella guerra. Quello che lei ha visto di recente a Chapel non  che un granellino di
polvere in confronto a ci che il pianeta dovr attraversare! - Lo disse in tono trionfante, poi per
scosse il capo con tristezza. - Sar terribile, - disse a bassa voce. -
Terribile. Lei non immagina, signore. Non ricordo con chiarezza le prime ore dopo il mio
ritorno. Suppongo tuttavia che il mio arrivo presso la sede del Consolato britannico, a bordo di un'auto
militare giapponese e ridotto pi o meno come un accattone, non debba aver risollevato granch il
morale di una comunit in preda all'ansia. Rammento vagamente gli ufficiali che si precipitarono fuori
ad accogliermi e in seguito, mentre mi accompagnavano all'interno dell'edificio, l'espressione sul viso
del console che scendeva di corsa dalle scale. Non so quali furono le prime parole che mi rivolse,
ricordo invece quel che gli dissi io ancor prima che dalle mie labbra uscisse una formula qualsiasi di
saluto. - Signor George, devo chiederle di farmi incontrare il suo subalterno MacDonald
immediatamente. - MacDonald? John MacDonald? Ma come mai desidera parlare proprio con lui,
amico mio? Ascolti, ci che le serve adesso  un po' di riposo. Faremo venire un dottore a vederla... -
Ammetto di essere piuttosto impresentabile. Non si preoccupi, mi dar una rinfrescata. Ma la prego,
mandi a chiamare MacDonald.  importantissimo. Fui accompagnato in una foresteria all'interno del
consolato. Qui riuscii a radermi e a farmi un bagno caldo nonostante le ripetute interruzioni di gente
che veniva a bussare alla porta. Tra gli altri si present un austero chirurgo scozzese che mi visit per
una buona mezz'ora, convinto che gli stessi nascondendo una ferita grave. Tutti comunque si
informarono su vari aspetti del mio stato fisico, e ne congedai almeno tre con l'impaziente richiesta di
vedere MacDonald. Ricavai solo vaghe risposte riguardo all'impossibilit di scoprire dove si trovasse
con esattezza al momento; poi, col procedere della serata, lo sfinimento, o forse qualcosa che mi aveva
somministrato il medico, mi sprofond in un sonno pesante. Non mi risvegliai che tardi il mattino
successivo. Mi feci portare la colazione in stanza e misi addosso degli abiti puliti che mi erano stati
consegnati dall'Hotel Catai mentre dormivo. A quel punto, mi sentivo molto meglio e decisi di andare
io stesso a cercare subito MacDonald. Credevo di ricordare il percorso verso il suo ufficio dal nostro
ultimo incontro, ma la struttura interna del consolato ingannava e fui costretto a chiedere indicazioni a
un certo numero di persone nelle quale mi imbattei. Ero ancora un po' smarrito, e procedevo gi per
una rampa di scale, quando scorsi la sagoma di Sir Cecil Medhurst sul pianerottolo sottostante. Il sole
del mattino filtrava dalle finestre alte, inondando di luce una vasta superficie di pietra grigia intorno a
Sir Cecil. Sul pianerottolo c'era soltanto lui, leggermente chino in avanti, con le mani intrecciate dietro
la schiena, intento a osservare il giardino del consolato. Ebbi la tentazione di ritirarmi su per le scale,
ma quella zona dell'edificio era molto silenziosa e c'erano buone probabilit che il rumore dei miei
passi gli avrebbe fatto alzare lo sguardo da un momento all'altro. Perci continuai a scendere e, quando
lo raggiunsi, lui si volse dalla mia parte come se avesse saputo da sempre che stavo arrivando. - Salve,
amico mio, - disse. - Ho sentito dire che era tornato. C' stata un'ondata di panico in seguito alla sua
scomparsa, mi creda. Sta meglio?
- S, grazie. Sto bene. Mi d solo un po' fastidio questo piede. Si rifiuta di entrare nella scarpa. Il
sole in faccia lo faceva apparire vecchio e stanco. Torn a voltarsi verso la finestra e guard fuori; lo
seguii e feci altrettanto anch'io. Sotto di noi, tre agenti di polizia sikh andavano e venivano
frettolosamente sul prato, ammucchiando sacchi di sabbia. - Ha sentito che se n' andata?
- S. - Ovviamente, quando  scomparso anche lei lo stesso giorno, ho tratto le mie conclusioni.
E come me, qualcun altro, suppongo. Perci questa mattina sono venuto qui. Per porgerle le mie scuse.
Ma mi hanno detto che riposava. Cos  da un pezzo che aspetto. - Non c' alcun bisogno di scusarsi,
Sir Cecil. - Altroch, invece. Credo di essere andato in giro a dire alcune cosette l'altra sera. Sa cosa
intendo.
Avevo tratto le mie conclusioni. Naturalmente, ora tutti sanno che mi sono solo reso ridicolo.
Ciononostante, ho pensato di dovermi venire a spiegare.
Gi sul prato, un coolie cinese arrivava con una carriola carica di altri sacchi di sabbia. Gli
agenti sikh incominciarono a scaricare. -
Ha lasciato una lettera? - chiesi, sforzandomi di apparire impassibile. - No. Ma questa mattina,
in effetti, ho ricevuto un cablogramma.  a Macao.  al sicuro e sta bene. Dice che  sola, e che si far
viva presto -. Poi si volse verso di me e mi afferr per un gomito. - Banks, so che presto mancher
anche a lei. In un certo senso, avrei preferito se foste partiti insieme. So che... la stimava moltissimo. -
Deve essere stato un brutto colpo, - commentai, non sapendo che altro dire. Sir Cecil distolse lo
sguardo e per qualche minuto continu a osservare i poliziotti. Poi disse: - Non proprio, per essere
sinceri. Anzi, per niente -. E aggiunse: - Le ho sempre detto che doveva andar via, partire e mettersi in
cerca dell'amore, sa cosa intendo, del vero amore. Se lo merita, non crede? E adesso  partita.
 andata a cercare l'amore. Forse lo trover anche. Laggi, nel sud della Cina, chi lo sa?
Magari incontrer un viaggiatore, in un porto, un albergo, chi lo pu dire?  diventata una donna
romantica, mi spiego?
Ho dovuto lasciarla andare -. Aveva ormai gli occhi pieni di lacrime. -
E ora che far, signore? - domandai gentilmente. - Che far? Chi lo sa?
Dovrei tornare a casa, immagino. E credo che far cos, infatti.
Torner a casa. Appena avr saldato i miei debiti qui, s'intende. Avevo udito il rumore di passi
alle nostre spalle sulle scale, ma a quel punto mi accorsi che era cessato e ci voltammo entrambi a
vedere. Fui piuttosto deluso nel constatare che si trattava di Grayson, il funzionario del Consiglio
municipale. - Buongiorno, signor Banks.
Buongiorno, Sir Cecil. Signor Banks, siamo tutti cos lieti di riaverla qui sano e salvo. - La
ringrazio, signor Grayson -. E dal momento che non si muoveva dal fondo della scala esibendo il suo
sorriso da idiota, aggiunsi: - Immagino che i preparativi per la cerimonia in Jessfield Park stiano
procedendo secondo le sue aspettative.
- Oh, s, certo -. Diede in una risata indecifrabile. - Ma al momento, signor Banks, sono qui
perch ho saputo che desiderava parlare con il signor MacDonald. - S, esatto. Anzi, ero giusto diretto a
cercarlo. -
Ah, be', non lo trover nel suo solito ufficio. Se vuole seguirmi, signore, posso accompagnarla
da lui. Diedi una stretta affettuosa a Sir Cecil, si era voltato verso la finestra per nascondere le lacrime,
e seguii Grayson con spasso spedito. Mi guid attraverso un'ala deserta dell'edificio, e infine
giungemmo in un corridoio lungo il quale si allineava una serie di uffici. Sentivo qualcuno parlare al
telefono; un uomo usc da uno dei locali e rivolse a Grayson un cenno del capo. Il mio accompagnatore
apr un'altra porta e mi indic di accomodarmi prima di lui. Entrai in un ufficio piccolo ma ben
arredato, al cui centro campeggiava una grande scrivania. Mi fermai sulla soglia perch nella stanza
non c'era nessuno, ma Grayson mi spinse avanti e richiuse la porta. Poi fece il giro della scrivania, si
sedette, e mi indic con la mano una sedia vuota. - Signor Grayson, - dissi, - non ho tempo per questi
scherzetti idioti. - Mi dispiace, - disse Grayson, - so che desiderava vedere MacDonald. Ma deve
capire, MacDonald si occupa di questioni di protocollo. Svolge il proprio incarico molto bene, ma il
suo dominio non si spinge oltre a quello. Sospirai spazientito, ma prima che potessi parlare, Grayson
prosegu: - Vede, vecchio mio, quando mi ha detto che voleva vedere MacDonald, ho creduto che
intendesse me. Sono io la persona con la quale le conviene parlare. A quel punto notai che qualcosa era
cambiato in Grayson. Era scomparsa l'aria compiacente di un tempo e mi guardava deciso negli occhi
dal lato opposto della scrivania. Quando colse sul mio viso il primo barlume di comprensione, torn a
indicarmi la sedia. - La prego, si accomodi, vecchio mio. E la prego di scusarmi per averla un po'
perseguitata sin dal suo arrivo. Ma vede, dovevo impedirle di fare qualcosa che potesse scatenare una
grana con le altre potenze.
Dunque, vediamo, ho sentito che desidera incontrare il Serpente Giallo. - S, signor Grayson.
Chiss se lei  in grado di organizzare una cosa del genere. - Si da il caso che ce ne sia giunta notizia,
proprio mentre lei era via. Sembra che tutte le parti coinvolte non abbiano nulla in contrario a
soddisfare la sua richiesta -. Poi, chinandosi in avanti, mi disse: - Allora, signor Banks, crede di essere
al dunque?
- S, signor Grayson. Alla fine, credo di esserci arrivato. Fu cos che poco dopo le undici di ieri
sera mi sono ritrovato a viaggiare in auto negli eleganti quartieri residenziali della Concessione
Francese in compagnia di due ufficiali dei servizi segreti cinesi. Abbiamo percorso viali alberati,
superato grandi ville, alcune completamente nascoste da alti muri di verde. Poi siamo entrati dentro un
cancello severamente pattugliato da uomini in tunica e copricapo, e ci siamo infine fermati in un cortile
di ghiaia. Dinanzi a noi si ergeva una costruzione scura alta quattro o cinque piani. All'interno, le luci
erano basse, e da ogni angolo nella penombra spuntavano altre guardie armate. Mentre seguivo la mia
guida verso lo scalone centrale, ebbi l'impressione che la villa fosse appartenuta fino a poco prima a
una ricca famiglia europea, ma che di recente, chiss perch, fosse finita nelle mani delle autorit
cinesi; scorgevo rozze iscrizioni e tabelle orarie appese alla parete accanto a squisiti lavori d'arte
occidentale e cinese. A giudicare dagli arredi, la stanza nella quale fui introdotto al secondo piano
aveva ospitato fino a poco prima un tavolo da biliardo. Restava ora un gran vuoto al centro della stanza,
e io presi a vagare in tondo mentre aspettavo. Dopo una ventina di minuti o gi di l, udii il rumore di
altre macchine in arrivo sul cortile ghiaioso, ma quando cercai di guardare dalle finestre, mi accorsi che
si affacciavano su giardini laterali dell'edificio e che perci non avrei visto nulla di ci che accadeva
davanti. Pass forse un'altra mezz'ora prima che qualcuno venisse finalmente a prendermi. Mi
accompagnarono su per un'altra rampa di scale e lungo un corridoio ancora pattugliato da guardie.
Poi gli uomini della scorta si fermarono e uno di essi indic una porta parecchi metri pi in l.
Percorsi l'ultimo tratto da solo, e mi introdussi in quello che si presentava come un ampio studio.
Camminavo su una moquette fittissima, e le pareti erano quasi interamente foderate di libri. Al fondo,
l dove tende pesanti oscuravano del tutto il bovindo, era sistemata una scrivania con una sedia da ogni
lato. La lampada da tavolo creava una pozza di luce calda sulla superficie del tavolo, ma per il resto
gran parte del locale restava in penombra.
Mentre mi davo un'occhiata intorno, una figura si alz da dietro la scrivania, avanz senza
fretta e indic con un gesto la sedia che aveva appena liberato. - Perch non ti siedi li, Pulcino? - mi
disse lo zio Philip. - Ti ricordi, vero? Ti piaceva tanto sederti al mio posto dietro la scrivania.
...
.
...
CAPITOLO VENTIDUESIMO.
.
Se non mi fossi aspettato di vederlo, avrei sicuramente potuto non riconoscere lo zio Philip.
Con gli anni aveva messo su peso e, pur non essendo nel complesso tarchiato, gli si erano afflosciate le
guance e ispessito il collo. I capelli bianchi si dividevano in ciocche scomposte. Ma gli occhi avevano
pressoch mantenuto la calma ironia che ricordavo. Non gli sorrisi mentre mi avvicinavo e neppure
andai dietro la scrivania verso la sedia che mi aveva offerto. - Mi siedo qui, - dissi, fermandomi accanto
all'altra. Lo zio Philip si strinse nelle spalle. - Non  comunque la mia scrivania. Anzi, non avevo mai
messo piede in questo edificio prima d'ora. C'entri qualcosa tu, con questo posto?
- Non c'ero mai stato neanch'io. Ci sediamo? Cos facemmo e finalmente, potendo vederci bene
alla luce della lampada da tavolo, passammo un minuto a scrutarci reciprocamente con attenzione.
- Non sei poi cambiato molto, lo sai, Pulcino, - disse lui.- Non  difficile rintracciare il
bambino che  in te, ancora adesso. - Ti sarei grato se la smettessi di chiamarmi in quel modo. -
Scusami.  un'insolenza, lo ammetto. Allora, eccoci qui, sei riuscito a stanarmi. Non ho mai voluto
incontrarti prima. Ma alla fine credo che sia venuta voglia di rivederti anche a me. Ti devo un paio di
spiegazioni, suppongo. Solo che non sapevo che idea ti fossi fatto di me, capisci. Se mi vedevi come un
amico o un nemico, pi o meno. Del resto, di questi tempi, anch'io non mi fido pi di nessuno, o quasi.
Sai una cosa, mi hanno consigliato di tenermi questa a portata di mano, nell'ipotesi che... - Estrasse una
piccola pistola d'argento e la sollev nella luce. - Ci vuoi credere? Pensavano che avresti potuto
aggredirmi. - Vedo comunque che hai deciso di portarla. - Oh, ma la porto sempre con me. C' cos
tanta gente che mi vuol male oggi come oggi. Non l'ho presa pensando espressamente a te. Vedi quegli
uomini che stanno di guardia alla porta? Magari uno di loro  stato pagato per fare irruzione qui dentro
e pugnalarmi. Chi pu dirlo?  cos che stanno le cose per me, temo. Da quando  incominciata questa
buffonata del Serpente Giallo. - S. A quanto pare hai una discreta inclinazione per il tradimento. -
Adesso sei un po' troppo severo, se ho capito che cosa intendi insinuare. Per quanto riguarda i
comunisti, benissimo,  vero, ho tradito. E anche in quel caso, non  mai stata mia intenzione, sai. Gli
uomini di Chiang mi hanno preso un bel giorno e hanno minacciato di torturarmi. Lo ammetto, l'idea
non mi sorrideva granch, anzi non mi sorrideva per niente. Ma alla fine hanno escogitato una cosa
molto pi astuta. Mi hanno ingannato e mi sono ridotto a tradire uno dei miei. A quel punto, capirai, era
fatta. Perch, come hai potuto constatare, nessuno  pi feroce dei miei vecchi compagni quando si
tratta di punire un voltagabbana. Non avevo altra scelta se ci tenevo alla pelle. Ho dovuto affidarmi al
governo per farmi proteggere dai miei. - Secondo le mie indagini, - dissi, - un mucchio di gente ha
perso la vita per causa tua. E non solo quelli che hai tradito. C' stato un momento, l'anno scorso, in cui
hai lasciato credere ai comunisti che il Serpente Giallo fosse un altro. Nel corso della prima ondata di
rappresaglie sono rimasti uccisi parecchi membri della sua famiglia, compresi tre bambini. - Non mi
considero un individuo ammirevole. Sono un codardo, questo lo so da un pezzo. Ma non posso
ritenermi responsabile della ferocia dei Rossi. Si sono dimostrati crudeli tanto quanto Chiang Kai-shek,
e non nutro pi alcun rispetto per loro. Ma senti un po', non credo che tu sia venuto fin qui per parlarmi
di questo. - No, infatti.
- Allora, Pulcino. Chiedo scusa, Christopher. Allora. Che devo dirti?
Da dove vuoi che cominciamo?
- Dai miei genitori. Dove sono?
- Tuo padre temo che sia morto. Da parecchi anni. Mi dispiace. Non replicai e rimasi in attesa.
Alla fine, lui disse: - Dimmi, Christopher. Secondo te che cosa  successo a tuo padre?
- Che cosa ti importa di quello che penso io? Sono venuto qui per sentire quello che avevi da
dire tu. - D'accordo, va bene. Ero solo curioso di capire a quali conclusioni fossi giunto al riguardo.
Dopo tutto, ti sei fatto una certa reputazione su casi del genere. Quel commento mi irrit, ma mi resi
anche conto che lo zio Philip sarebbe stato disponibile solo alle sue condizioni. Cos, alla fine dissi: -
La mia teoria era che mio padre si fosse coraggiosamente opposto ai suoi datori di lavoro sulla
questione dei profitti provenienti dal traffico d'oppio in quegli anni. Cos facendo, immaginai che
avesse agito contro interessi immensi, e che perci lo avessero eliminato. Lo zio Philip annuiva. -
Immaginavo che avessi pensato qualcosa di simile. Tua madre e io discutemmo a lungo su cosa fosse
meglio lasciarti credere. E alla fine concordammo su una versione molto simile a quella che hai appena
esposto. Perci non ci sbagliavamo. Temo per che la verit sia molto meno poetica. Pulcino. Tuo
padre  fuggito un giorno con la sua amante.
 vissuto con lei per un anno a Hong Kong; la donna si chiamava Elizabeth Cornwallis. Hong
Kong per  una citt noiosissima e terribilmente inglese, come sai. Insieme rappresentavano uno
scandalo e alla fine furono costretti a scappare a Malacca o in un altro posto del genere. Poi lui prese il
tifo e mor, a Singapore.  accaduto due anni dopo avervi abbandonati. Mi dispiace, vecchio mio, 
dura sentire queste cose, lo so. Ma fatti coraggio. Perch ho molto altro da raccontarti prima che finisca
la serata. - Vuoi dire che mia madre ha sempre saputo?
- Esatto. Non dal principio, s'intende. Non per un mese almeno. Tuo padre era in gamba a far
sparire le tracce. Tua madre venne a saperlo solo perch lui le scrisse. Lei e io siamo stati gli unici a
sapere la verit. - E i detective? Come  possibile che non abbiano mai scoperto che cosa aveva fatto?
- I detective? - Lo zio Philip era scoppiato a ridere. - Quei poveri morti di fame di piedipiatti?
Non erano in grado di ritrovare un elefante in Nanking Road -. E vedendo che io tacevo, aggiunse: -
Alla fine lei te lo avrebbe detto. Ma volevamo proteggerti. Per questo hai dovuto continuare a credere a
quella versione dei fatti. Incominciavo a sentirmi a disagio, seduto com'ero tanto vicino alla lampada,
ma lo schienale rigido della sedia mi impediva di farmi pi indietro. Poi, dopo aver mantenuto il
silenzio per qualche minuto ancora, lo zio Philip disse: - Voglio essere onesto con tuo padre. Era dura
per lui. Ha sempre amato tua madre, moltissimo. Sono sicuro che non ha mai smesso di amarla fino alla
fine. In un certo senso, Pulcino, il problema era proprio quello.
L'amava troppo, l'aveva idealizzata. Ed  stato troppo per lui, cercare di raggiungere il livello
che giudicava adeguato a lei. Ci ha provato.
Altroch, se ci ha provato, e per poco non si  distrutto. Sarebbe bastato che dicesse: Ascolta,
pi di cos non posso fare, punto e basta. Sono quello che sono. Ma lui l'adorava. Voleva
disperatamente essere alla sua altezza, e quando ha scoperto che non ce l'avrebbe fatta, be', se n'
andato. Con qualcuno al quale stava bene che lui fosse com'era. Secondo me, cercava solo un po' di
riposo. Si era sforzato per cos tanti anni che desiderava ormai solo riposarsi. Non essere troppo severo
con lui, Pulcino. Non credo che abbia mai smesso di amare te o tua madre. - E mia madre? Che ne 
stato di lei?
Lo zio Philip si appoggi sui gomiti e rovesci appena la testa all'indietro. - Quanto sai gi sul
suo conto? - mi chiese. La spensieratezza che fino a quel momento aveva cercato di infondere alle sue
parole era svanita del tutto. Adesso sembrava un vecchio tormentato, distrutto dai rimorsi. Mi fissava
intensamente nonostante la testa reclinata all'indietro, e la luce gialla della lampada illumin ispidi peli
bianchi che fuoriuscivano dalle sue narici. Da un luogo imprecisato al piano di sotto udivo un
fonografo che diffondeva musica militare cinese. -
Non sto cercando di turbarti, - disse, dal momento che non rispondevo.
- Non voglio sentirmi dire pi dello stretto necessario sull'argomento.
Coraggio. Quanto hai saputo?
- Fino a poco fa ero convinto che entrambi i miei genitori fossero tenuti prigionieri a Chapel.
Perci, come vedi, non sono stato particolarmente arguto. Aspettai che riprendesse a parlare. Mantenne
quella curiosa postura per un po', infine si abbandon sulla sedia e disse: -  probabile che tu non te ne
ricordi. Ma poco dopo la scomparsa di tuo padre, io venni a casa vostra a trovare tua madre. E quel
giorno venne anche un certo signore. Un cinese. - Ti riferisci al signore della guerra, Wang Ku. - Ah.
Dunque non eri poi tanto sciocco. - Ho scoperto il suo nome. Dopodich, per, temo di essere stato
troppo impegnato a seguire la pista sbagliata. Diede in un sospiro e drizz le orecchie. -
Ascolta, - disse. - Sono inni del Kuomintang. Li mettono per prendermi in giro.  cos, tutte le
volte che mi spostano. Capita troppo spesso per essere una coincidenza -. Ma poich io tacevo, si alz
in piedi e vag nella penombra verso i tendoni pesanti. - Tua madre, - disse alla fine, - era devota alla
nostra causa. Interrompere il commercio d'oppio verso la Cina. Molte compagnie europee, compresa
quella di tuo padre, facevano immensi guadagni importando oppio indiano in Cina e trasformando
milioni di cinesi in tossicodipendenti senza speranza. Ai tempi, svolgevo un ruolo centrale nella
campagna di propaganda. Per un pezzo, adottammo una strategia piuttosto ingenua. Pensavamo di poter
svergognare le ditte coinvolte persuadendole a rinunciare ai profitti dell'oppio. Scrivevamo lettere,
fornivamo materiale documentario a testimonianza dei danni prodotti dall'oppio sulla popolazione
cinese.
Gi, puoi ridere se vuoi, eravamo davvero ingenui. Ma devi capire, pensavamo di avere a che
fare con dei nostri fratelli, cristiani.
Ebbene, alla fine ci rendemmo conto che non stavamo ottenendo nulla.
Scoprimmo che quella gente non solo era molto interessata al denaro, ma ci teneva parecchio a
ridurre i cinesi cos. Li volevano vedere nel caos, drogati, incapaci di governarsi in modo adeguato.
In quelle condizioni, il paese poteva essere gestito praticamente come una colonia, senza per
conservare nessuno degli obblighi del passato.
Cos, cambiammo tattica. Diventammo pi sofisticati.
Al tempo, come del resto ancora oggi, i carichi di oppio arrivavano sullo Yangtze. Le barche
dovevano trasportare le partite su per il fiume attraversando il territorio infestato dal banditismo. In
assenza di un'adeguata protezione, le imbarcazioni non sarebbero arrivate oltre le gole del fiume senza
subire scorrerie. Cos tutte queste compagnie, la Morganbrook & Byatt, la Jardine Matheson, tutte
quante, stringevano accordi con i signori della guerra dei territori attraversati dai loro carichi. I suddetti
in realt non erano altro che banditi promossi al rango di signori della guerra, ma disponevano di
eserciti, e avevano perci il potere di assicurare il passaggio alle imbarcazioni. Ed ecco in che
consisteva la nostra nuova strategia. Non trattavamo pi con le imprese commerciali. Ci rivolgevamo ai
signori della guerra. Facendo appello al loro orgoglio razziale.
Facevamo notare che dipendeva da loro mettere fine ai profitti del commercio di oppio,
eliminare il maggiore ostacolo in assoluto alla possibilit che i cinesi prendessero in mano il proprio
destino, la loro terra. Naturalmente, alcuni erano troppo avidi per rinunciare ai guadagni. Ma qualche
conversione la ottenemmo. Wang Ku era allora uno dei pi potenti di questi banditi. Il suo territorio
copriva parecchie centinaia di miglia quadrate nella zona settentrionale della provincia di Hunan. Un
tipo piuttosto brutale, ma sufficientemente temuto e rispettato da fare di lui un alleato prezioso per le
compagnie commerciali. Dunque Wang Ku divent un acceso simpatizzante della nostra causa. Veniva
spesso a Shanghai, ne amava la vita mondana, e fu durante quelle visite che avemmo occasione di
ottenerne i favori. Ti senti bene, Pulcino?
- S, sto bene. Ti ascolto. - Forse adesso dovresti andare, Pulcino. Non  il caso che ascolti
quello che sto per dirti. - Dimmi. Ti ascolto.
- D'accordo. Secondo me dovresti sentire tutto in effetti, se riesci a tollerarlo. Perch... be',
perch devi andarla a cercare. Esiste la possibilit che tu riesca ancora a trovarla. - Dunque mia madre 
viva?
- Non ho ragione di credere il contrario. - Allora dimmi. Prosegui quello che stavi dicendo.
Torn alla scrivania e si sedette di nuovo di fronte a me. - Quel giorno Wang Ku venne a casa vostra.
Non stupisce che tu lo ricordi l'episodio. Hai pi di un motivo per sospettare che fosse importante. Fu
quando tua madre scopr che le motivazioni di Wang Ku erano tutt'altro che pulite. Per dirla chiara, si
era messo in testa di rilevare lui stesso il traffico di oppio. Naturalmente, aveva fatto accordi complicati
allo scopo di usare altri tre o quattro filtri, una strategia molto cinese, ma in sostanza, s, la faccenda
stava in quei termini. La maggior parte di noi era gi al corrente della cosa. Ma tua madre no.
L'avevamo tenuta all'oscuro, forse sbagliando, perch avevamo l'impressione che non avrebbe
accettato. Anche tutti noi,  ovvio, avevamo le nostre riserve, ma decidemmo di lavorare con Wang
ugualmente. E vero, avrebbe venduto l'oppio alla stessa gente con cui commerciavano le compagnie.
Ma il punto cruciale era impedirne l'importazione. Eliminare i profitti del traffico. Purtroppo, il giorno
in cui Wang Ku venne a casa vostra, disse qualcosa che per la prima volta chiar a tua madre la verit
riguardo al nostro rapporto con lui.
La mia ipotesi  che questo la fece sentire una sciocca. Forse aveva sempre nutrito dei sospetti,
ma aveva preferito ignorarli, e la sua collera era perci rivolta tanto a lei stessa e a me quanto a Wang.
In ogni caso perse il controllo, e lo colp. Niente di grave, come puoi immaginare, ma gli mise in effetti
le mani addosso. E come se non bastasse gli disse in faccia tutto quello che pensava. Sapevo che
l'episodio avrebbe avuto un prezzo altissimo. Cercai di rimediare subito. Gli spiegai che tuo padre se
n'era appena andato, che tua madre era molto sconvolta, mi sforzai di comunicargli tutto questo mentre
andava via. Lui si limit a sorridere e a dire di non preoccuparmi, ma io invece mi preoccupai, e non
poco. Sapevo che il gesto di tua madre non poteva restare senza conseguenze. Mi avrebbe sollevato
l'animo, ti assicuro, se la reazione di Wang fosse stata semplicemente quella di sottrarsi al progetto. Ma
l'oppio lui lo voleva, aveva gi preso un mucchio di accordi. E inoltre era stato oltraggiato da una
straniera, e voleva rimettere le cose a posto. Mentre mi chinavo verso di lui nel chiarore della lampada,
fui sopraffatto da una sensazione antica: che alle mie spalle l'oscurit fosse andata sempre crescendo,
spalancando un immenso spazio di buio. Lo zio Philip si era interrotto per asciugarsi il sudore dalla
fronte con il dorso della mano. Ma torn a scrutarmi con intensit e prosegu: - Pi tardi quello stesso
giorno andai a trovare Wang Ku al Metropole.
Feci il possibile per tentare di fermare il disastro che sapevo imminente. Ma non serv a nulla.
Le sue parole quel pomeriggio furono che, ben lungi dall'averlo fatto infuriare, lo spirito di tua
madre - lo chiam proprio cos, spirito - gli era parso molto affascinante. Al punto che desiderava
portarla con s a Hunan e farne una sua concubina.
Si riproponeva di domare tua madre come avrebbe fatto con una cavalla selvaggia. Ora,
Pulcino, tu devi capire come funzionavano allora le cose a Shanghai e in Cina: se un uomo come Wang
Ku prendeva una decisione simile, c'era ben poco che chiunque potesse fare per fermarlo.  questo che
devi capire. Non si sarebbe ottenuto nulla chiedendo alla polizia n a nessun altro di proteggere tua
madre. Forse la cosa avrebbe potuto rimandare un po' l'evento, ma niente di pi. Non esisteva nessuno
in grado di proteggere tua madre dalle intenzioni di un uomo di quel genere. Per, vedi, Pulcino, la mia
paura pi grande eri tu. Non sapevo per certo come intendesse regolarsi con te, e per quella ragione ero
andato a supplicarlo. Infine, giungemmo a un accordo. Avrei fatto in modo che tua madre si trovasse da
sola, senza protezione a patto di poter portare via te contemporaneamente. Volevo soltanto quello. Non
volevo che prendesse anche te. Il caso di tua madre era inevitabile. Ma con te, non era ancora tutto
perduto, si poteva trattare. E lo feci. Ci fu una pausa piuttosto lunga. Poi dissi: - E dopo questo
vantaggioso accordo, devo dedurre che Wang Ku continu a collaborare con il vostro progetto?
- Non essere cinico, Pulcino.
- Rispondimi. - In effetti, Prendersi tua madre gli bast. Fece quel che volevamo, e credo di
poter affermare che il suo contributo fu un fattore essenziale nella decisione delle compagnie di
interrompere il traffico. - E cos, mia madre fu, potremmo dire, immolata sull'altare della nobile causa.
- Ascolta, Pulcino, nessuno di noi aveva altra scelta. Devi sforzarti di capirlo. - L'hai mai pi rivista?
Dopo essere stata rapita da quell'uomo?
Lo vidi esitare. Poi per disse: - S. Effettivamente, l'ho vista. Una volta, sette anni dopo. Mi
capit di viaggiare attraverso la provincia di Hunan e accettai l'invito di Wang. E li, nella sua fortezza,
vidi in effetti tua madre un'ultima volta. La sua voce si era ormai ridotta a un sussurro. Il fonografo al
piano di sotto aveva smesso di suonare, cosicch fra di noi incombeva un silenzio immobile. - E... e che
ne era stato di lei?
- Era in buona salute. Ovviamente, era una concubina tra le tante. Ma considerate le circostanze,
direi che si era adattata bene alla sua nuova vita. - Come la trattavano?
Lo zio Philip distolse lo sguardo. Poi disse piano: - Quando la vidi, mi chiese di te,
naturalmente. Le diedi le notizie di cui disponevo. Ne fu soddisfatta. Vedi, prima di allora, era stata
tagliata fuori dal mondo esterno. Per sette anni, aveva sentito soltanto ci che Wang decideva di farle
sentire. Voglio dire, insomma, che non sapeva per certo se l'accordo finanziario stesse funzionando.
Perci quando la vidi, volle subito sapere, e fui in grado di rassicurarla anche su quel fronte. Dopo sette
anni di dubbi tormentosi, la sua mente pot infine placarsi. Non so dirti quanto sollievo mostr.
Continuava a ripetere: Mi basta sapere questo. Mi basta sapere questo. Mi stava osservando molto
attentamente a quel punto. Dopo un altro minuto, gli rivolsi la domanda che stava aspettando.
- Quale accordo finanziario, zio Philip?
Abbass gli occhi sul dorso delle mani e le esamin per un attimo. - Se non fosse stato per te,
per l'amore che aveva per te, Pulcino, sono certo che tua madre si sarebbe tolta la vita senza un istante
di esitazione piuttosto che permettere a quella canaglia di sfiorarla anche solo con un dito. Avrebbe
trovato il modo, e l'avrebbe fatto. Ma c'eri tu di mezzo. E cos, alla fine, quando cap come stavano le
cose, propose un accordo. Tu avresti ricevuto garanzie finanziarie in cambio... della sua
condiscendenza. Me ne occupai in gran parte io stesso, organizzando tutto attraverso la ditta. C'era un
tale alla Byatt, non aveva la minima idea della natura dell'accordo. Credeva di garantire un passaggio
sicuro al suo oppio. Ah, ah! Che idiota! - Lo zio Philip scosse la testa e sorrise. Poi il suo volto torn a
farsi scuro, come se si fosse ormai rassegnato alla piega che la nostra conversazione era destinata a
prendere.
- La mia rendita, - dissi a bassa voce. - La mia eredit... -
Tua zia in Inghilterra. Non  mai stata molto facoltosa. Il tuo vero benefattore, in tutti questi
anni,  stato Wang Ku. - E cos, per tutto questo tempo sono vissuto... sono vissuto grazie a... - Non
potei proseguire e mi interruppi. Lo zio Philip annu. - La tua istruzione scolastica. Il tuo posto nella
societ londinese. Il fatto che tu abbia potuto fare di te quel che sei. Devi tutto a Wang Ku. O meglio, al
sacrificio di tua madre. Si alz di nuovo, e quando mi guard colsi qualcosa di nuovo nella sua
espressione, qualcosa che somigliava all'odio. Ma poi si volt e si diresse verso la penombra, dove non
riuscii pi a vederlo. - Quel giorno, quando vidi tua madre per l'ultima volta, - disse. - Nella fortezza.
Aveva perso ogni interesse per il traffico dell'oppio. Viveva solo per te, si preoccupava per te.
A quel punto il commercio era diventato illegale. Ma nemmeno quella notizia significava pi
niente per lei. Come puoi immaginare, io reagii con amarezza, come tutti gli altri che avevano dedicato
anni alla causa. Avevamo finalmente raggiunto il nostro scopo, secondo noi.
Abolito il traffico di oppio. Ci bast un paio d'anni per renderci conto di che cosa significasse
sul serio l'abolizione.
Il traffico era solo passato in altre mani, tutto qui. Ormai era gestito dal governo di Chiang. Il
numero dei drogati cresceva a dismisura, ma a quel punto lo spaccio serviva a finanziare l'esercito di
Chiang Kai-shek, a sovvenzionarne il potere. Fu allora che mi unii ai Rossi, Pulcino. E tua madre,
credevo che l'avrebbe distrutta scoprire che fine aveva fatto la nostra causa, ma a lei non importava pi
nulla. Voleva solo che tu fossi al sicuro.
Voleva solo avere tue notizie. Sai una cosa, Pulcino, - qui la sua voce assunse un tono
inconsueto, - quando la vidi quella volta, mi parve che stesse abbastanza bene. Ma mentre ero l, chiesi
ad altre persone della casa, gente che ne sapeva di pi. Volevo scoprire la verit, sapere come fosse
stata trattata, perch... perch gi allora sapevo che questo momento, questo nostro incontro di adesso
sarebbe venuto prima o poi. E ottenni quel che cercavo. Oh s. Venni a conoscenza di ogni cosa. - Stai
cercando deliberatamente di torturarmi?
- Non si trattava soltanto... di cedergli a letto. Era sua consuetudine frustarla di fronte agli
ospiti. Domava la donna bianca, cos si esprimeva. E non  tutto. Sai che... Mi ero gi coperto le
orecchie, ma a quel punto gridai: - Basta! Perch vuoi torturarmi cos?
- Perch? - La sua voce era piena di collera adesso. - Perch? Perch voglio che tu sappia la
verit! Per tutti questi anni devi aver pensato a me come a un essere spregevole. Forse lo sono, ma 
cos che ti riduce il mondo. Non ho mai voluto essere quello che sono. Volevo fare del bene. A modo
mio, un tempo ho saputo prendere delle posizioni coraggiose. Eppure, guardami adesso. Tu mi
disprezzi. Mi hai disprezzato per tutti questi anni, tu. Pulcino, la persona pi vicina a un figlio che io
abbia mai avuto, mi disprezzi. Ma ora capisci come  davvero il mondo? Che cosa ha reso possibile la
tua vita agiata in Inghilterra?
Come hai potuto diventare un celebre investigatore? Investigatore! A chi mai  servito che tu lo
fossi? Storie di gioielli rubati, qualche aristocratico ucciso per ragioni di eredit. Credi che siano tutti l
i mali della vita? Tua madre voleva che tu potessi vivere per sempre nel tuo mondo incantato. Ma 
impossibile. Alla fine deve per forza andare in frantumi.  gi un miracolo che sia durato cos a lungo
per te. Allora, Pulcino, ecco qua. Voglio darti un'occasione. Ecco. Aveva di nuovo estratto la pistola.
Usc dall'ombra e mi venne incontro; quando sollevai lo sguardo, incombeva su di me, proprio come
quando ero piccolo. Scost di colpo la giacca e si premette la pistola contro il gil, vicino al cuore. -
Ecco, - disse, chinandosi e sussurrando cos da farmi sentire l'odore cattivo del suo fiato. - Ecco qua,
ragazzo. Mi puoi uccidere. Come hai sempre voluto fare.  per questo che sono ancora vivo dopo tanto
tempo. Nessun altro doveva avere questo privilegio. Mi sono risparmiato, come vedi, per te.
Premi il grilletto. Cos, guarda. La faremo apparire come un'aggressione da parte mia. Sar io
quello che ha in mano la pistola, e ti cadr addosso. Quando verranno, vedranno il mio corpo sul tuo, e
sembrer legittima difesa. Avanti, sono pronto. Premi il grilletto, Pulcino. Il suo gil mi premeva contro
la faccia, seguendo l'andirivieni del petto ansante. Provai un senso di repulsione, e cercai di
allontanarmi, ma lui, con la mano libera, ne sentivo addosso la pelle aridissima, mi aveva afferrato un
braccio nello sforzo di trattenermi. Mi balen all'improvviso l'idea che potesse premere lui stesso il
grilletto se solo avessi sfiorato l'arma. Mi trassi indietro di scatto, sbilanciandomi sulla sedia, e mi
allontanai barcollando. Per un secondo sogguardammo entrambi la porta con espressione colpevole, per
vedere se il trambusto avesse fatto accorrere le guardie. Ma non accadde nulla, e alla fine lo zio Philip
scoppi a ridere, tir su la sedia e la rimise al suo posto di fronte alla scrivania. Poi vi si mise a sedere,
appoggi la pistola sul banco e riprese fiato per qualche minuto. Mi allontanai di alcuni passi, ma
quella stanza cavernosa non conteneva altri arredi, perci a un certo punto dovetti fermarmi, dando
ancora le spalle allo zio. E lo sentii dire: - D'accordo. Benissimo -. Inspir qualche altra boccata d'aria.
- Allora ti dico. Ti confesser il mio segreto pi atroce. Ma per un buon minuto ancora, non udii altro
dietro di me che il suo ansimare affannoso.
Infine disse: - Benissimo. Ti confesser la verit. Ti dir perch quel giorno ho acconsentito al
rapimento di tua madre da parte di Wang Ku. Quanto ti ho detto prima, s, era vero in un certo senso.
Dovevo salvaguardare te.
S, s, quel che ho detto finora per lo pi regge. Ma se avessi davvero voluto, se avessi proprio
voluto salvare tua madre, so che avrei trovato un modo per farlo. Adesso ti dir una cosa, Pulcino. Una
cosa che non sono riuscito a confessare nemmeno a me stesso per molti anni. Ho aiutato Wang Ku a
rapire tua madre perch una parte di me voleva vederla sua schiava. Saperla usata cos, notte dopo
notte. Perch vedi, l'avevo sempre desiderata sin dai giorni in cui ero stato ospite in casa vostra.
Oh s, la volevo, e quando tuo padre se ne and via all'improvviso, credetti che fosse venuta la
mia grande occasione, pensai di poter prendere il suo posto. Ma... ma tua madre, non aveva mai
guardato a me in quel modo, me ne dovetti accorgere non appena tuo padre fugg. Lei mi rispettava, mi
credeva un gentiluomo... No, no, era impossibile. Non sarebbero bastati mille anni per darmi il
coraggio di farmi avanti. Non in quel senso. Ed ero in collera. Ero furioso. Cos, quando si verific
l'episodio con Wang Ku, io ne fui eccitato. Mi senti, Pulcino?
Eccitato! Dopo che l'ebbe portata via, nel cuore della notte, io ero eccitato. Per tutti questi anni,
ho goduto indirettamente attraverso Wang Ku. E stato quasi come se l'avessi posseduta anch'io. Mi
davo piacere. Pi e pi volte, fantasticando su quanto le stava accadendo.
Ora s, ora uccidimi! Perch risparmiarmi? Hai sentito, no? Ecco, ammazzami come un sorcio!
Rimasi molto a lungo immobile nella parte buia della stanza, dandogli le spalle e ascoltando il
rumore del suo respiro. Poi mi voltai e gli dissi, con un filo di voce: - Prima hai detto che secondo te
mia madre  viva.  ancora con Wang Ku?
- Wang  morto quattro anni fa. In ogni caso il suo esercito  stato smantellato da Chiang
Kai-shek. Non so dove sia adesso. Pulcino.
Onestamente non lo so. - Ebbene. La trover. Non mi dar per vinto. -
Non sar facile, ragazzo mio. C' la guerra in questo paese. Tra poco coinvolger l'intera
nazione.
- S, - dissi. - Oserei dire che tra poco coinvolger il mondo intero.
Ma non  colpa mia. Anzi, non mi riguarda nemmeno pi. Voglio ricominciare da capo, e
trovarla questa volta. Hai qualcos'altro da dirmi che possa aiutare le mie ricerche?
- Temo di no, Pulcino. Ti ho detto tutto. - Addio allora, zio Philip.
Scusa, ma non posso proprio accontentarti. - Non fa niente. Non mancher chi abbia voglia di
venire incontro al Serpente Giallo, su questo punto -. Diede in una breve risata. Poi disse con voce
stanca: -
Addio, Pulcino. Spero che tu riesca a trovarla.
...
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...
PARTE SETTIMA.
...
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...
LONDRA, 14 NOVEMBRE 1958.
...
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...
CAPITOLO VENTITREESIMO.
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Era il mio primo lungo viaggio da anni, e per un paio di giorni dopo il mio arrivo a Hong Kong
rimasi parecchio affaticato. Gli spostamenti aerei sono sorprendentemente veloci, ma le condizioni del
percorso risultano gravose e disorientanti. Si rifecero vivi i miei vendicativi dolori all'anca e l'emicrania
mi si insedi addosso per quasi tutta la durata del soggiorno, il che senza dubbio rese viziato il mio
giudizio sulla colonia. So di gente che ha compiuto lo stesso viaggio ed  ritornata piena di entusiasmo.
- Un posto che sa guardare al futuro, - si sente sempre dire. - Oltre che di una bellezza mozzafiato -.
Eppure per quasi tutta quella settimana il cielo rimase coperto, e le strade affollate in modo soffocante.
Credo di aver apprezzato anch'io qua e l - come nelle insegne cinesi fuori delle botteghe, o anche solo
alla vista di cinesi impegnati nei loro commerci al mercato - una vaga eco di Shanghai. Ma anche
quelle suggestioni erano per lo pi ragione di sconforto. Era un po' come se, a una delle noiosissime
cene di Kensington o Bayswater, avessi incontrato la cugina alla lontana di una donna che un tempo
avevo amato e che i suoi gesti, espressioni del viso e piccole moine mi avessero messo in moto la
memoria per lasciarmi in fondo tra le mani solo l'inadeguata per non dire grottesca parodia di
un'immagine adorata. Alla fine fui lieto di trovarmi in compagnia di Jennifer. Al suo primo accenno ad
accompagnarmi l'avevo deliberatamente ignorata. Perch a quel punto, mi riferisco soltanto a cinque
anni fa, tendeva ancora a considerarmi una specie di invalido, soprattutto quando riaffioravano nella
mia vita il passato, o l'Oriente. Credo che una parte di me abbia sempre patito quell'eccessivo zelo, e fu
solo quando arrivai a pensare che Jennifer potesse desiderare sinceramente di concedersi una vacanza, -
aveva anche lei le sue preoccupazioni, dopo tutto, e un viaggio del genere poteva giovarle, - che
acconsentii a partire con lei. Era stata Jennifer a suggerire che tentassimo di raggiungere anche
Shanghai, e suppongo che non sarebbe stato impossibile. Avrei potuto parlarne con alcune mie vecchie
conoscenze, uomini che godono ancora di un certo prestigio presso il ministero degli Esteri, e sono
sicuro che avremmo ottenuto un visto d'ingresso in Cina senza particolari difficolt. So di altri che
hanno fatto esattamente cos. Del resto oggi Shanghai  sotto ogni aspetto appena l'ombra spettrale
della citt che era. I comunisti si sono trattenuti dall'abbattere fisicamente gli edifici, cosicch ci che
un tempo era parte della Concessione Internazionale  rimasto pressoch intatto. Le strade, sebbene
abbiano cambiato nome, restano perfettamente riconoscibili e si dice che chiunque conoscesse bene la
Shanghai di un tempo non avrebbe problemi a orientarsi in quella attuale. Ma gli stranieri, come 
ovvio, sono stati tutti allontanati e quelli che una volta erano lussuosi alberghi e night club, sono oggi
gli uffici amministrativi del governo del presidente Mao. In altre parole, la Shanghai contemporanea
risulterebbe con ogni probabilit una parodia della vecchia citt, non meno dolorosa di Hong Kong. Ho
sentito dire, per inciso, che la povert, nonch la dipendenza da oppio contro cui mia madre combatt la
sua aspra battaglia,  diminuita in modo significativo dopo l'avvento del comunismo. Resta da vedere
quanto questi mali siano stati sradicati a fondo, ma pare proprio che i comunisti siano riusciti a
ottenere, in capo a una manciata di anni, quello che filantropia e campagne appassionate non avevano
raggiunto in decenni. Ricordo di essermi chiesto che cosa avrebbe pensato mia madre di questo
fenomeno, la prima notte che trascorremmo a Hong Kong, mentre misuravo a passi la mia stanza
dell'Hotel Excelsior, curandomi il dolore all'anca e tentando un generale recupero del mio equilibrio
interiore.
Non mi recai al Rosedale Manor prima del terzo giorno. Avevamo da tempo concordato che
quell'escursione l'avrei fatta da solo e, pur osservando ogni mio movimento per tutto il corso della
mattina, Jennifer mi salut dopo pranzo senza sollevare eccessive obiezioni. Quel pomeriggio in effetti
il sole era riuscito ad aprirsi un varco e, mentre il mio taxi si inerpicava per la salita, squadre di
giardinieri in divisa annaffiavano e rasavano prati curatissimi su entrambi i lati della strada. Infine il
terreno si fece pianeggiante e l'auto accost dinanzi a un grande edificio bianco in stile coloniale
inglese, con lunghe file di finestre chiuse e l'aggiunta recente di un'ala laterale. Un tempo doveva essere
stato una dimora splendida, con quella vista sull'acqua e su gran parte del lato occidentale dell'isola.
Quando uscii nella brezza e guardai oltre il porto, potei distinguere in lontananza un trenino a
cremagliera che si arrampicava su una collina. Volgendo per lo sguardo verso la costruzione, mi
accorsi che ne avevano trascurato la manutenzione; soprattutto la vernice degli infissi di porte e finestre
appariva scrostata. All'interno, nell'atrio, aleggiava un vago odore di pesce lesso, ma l'ambiente era
pulitissimo. Una suora cinese mi scort lungo un corridoio pieno di echi fino all'ufficio di Suor Belinda
Heaney, una donna sui quarantacinque anni dall'espressione seria e vagamente austera. E fu l, in
quell'ufficio angusto, che venni a sapere di come la donna che conoscevano con il nome di Diana
Roberts fosse arrivata da loro grazie all'intervento di un'organizzazione che si occupava di stranieri
rimasti bloccati nella Cina comunista. Al momento di consegnarla le autorit cinesi sapevano sul suo
conto solo che la donna era vissuta presso un istituto per malati di mente a Chunking sin dalla fine della
guerra. -  possibile che vi abbia trascorso anche gran parte del periodo di guerra, - disse Suor Belinda.
- Si fatica quasi a tollerare il pensiero di che cosa fossero quei luoghi, signor Banks. Una volta internate
in posti del genere, le persone potevano facilmente sparire senza lasciare traccia. Fu solo perch era
bianca che si riusc a individuarla. I cinesi non sapevano che farsene di lei. Del resto, il loro scopo 
espellere dalla Cina tutti gli stranieri. E cos alla fine la spedirono qui, e ora  con noi da circa due anni.
Quando arriv, era molto inquieta. Ma nel giro di un paio di mesi tutti i consueti benefici di Rosedale
Manor, vale a dire la pace, la disciplina e le preghiere, hanno incominciato a dare i loro frutti. Non si
riconoscerebbe oggi in lei la povera creatura che arriv allora.  cos tanto pi serena. Lei  un parente,
mi ha detto?
- S,  decisamente possibile, - dissi. - E poich mi trovavo a Hong
Kong, ho pensato che fosse giusto farle una visita. Era il meno che potessi fare. - Ebbene,
saremmo lietissimi di avere notizie di parenti e amici intimi, qualsiasi legame con l'Inghilterra.
Frattanto, ogni visitatore  sempre il benvenuto. - Ne ha molti?
- Riceve visite regolarmente. Fa parte di un programma in collaborazione con gli studenti del St
Joseph's College. - Capisco. E va d'accordo con gli altri ospiti?
- Oh s. Non ci crea alcun problema. Se solo potessimo dire altrettanto di certi altri. Suor
Belinda mi accompagn lungo un nuovo corridoio, fino a un'ampia sala soleggiata, forse l'ex sala da
pranzo, nella quale una ventina di donne con indosso lo stesso grembiule beige stavano sedute o
vagavano trascinando i piedi per la stanza. Le porte finestre si aprivano sul giardino esterno, e il sole,
passando dai vetri, inondava di luce il pavimento in parquet. Non fosse stato per il gran numero di vasi
pieni di fiori freschi, avrei potuto scambiare il locale per una nursery; c'erano acquerelli vivaci appesi
su tutte le pareti e, disposti qua e l, tavolini con sopra disegni, carte da gioco, fogli e matite colorate.
Suor Belinda mi lasci sulla soglia e si diresse verso un'altra suora seduta a un pianoforte
verticale, mentre un buon numero di presenti interrompeva quel che stava facendo per fissarmi. Altre
parvero intimidite e cercarono di nascondersi. Erano quasi tutte occidentali, anche se intravidi un paio
di eurasiatiche. Poi qualcuno incominci a gemere forte nell'edificio alle nostre spalle, e stranamente
questo ebbe l'effetto di placare le donne. Una signora scarmigliata accanto a me mi sorrise e disse: -
Non aver paura, tesoro,  soltanto Martha. Ha ripreso a dare in escandescenze. Riconobbi l'accento
dello Yorkshire nelle sue parole e mi stavo chiedendo quali maree del destino potessero averla condotta
in quel luogo, quando fu di ritorno Suor Belinda. - Diana dovrebbe essere fuori, - disse. - Se vuole
seguirmi, signor Banks. Varcammo le porte finestre e ci trovammo su un bel prato la cui superficie
ondulata ci ramment che eravamo vicini alla sommit di una collina. Mentre seguivo Suor Belinda tra
aiuole fiorite di gerani e tulipani, intravedevo scorci panoramici dispiegarsi oltre le siepi potate con
cura. Qua e l, anziane signore in grembiule beige sedevano al sole, sferruzzando, chiacchierando o
borbottando innocentemente tra s e s. A un certo punto, Suor Belinda si ferm per guardarsi intorno,
poi mi guid al fondo di un prato in discesa, oltre un cancello bianco che conduceva in un piccolo
giardino cinto di mura. L'unica persona visibile al suo interno era un'anziana signora seduta al sole
dalla parte opposta del prato, l dove l'erba era meno fitta; giocava a carte su un tavolino di ferro
battuto. Era tutta presa dal gioco e non sollev lo sguardo finch non le fummo vicini. Suor Belinda le
sfior con dolcezza una spalla e disse: - Diana. C' qui un signore che  venuto a trovarti.
Viene dall'Inghilterra. Mia madre sorrise a entrambi e torn a dedicarsi al suo gioco con le
carte. - Non sempre Diana capisce quello che le si dice, - spieg Suor Belinda. - Se si vuole farle fare
qualcosa, bisogna ripeterglielo tante volte. - Chiss se posso parlarle da solo. Suor Belinda non parve
entusiasta di quell'idea e per un momento sembr in cerca di una buona ragione che lo impedisse. Ma
alla fine accett: - Se preferisce, signor Banks, sono sicura che nulla lo vieti. Mi trover nel soggiorno.
Non appena Suor Belinda si fu allontanata, osservai con attenzione mia madre intenta a distribuire le
carte. Era molto pi piccola di quanto mi aspettassi e teneva le spalle parecchio curve. Aveva i capelli
bianchi raccolti con cura sulla nuca. Di quando in quando, mentre io continuavo a osservarla, alzava la
testa e mi sorrideva, ma riconobbi dentro il suo sguardo una traccia di timore che in presenza di Suor
Belinda non c'era. Il viso non era poi tanto rugoso, ma sotto gli occhi si notavano due pieghe profonde
al punto da sembrare quasi delle incisioni. Il collo, forse a causa di una lesione o di un malanno, si era
infossato tra le spalle, cosicch, per passare in rassegna le carte disposte sul tavolo, era costretta a
muovere anche il busto. Aveva una gocciolina sulla punta del naso, e io avevo estratto il mio fazzoletto
con l'intenzione di asciugargliela prima di rendermi conto che con quel gesto avrei potuto allarmarla
inutilmente. Alla fine, dissi a bassa voce: - Mi dispiace di non averti potuta avvisare in nessun modo.
Capisco che per te debba essere un vero choc -. Mi interruppi, perch era evidente che non ascoltava.
Poi dissi: - Mamma, sono io. Christopher. Guard in su, sorrise pi o meno come prima, e torn alle
sue carte. Immaginavo che stesse facendo un solitario, ma osservando meglio mi accorsi che seguiva
un sistema di gioco tutto suo. A un certo punto, la brezza sollev alcune carte dal tavolo, ma a lei parve
non importare nulla. Quando le raccolsi dal prato e gliele riportai, sorrise, dicendo: - Grazie infinite.
Ma non occorre, sa? Personalmente, mi piace lasciarle andare fino a quando non ce ne sono tante sul
prato. Soltanto allora le raccolgo, tutte insieme, mi spiego? Dopo tutto, non possono mica volare via
dalla collina, le pare?
Continuai a osservarla per qualche minuto ancora. Poi mia madre si mise a cantare.
Canticchiava piano tra s, quasi a mezza voce, mentre con le mani non smetteva di prendere le carte e
disporle sul tavolo. La voce era flebile, non distinsi la canzone che stava cantando, ma naturalmente
melodiosa. E mentre stavo li a guardare e ascoltare, mi torn in mente il frammento di un ricordo: una
giornata ventosa nel nostro giardino, mia madre sull'altalena, che rideva e cantava a squarciagola,
mentre io saltavo su e gi di fronte a lei e le dicevo di smettere.
Distesi un braccio e le sfiorai appena una mano. La ritrasse all'istante e mi scrut furibonda. -
Tenga gi le mani, signore! - disse in un sussurro sconvolto. - Tenga le mani a posto!
- Mi scusi -. Mi feci un po' indietro per rassicurarla. Lei torn alle sue carte e quando di nuovo
sollev lo sguardo, sorrise come se non fosse accaduto nulla. - Mamma, - dissi lentamente, - sono io.
Sono venuto dall'Inghilterra. Mi dispiace davvero moltissimo di averci messo tanto. Mi rendo conto di
averti delusa terribilmente. Ho fatto tutto quel che potevo, ma vedi, alla fine,  stato troppo per me. Ora
capisco che  tremendamente tardi.  probabile che scoppiai a piangere, perch mia madre sollev gli
occhi e mi fiss. Poi disse: - Ha mal di denti, giovanotto? Se  cos, le conviene parlarne con Suor
Agnese. - No, sto bene. Ma tu hai capito che sto dicendo? Sono io.
Christopher. Annu e rispose: - Non serve a niente aspettare, giovanotto. Suor Agnese le
scriver la ricetta. A quel punto mi venne un'idea. - Mamma, - dissi, - sono Pulcino. Pulcino. - Pulcino -.
All'improvviso si paralizz. - Pulcino. Per molto tempo mia madre non disse altro, ma
l'espressione sul suo viso era cambiata completamente.
Guardava in alto di nuovo, ma come se si concentrasse su un oggetto che stava al di l della
mia spalla, mentre sul suo volto si disegnava un sorriso dolcissimo. - Pulcino, - ripet, quasi
mormorando a se stessa, e per un attimo parve perdersi in una sua intima felicit. Poi scosse il capo e
disse: - Quel bambino. Mi d cos tanti pensieri. - Mi scusi, - dissi. - Scusi. Supponiamo che questo
ragazzo, questo Pulcino, supponiamo che si venisse a sapere che ha fatto del proprio meglio, che ha
tentato di tutto per ritrovarla, ma che alla fine non ci  riuscito.
Se scoprisse questo, crede che... crede che potrebbe perdonarlo?
Mia madre continuava a guardare oltre la mia spalla, ma a quel punto sul suo viso era comparsa
un'espressione perplessa.
- Perdonare Pulcino? Ha detto cos, perdonare Pulcino? E di che cosa?
- Poi torn a sorridere radiosa. - Quel ragazzo. Dicono che se la sta cavando bene. Ma non si
pu mai stare tranquilli con uno come lui. Oh, mi d cos tanti pensieri. Lei non immagina. - Potr
sembrarti sciocco, - dissi a Jennifer mentre discutevamo ancora una volta del viaggio il mese scorso, -
ma fu soltanto quando disse cos che finalmente capii.
Voglio dire che mi resi conto di come non avesse mai smesso di amarmi, mai, con tutto quello
che aveva passato. A lei importava soltanto una cosa: che io avessi una vita felice. E tutto il resto, tutto
il mio sforzo per ritrovarla, la mia volont di salvare il mondo dalla rovina, tutto questo per lei non
avrebbe fatto alcuna differenza. Ci che provava per me, i suoi sentimenti nei miei riguardi stavano l
irremovibili, e non dipendevano da nulla. Suppongo che possa sembrare abbastanza scontato. Ma io ci
misi tutto quel tempo per metterlo a fuoco. - Credi davvero - domand Jennifer - che non avesse la
minima idea di chi eri?
- Ne sono sicuro. Ma era sincera e sapeva che cosa stava dicendo. Disse che non c'era niente da
perdonare, ed era autenticamente sorpresa che qualcuno potesse pensare il contrario. Se avessi visto il
suo viso quando pronunciai quel nome, non avresti alcun dubbio nemmeno tu. Non aveva mai smesso
di amarmi, neppure per un istante. - Zio Christopher, come mai credi di non aver mai detto alle suore
chi eri davvero?
- Non lo so. Sembra strano, mi rendo conto, ma alla fine non l'ho fatto e basta. E poi, non
vedevo il motivo per portarla via da l. In un certo senso, sembrava effettivamente appagata. Non
proprio felice. Ma come se il dolore si fosse sciolto. Non sarebbe stata meglio in un istituto in
Inghilterra. Suppongo sia un po' come la questione di dove dovesse riposare. Dopo la sua morte, ho
pensato di farla portare qui. Ma ripensandoci, ho deciso di no. Era vissuta in Oriente per tutta la vita.
Credo che avrebbe preferito restarci. Era una fredda mattina di ottobre e Jennifer e io
passeggiavamo lungo un viottolo tortuoso nel Gloucestershire.
Avevo trascorso la notte in una locanda, poco lontano dal pensionato nel quale risiedeva lei, e le
avevo fatto visita subito dopo colazione.
Forse non riuscii a mascherare a dovere la mia tristezza di fronte allo squallore nel quale
viveva, perch Jennifer aveva subito insistito, a dispetto del gelo, nel volermi mostrare lo spettacolo
della valle di Windrush dal cimitero erboso di una chiesa del posto. Mentre scendevamo lungo la
stradicciola, vidi gi in fondo il cancello di una fattoria; ma prima di raggiungerlo, lei mi condusse
fuori dal sentiero attraverso un varco tra le siepi. - Zio Christopher, vieni a vedere. Ci facemmo strada
attraverso la macchia fitta di rovi finch ci trovammo affacciati su una inferriata. A quel punto vidi il
digradare dei campi gi per la valle. -  un panorama stupendo, - dissi. - Dal cimitero della chiesa si
vede ancora pi lontano. Non pensi mai di trasferirti da queste parti anche tu? Londra  decisamente
troppo caotica ormai.
Restammo l per un attimo, l'uno accanto all'altra, a contemplare il paesaggio. - Mi dispiace, - le
dissi. - Non sono stato quass molto spesso di recente. Credo che l'ultima volta risalga a qualche mese fa.
Non so nemmeno che cosa mi abbia trattenuto. - Oh, non dovresti preoccuparti tanto per me. -
Ma certo, invece, certo che mi preoccupo.
-  tutto passato, ormai, - disse lei, - tutta la storia dell'anno scorso. Non far mai pi una
sciocchezza di quel genere. Te l'ho gi promesso. Era solo un periodo particolarmente difficile, tutto
qui.
D'altra parte, non era nemmeno mia intenzione fare sul serio. Mi ero assicurata che la finestra
rimanesse aperta. - Ma sei ancora giovane, Jenny. Hai cos tanta vita davanti. Mi deprime pensare che
tu possa anche solo aver contemplato un'ipotesi simile. - Giovane? Trentun anni, senza figli, senza
marito. S, suppongo che di tempo ce ne sia ancora, in effetti. Per dovr trovare la forza di affrontare
tutto quanto daccapo, sai che cosa intendo. E sono cos stanca adesso, qualche volta penso che mi
piacerebbe farmi un'esistenza tranquilla da sola.
Potrei lavorare in qualche negozio, andare al cinema una volta alla settimana e non fare del
male a nessuno. Che c' che non va in una vita del genere. - Ma non ce la faresti. Non assomiglia alla
Jennifer che conosco io. Diede in una breve risata. - Ma tu non hai idea di come sia. Per una donna
della mia et, cercare di scovare l'amore in un posto come questo. Con la padrona di casa e i
pensionanti che sparlano sottovoce di te tutte le volte che metti piede fuori dalla tua stanza.
Che cosa ci si aspetta che faccia? Che metta un annuncio? Quello s che scatenerebbe le
dicerie, non che mi importi qualcosa di quella gente. - Ma sei una donna molto attraente, Jenny. Voglio
dire, chi ti guarda vede il tuo spirito, la tua dolcezza, la tua bont. Sono sicuro che il destino ha
qualcosa in serbo per te. - Tu credi che la gente veda il mio spirito? Zio Christopher,  solo perch
quando mi guardi tu, vedi ancora la bambina che hai conosciuto tanto tempo fa. Mi voltai e la osservai
attentamente. - Oh, ma quella bambina c' ancora, - dissi. - La vedo benissimo.  ancora l dentro, in
attesa. Il mondo non ti ha cambiata quanto credi, mia cara. Ti ha soltanto procurato uno choc, tutto qui.
E a proposito, un paio di uomini come si deve ci sono proprio su questa terra, tanto vale che tu lo
sappia. Devi solo smettere di fare del tuo meglio per evitarli. - D'accordo, zio Christopher. Vedr di far
meglio la prossima volta. Sempre che ci sia una prossima volta. Per un momento continuammo a
osservare il panorama, con il vento leggero che ci accarezzava la faccia. Infine dissi: - Avrei dovuto
fare di pi per te, Jenny. Mi dispiace. - Ma che cosa potevi fare, tu? Se sono tanto stupida da... -No,
volevo dire... prima. Quando stavi crescendo. Avrei dovuto starti pi vicino. Invece ero troppo
occupato a risolvere i problemi del mondo. Avrei dovuto fare molto di pi di quello che ho fatto, per te.
Mi dispiace. Ecco. Ho sempre voluto dirtelo. - Ma come fai a chiedermi scusa, zio Christopher?
Dove sarei ora senza di te? Io ero un'orfana, non avevo nessuno.
Non devi mai chiedermi scusa. Tutto quello che ho, lo devo a te.
Mi protesi in avanti e sfiorai la ragnatela grondante sospesa tra le sbarre dell'inferriata. Quella
si ruppe e mi si attacc alle dita. -
Ah, detesto quella sensazione! - esclam lei. - Non la sopporto!
- A me invece  sempre piaciuta. Da bambino, mi toglievo i guanti apposta per farlo. - Oh, ma
come si fa? - Scoppi a ridere forte e all'improvviso rividi in lei la Jennifer di un tempo. - Ma parliamo
di te, zio Christopher. Che ne diresti di sposarti tu? Non ci pensi mai?
-  decisamente troppo tardi. - Oh, non credo. Te la cavi abbastanza bene a vivere da solo. Ma
la solitudine non fa neanche per te. Non mi pare. Ti incupisce. Dovresti pensarci. Non fai che parlarmi
delle tue amiche. Non ce n' una che ti vorrebbe?
- Mi vorrebbero a pranzo. Ma non molto pi a lungo, temo -. Poi aggiunsi: - C' stato qualcuno
una volta. Ma  finita come tutto il resto -. Risi brevemente. - La mia grande vocazione mi ha
ostacolato parecchio nella vita, tutto sommato. Dovevo aver distolto lo sguardo da lei. La sentii
sfiorarmi la spalla e, quando mi voltai, mi scrut in viso con tenerezza. - Non dovresti essere cos
severo con la tua carriera, zio Christopher. Ti ho sempre ammirato tantissimo per quel che hai cercato
di fare. - Cercato, hai ragione. Ma ho combinato ben poco alla fine. Comunque, ormai  acqua passata.
Di questi tempi la mia pi grande ambizione esistenziale  quella di tenere a bada questi reumatismi.
All'improvviso Jennifer sorrise e fece scivolare un braccio sotto il mio. - Ho capito che cosa faremo, -
disse. - Ho un progetto.
Ho deciso. Mi trover un brav'uomo gentile, lo sposer e avremo tre, anzi no, quattro bambini.
E andremo a stare da queste parti, in modo da poter sempre venire qui a guardare la valle. E tu potrai
lasciare il tuo soffocante appartamento di Londra e venire a vivere insieme a noi.
Dal momento che le tue amiche non ti vogliono, potresti accettare il ruolo di zio per tutti i miei
figli futuri.
Le risposi con un sorriso a mia volta. - Mi sembra un gran bel progetto.
Anche se non sono certo che tuo marito accoglierebbe con gioia l'idea di avermi tra i piedi tutto
il tempo. -
Oh, be', potremmo sempre mettere su un capanno o un rifugio solo per te. - Questo s che
suona allettante. Tu mantieni la parte dell'impegno che ti riguarda e io ci penser su. - Se mi stai
facendo una promessa, ti conviene fare attenzione. Perch io far in modo che succeda. E a quel punto
sarai costretto a trasferirti nel nostro capanno. Nel corso di quest'ultimo mese, ho attraversato
svogliatamente le grigie giornate di Londra, vagando per Kensington Gardens in compagnia di turisti
autunnali e di impiegati in pausa per il pranzo; di quando in quando incontravo una vecchia conoscenza
e magari, accettando un invito a colazione o per il t, mi capitava spesso di ritrovarmi a pensare alla
conversazione di quella mattina con Jennifer. Non posso negare che mi ha rallegrato. Ho buone ragioni
di credere che abbia ormai percorso il tunnel buio della sua vita per riemergerne dal lato opposto. Resta
da vedere che cosa l'aspetti, ma lei non  per natura una persona disposta ad accettare facilmente la
sconfitta. Anzi,  pi che probabile che proceder nella realizzazione del programma che mi ha esposto
- in modo solo parzialmente scherzoso - quella mattina mentre contemplavamo il panorama della valle.
E se in capo a qualche anno le cose dovessero andare secondo i suoi desideri, allora non  escluso che
possa prendere in considerazione l'ipotesi di trasferirmi davvero in campagna da lei.
Naturalmente, l'idea del capanno non mi sorride granch, ma potrei sempre affittare un cottage
poco lontano. Sono grato alla vita per Jennifer. Noi due comprendiamo gli affanni dell'altro
istintivamente, e nel corso degli anni sono state parole come quelle che ci dicemmo in quella mattina di
freddo pungente a rivelarsi per me fonte di grande conforto.
D'altra parte, per, la vita in campagna potrebbe rivelarsi eccessivamente tranquilla, e di
recente mi sono troppo abituato alla grande citt. E poi, ogni tanto, mi capita ancora di essere
avvicinato da persone che ricordano il mio nome dai tempi di prima della guerra e che desiderano avere
un mio consiglio su certi argomenti. Solo la settimana scorsa, per esempio, recandomi a cena dai
coniugi Osbourne, sono stato presentato a una signora che subito mi ha afferrato la mano esclamando: -
Vuol dire che lei  Christopher Banks? Il detective?
Risult che aveva trascorso gran parte della vita a Singapore, e che era stata un'amica carissima
di Sarah. - Non faceva che parlare di lei, - mi disse. - Mi sembra davvero di conoscerla gi. Gli
Osbourne avevano invitato parecchie altre persone, ma quando ci sedemmo a tavola, scoprii di avere il
posto accanto alla stessa signora e la nostra conversazione scivol inevitabilmente su Sarah. - Eravate
molto amici, non  vero? - mi chiese a un certo punto. - Sarah parlava sempre con tanta ammirazione di
lei!
- Eravamo buoni amici, certo. Naturalmente, perdemmo un po' i contatti, quando lei se ne and
in Oriente. - Parlava spesso di lei. Aveva cos tante storie da raccontare sul grande detective; ci
intratteneva quando ci stancavamo di giocare a bridge. Di lei parlava sempre in termini entusiastici. -
Mi commuove scoprire che mi ricordasse cos bene. Come ho detto, perdemmo un poco i contatti,
anche se a dire il vero ricevetti una sua lettera una volta, circa due anni dopo la fine della guerra. Non
avevo saputo come avesse trascorso il periodo del conflitto, fino a quel momento. Descriveva il suo
internamento con tono leggero, ma sono sicuro che non dovette essere uno scherzo. - Oh, sono certa del
contrario infatti. Mio marito e io, avremmo potuto benissimo subire la stessa sorte. Riuscimmo a
raggiungere l'Australia appena in tempo. Ma Sarah e Monsieur de Villefort erano sempre stati cos
fiduciosi nel destino. Erano di quelle coppie che escono la sera senza fare programmi, contenti di
vedere che cosa accadr. Atteggiamento affascinante, per lo pi, ma non quando si hanno i giapponesi
alla porta. Conosceva anche lui?
- Non ho mai avuto il piacere di conoscere il conte, no. Mi pare di aver sentito che rientr in
Europa dopo la morte di Sarah, ma le nostre strade non si sono mai incrociate. - Oh, dal modo in cui
Sarah parlava di lei, ho sempre pensato che fosse amico di entrambi. - No. Vede, io Sarah l'ho
frequentata soltanto per un periodo precedente della sua vita. Mi perdoni, forse lei non ha modo di
rispondere a questa domanda.
Ma le sembravano una coppia felice, Sarah e quel signore francese?
- Una coppia felice? - La mia compagna riflett per un attimo. - Certo, non si pu mai dire con
sicurezza, ma francamente sarebbe difficile pensare il contrario. Parevano letteralmente devoti l'uno
all'altra.
Non hanno mai avuto molto denaro, il che significa che non potevano vivere con la
spensieratezza che avrebbero desiderato. Ma il conte dava l'impressione di essere, s, insomma, cos
romantico. Lei ride, signor Banks, ma non c' un altro modo per dirlo. La morte di lei lo distrusse. Fu
colpa del periodo di internamento, sa? Come molti altri, non era mai riuscita a rimettersi del tutto in
salute. Mi manca davvero moltissimo. Era una compagna preziosa. Dopo questo incontro della scorsa
settimana, ho riaperto e riletto pi volte la lettera di Sarah - l'unica che mi sia mai arrivata dalla nostra
separazione a Shanghai tanti anni fa. Reca la data del 18 maggio 1947, e proviene da un luogo di cura
nella penisola malese. Forse speravo che, in seguito alla conversazione con la sua amica, sarei riuscito
a trovare tra quelle righe dal tono piuttosto formale, per non dire blandamente cortese, qualche spunto
segreto. In realt la lettera si ostina a lasciar trapelare poco pi dei meri fatti della vita di Sarah dopo la
sua partenza da Shanghai. Vi si parla di Macao, Hong Kong e Singapore, definendoli posti
incantevoli, pittoreschi, suggestivi. Il compagno francese  nominato spesso, ma sempre di
passaggio come se io gi sapessi tutto quel che c' da sapere sul suo conto. C' anche un vago accenno
al periodo di prigionia sotto i giapponesi, e un commento su certi problemi di salute, descritti come
una piccola seccatura. Sarah chiede gentilmente di me e definisce la propria esistenza nella
Singapore liberata una condizione nel complesso pi che accettabile.  il tipo di lettera che si
potrebbe sentire la voglia improvvisa di mandare dall'estero a un amico quasi dimenticato. Soltanto in
un punto, verso la fine, il tono della scrittura rimanda all'intimit del nostro rapporto di un tempo. Non
ho vergogna di ammettere, Christopher carissimo, - scrive, - che allora rimasi in effetti delusa, per non
dire peggio, dal modo in cui tutto si concluse tra noi. Ma non darti pensiero, ho smesso da un pezzo di
essere in collera con te. Come avrei potuto conservare la rabbia, quando il Destino alla fine ha scelto di
essere tanto generoso con me?
Inoltre, sono ormai persuasa che tu abbia preso la decisione giusta, scegliendo di non seguirmi
quel giorno. Hai sempre pensato di avere una missione da compiere, e credo di poter dire che prima di
averla portata a termine, non saresti mai riuscito a offrire il tuo cuore a niente e a nessuno. Posso solo
augurarmi che a questo punto il tuo compito appartenga al passato, e che anche tu abbia avuto modo di
trovare il tipo di felicit e di unione che di recente sono quasi giunta a dare per scontata. C' qualcosa
in quei passi, e nelle ultime righe in particolare, che non riesce ad apparire del tutto sincero. Una nota
sottile che attraversa l'intera lettera, l'atto stesso di scrivermi anzi, in quel momento, e che sembra in
contraddizione con la sua cronaca di giorni pieni di felicit e di unione. Quella con il suo conte
francese sar stata proprio la vita verso la quale Sarah si imbarc quel giorno dal porto di Shanghai?
Non so perch, ma ne dubito.
Ci che io sento  che, parlando di vocazione a portare a termine un compito e dell'inutile
tentativo di sottrarvisi, Sarah abbia in mente tanto lei stessa quanto me. Forse esiste qualcuno in grado
di attraversare l'esistenza libero da tali pensieri. Ma per quelli come noi, il destino  affrontare il mondo
da orfani, e inseguire per anni i fantasmi di genitori scomparsi. E non possiamo fare altro che sforzarci
di concludere la missione, quanto meglio  possibile, perch fino a quando non l'avremo fatto, non ci
verr concessa mai pace.
Non vorrei sembrare presuntuoso; ma considerando la serenit delle mie giornate qui a Londra,
credo di potermi dire piuttosto soddisfatto. Mi godo le passeggiate nei parchi, visito le gallerie d'arte; e
sempre di pi, di recente, mi capita di provare una sciocca fierezza mentre siedo nella sala di lettura del
British Museum e sfoglio vecchi articoli di giornale che riferiscono dei miei casi. Questa citt, in altre
parole, ha finito per diventare mia, e non mi dispiacerebbe dovervi trascorrere quanto mi resta da
vivere. Ciononostante, non mancano le occasioni in cui le mie ore si riempiono di un senso di vuoto; e
continuer a valutare seriamente l'ipotesi di accettare l'invito di Jennifer.
...
FINE.